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La
nostra adolescenza è tutta lì, campeggio dopo campeggio, dalla
fine dei sessanta fino a quasi tutti i settanta. Da Biandino
a Courmayeur in Val Ferret, a Gressoney, alle Dolomiti di Alba
di Canazei, poi a Chiareggio, per tanto tempo. Le auto che non
facilmente dovevano passare dai tratti dei torrenti, nei sali e
scendi duri da affrontare con le macchine d’epoca, perfino le
cinquecento, ma a Maresso si era già ricchi e ci si permetteva
le 600, magari le Prinz, e dopo le 128, chi più su le 124 e le
prime sgraziete familiari. Il parroco Don Sala che viene a fare
visita con la sua superlusso auto nera. A Biandino, salire con
la 600 del Don, sfiorare gli argini, per una strada che poi verrà
aperta solo per transito con jeep. Poi lassù, la casetta della
Madonna delle Nevi, in fondo alla vallata il pizzo dei Tre
Signori. Meta obbligata per i chierichetti che accompagnavano le
gite in quella Valsassina poco distante ma così apparentemente
lontana. Un giorno il Don che dice …qui era il caso di portare
la corda… facendoci credere di aver fatto un passaggio
impervio. Noi piccoli, pigri e poca voglia di affrontare cose
sconosciute, tantomeno
cose nuove da mangiare. Come quella volta che nei giorni di
preparazione al campeggio di Canazei, il Don, sempre lui, tira
fuori un pezzo di salmone affumicato. Unanimamente, dopo averlo
gustato, lo giudica un tantino fuori dal comune. C’era da
farci l’abitudine e sarebbe diventato un alimento delizioso,
ma era la prima volta. Già allora, che raffinatezza! Il Don era
un tipo avanti. Sapeva stimolare, sapeva contraddire, non
lasciava andare, mai. Un giorno all’oratorio, per una partita
di calcio verso le 17, d’estate, tutti al campo, i ragazzi di
Ossola, i primi a scorazzare coi motorini nei paesi vicini,
andare nelle balere e riportare che avevano visto suonare i nomi
del momento, magari i Gentle Giant, Van Der Graaf Generator o
gli italiani Dalton, Premiata Forneria Marconi e Garybaldi. Che
invidia. Così quella volta che si prese al volo l’occasione e
si andò a Lecco a vedere gli UFO, ma soprattutto i locali
Biglietto per l’inferno. Oggi un loro disco originale su
vinile vale ben 500 euro. Come sempre si perde il filo parlando
di aolescenza e ricordi. Eravamo che quella volta della
partitella a calcio il Don vede arrivare i ragazzi, Giusepp del
Catana (ex chierichetto modello) va a chiedere la chiave degli
spogliatoi. Il Don gliela porge ma avverte: eccola, ma questo
pomeriggio non vi ho visto ai vesperi. E Giusepp, che era
(magari lo è ancora) uno che aveva dell’ironia da spendere:
Ah, ma potevamo venire anche noi?
Al campeggio era tutt’altra cosa. Le indicazioni
del Don erano più o meno tassative. In paese si va solo su
autorizzazione, alle passeggiate meglio se ci vanno tutti, altro
che stare a casa a poltrire. Nonostante ciò c’era chi
riusciva a svignarsela. Peggio per lui, verrebbe da dire ora. Al
campeggio si faceva a turno per lavare i piatti. Si mangiava
bene e abbondante. Alla sera camomilla, per scaldarsi dalla
brezza che veniva dal Disgrazia. Di più bello, il ricordo di
quei laghetti ad alta quota, dove, come per incanto, l’aspra
salita terminava e ci si trovava in un piccolo altipiano. Magia
dell’assoluto che bussava, come quella canzone ascoltata per
mezzo di una cassettina prestata da quel ragazzo che veniva da
Milano ma aveva casa a Montevecchia. Frabrizio De Andrè volume
3, con La guerra di Piero, canzone da antologia, con una frase
finale definitiva e allarmante: quando si muore si muore soli.
L’adolescenza che spinge alla crescita, alla conoscenza, alla
scoperta dei cantautori. Attorno il campeggio delle famiglie,
delle radici, dei compagni di gioco. Così distante
dall’ambiente familiare di tutti i giorni, così educativo,
così facile da rimpiangere.
Giordano Casiraghi 12/46
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