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Umberto Gariboldi

 

 

 

Passeggiando

Per

Milano

 

Guida per una passeggiata

scolastica e non

nella Milano romana e medioevale

 

Prefazione

 

Milano è una città stupenda e ricca di resti antichi, anche se non sempre conosciuti perché nascosti al visitatore distratto da costruzioni più recenti.

 

Con questo volume ho cercato di condurre i giovani lettori in una duplice passeggiata, nella storia di Milano e lungo le vie della città.

 

Di qui la struttura del libro, in cui si intercalano capitoli di storia e capitoli di visita, come evidenziato anche dai titoli stessi dei capitoli.

 

Scorporando i capitoli sarebbe possibile ottenere quindi due diversi testi.

 

1 – Testo di storia, sviluppato nei seguenti capitoli:

 

primo

·1 Dalle origini a Massimiano

terzo

·2 L’avvento del Cristianesimo

settimo

·3 Milano nell’alto medioevo

decimo

·4 Milano nel basso medioevo

dodicesimo

·5 La Signoria dei Visconti

 

2 – Visita dei luoghi storici, sviluppata nei seguenti capitoli:

 

secondo

·6 Il circo romano

quarto

·7 Milano città imperiale

quinto

·8 Milano città basilicale

sesto

·9 Da S. Ambrogio a S. Lorenzo

ottavo

·10 Da S. Lorenzo a Piazza del Duomo

nono

·11 Il Duomo di Milano

undicesimo

·12 Piazza Mercanti

tredicesimo

·13 Il Castello Sforzesco

 

I capitoli sono infine intercalati da cinque schede, con informazioni su alcuni personaggi storici particolarmente significativi nella storia di Milano:

 

scheda n. 1

·14 Massimiano Erculeo

scheda n. 2

·15 S. Ambrogio

scheda n. 3

·16 Ansperto da Biassono e Ariberto da Intimiano

scheda n. 4

·17 Napo Torriani e Ottone Visconti

scheda n. 5

·18 Gian Galeazzo Visconti e Francesco Sforza

 

Per quanto riguarda la storia, ho cercato di renderla il più semplice e il più piacevole possibile, con la finalità di far accostare i ragazzi alla "maestra di vita" considerandola come esperienza di alto interesse e non solo come un obbligo scolastico.

 

Per quanto invece riguarda la visita, ho cercato di individuare un percorso che eviti strade troppo strette o prive di marciapiedi, consentendo una passeggiata rilassante e priva di pericoli. Unica eccezione inevitabile è il passaggio da Piazza S. Alessandro a Piazza Missori, ma si tratta solo di pochi metri.

 

La difficoltà più ardua che ho riscontrato è stata quella di far combaciare le esigenze di un percorso reale con un progressivo svilupparsi della storia nel tempo, in un circuito che riconduca alla fine al punto di partenza. E’ infatti evidente che Milano, come qualsiasi altra città, non è stata costruita lungo una circonferenza ideale che presenti in ogni punto le costruzioni più recenti di quelle del punto precedente e più antiche di quello successivo. Credo tuttavia di essere riuscito a trovare il compromesso ideale attraverso il percorso di seguito descritto e seguito nel testo.

 

La partenza è il museo archeologico di Corso Magenta, dove i lettori potranno vivere la storia romana e vedere i resti del circo romano di epoca imperiale. Di qui la passeggiata attraverso alcuni resti, pure imperiali, li porterà alla Milano paleocristiana della basilica di S. Ambrogio, più volte modificata nel tempo e tale da condurre, attraverso le ricostruzioni, ad una Milano altomedioevale.

La passeggiata prosegue quindi con questa Milano, puntando verso la basilica di S. Lorenzo e, di qui, al Duomo di Milano.

 

Il Duomo di Milano costituisce un punto di raccordo di tutte le epoche, dai sotterranei paleocristiani a tutto il medioevo fino ai giorni nostri. Ne nasce di conseguenza il passaggio al basso medioevo, con la vicina Piazza Mercanti, vero gioiello dell’età comunale, di cui Milano è il massimo simbolo. Da Piazza Mercanti al Castello Sforzesco si giunge infine alla piena età signorile, che conclude il medioevo con le Signorie dei Visconti e degli Sforza.

 

La passeggiata può concludersi qui, oppure ritornando al punto di partenza, che è a pochi passi di distanza. Così facendo i giovani lettori avranno effettuato un percorso vagamente circolare sviluppando la storia di Milano dalla romanità alla fine del medioevo.

 

L’intero percorso è comodamente fattibile in una giornata. Per questo motivo ho previsto tre soste durante la passeggiata:

 

metà mattino, in Piazza S. Ambrogio,

mezzogiorno, in Piazza Vetra,

metà pomeriggio, nella Piazza d’Armi del Castello,

 

che serviranno per le tradizionali "merende" mattutina e pomeridiana dei ragazzi e per la colazione al sacco.

 

Nella viva speranza di aver fatto opera gradita, non mi resta ora che augurare a tutti una buona passeggiata.

 

Introduzione

 

 

 

Eh, sì, cari ragazzi. Oggi ho deciso di farvi camminare. Non solo, ma di farvi camminare sui marciapiedi di una città affollata come Milano, in cui dovrete cercare di scoprire gli aspetti meno noti della città.

 

Tutti voi sapete che a Milano ci sono il Duomo e il Castello Sforzesco, il grattacielo Pirelli e il Teatro alla Scala, e moltissime altre costruzioni che, forse, avete visto tante volte, di sfuggita, senza mai osservarle in modo particolare. Quando invece parliamo di una Milano più antica, ad esempio di una Milano romana, ecco che vi vedo più perplessi. Siate sinceri. Che cosa sapete della Milano romana? E quante costruzioni avete visto di questo periodo della storia di Milano?

 

Scommetto che molti voi si stanno domandando se parlo seriamente o se vi sto prendendo in giro. Che c’entrano i Romani con Milano? E, se c’entrano, quando mai hanno costruito qualche cosa? E, se hanno costruito qualche palazzo, chi li ha mai visti? Forse saranno andati distrutti. Bene, posso essere d’accordo con voi, almeno in parte, sull’ultima frase. Se non sono andati completamente distrutti poco ci manca.

 

Tuttavia qualcosa è rimasto e, se vi guarderete attorno attentamente, quando camminate, scoprirete resti di cui non immaginavate neppure l’esistenza. D’altra parte non poteva essere diversamente, se pensiamo che la Milano romana, al tempo del suo massimo splendore, era una grande città cinta di mura, con relative porte e torri, e possedeva numerosi templi dedicati agli dei, un bellissimo teatro ed un grande anfiteatro, un enorme circo, un palazzo imperiale, un arco di trionfo, e tante costruzioni importanti che ben si addicevano al suo ruolo di capitale dell’Impero Romano d’Occidente. Eh, già, perché Milano è stata anche capitale d’impero, ai tempi degli antichi Romani.

 

Che state dicendo? Vi sta venendo in mente che esiste anche Porta Romana, resa popolare, tra l’altro, dalla canzone che dice "Porta Romana bella, Porta Romana"? E’ vero, a Milano esistono oggi tante Porte, ma non fatevi trarre in inganno dal nome. Il nome Porta Romana non significa che la Porta, o arco, sia stata costruita dai Romani, ma semplicemente che è stata costruita sulla strada che conduce a Roma, come Porta Venezia è sulla strada per Venezia, Porta Vercellina era sulla strada per Vercelli, e così via, ma le date di costruzione delle porte sono molto più recenti. In particolare, Porta Romana è stata costruita nel 1598 per onorare il passaggio di Margherita d’Austria che andava a sposare Filippo III di Spagna.

 

La città romana è molto più antica e le sue costruzioni sono molto più vicine al centro, che non era molto distante dal centro attuale. Infatti, il centro di Milano non si è mai spostato sensibilmente nei vari periodi storici, a differenza di altre città italiane, perché Milano, e anche la Milano romana, non ha mai avuto una struttura quadrata, a scacchiera, ma è sempre stata sviluppata attorno ad un centro, con strade che si allontanavano da questo, come tanti raggi, per raggiungere le più importanti città d’Italia.

 

Ciò è potuto avvenire per due motivi, peraltro in parte dipendenti uno dall’altro: la posizione geografica di Milano e la sua costante importanza commerciale, con necessità di strade e di collegamenti con le altre città. Perché è stata così importante la posizione geografica di Milano? Prendete una cartina geografica della Lombardia. Che cosa è successo? Qualcuno non la trova ed ha solo una cartina d’Italia? Non importa, va bene lo stesso. Adesso cercate il punto in cui il fiume Ticino esce dal Lago Maggiore. L’avete trovato? Bravissimi. In questo punto scrivete la lettera "A". Cercate adesso il punto in cui il fiume Adda esce dal Lago di Como e scrivete la lettera "B".

 

Seguite adesso il corso dei due fiumi, che scendono verso il Po, e scrivete la lettera "C" dove l’Adda entra nel Po e la lettera "D" dove il Ticino entra anche lui nel Po. Come non lo trovate? Poco sotto la città di Pavia. Ah, l’avete visto. Bravissimi. Attenzione, che adesso arriva il bello. Adesso prendete un righello e collegate il punto "A" con il punto "C" e il punto "B" con il punto "D". Fatto? Molto bene. Guardate adesso che città trovate all’incrocio dei due segmenti che avete tracciato. Sorpresi? Eh, sì. Avete ragione. E’ proprio la città di Milano.

 

Milano è stata costruita proprio nel mezzo di questo grande quadrilatero e quindi in posizione da poter raggiungere facilmente tutti i grandi fiumi, e di qui i mari, con enormi vantaggi per il trasporto delle merci. Oltre tutto, la sua vicinanza alle Alpi ne ha sempre fatto un passaggio obbligato per i collegamenti dell’Italia con l’Europa.

 

E’ probabile che il nome "Milano", o, come dicevano gli antichi, "Mediolanum" o "Mediolanon", significhi proprio "in mezzo alla pianura". La prima volta che troviamo il nome "Mediolanon" è negli scritti di Polibio, quando descrive la campagna contro i Galli del 222 avanti Cristo.

 

Il nome "Mediolanon" potrebbe però avere un’altra origine, più leggendaria ,a più divertente. Racconta infatti una leggenda antichissima che una tribù gallica, guidata da un certo Belloveso, si trasferì in Lombardia e qui cercò il posto ideale per insediarsi. A quei tempi non c’erano i tecnici di urbanistica che studiavano dove e come costruire le città, ma tutte le indicazioni venivano direttamente dall’alto, cioè dal cielo. Erano infatti gli dei che, con i loro prodigi, facevano capire agli uomini se erano d’accordo o no su quanto gli uomini si accingevano a fare.

 

Fu così che, quando Belloveso giunse nel posto in cui ora sorge Milano, vide una scrofa. Ma non era una scrofa normale, tutt’altro. Era una scrofa ricoperta di lana, come le pecore, ma solo per metà del suo corpo. Belloveso, che di prodigi se ne intendeva, capì subito che quello era un segnale degli dei per dirgli che quello era il posto prescelto e lì si insediò, fondando un villaggio che sarebbe poi cresciuto sempre più. Quanto al nome, esso doveva fare riferimento alla scrofa, che era coperta di lana per metà, o, come dicevano ai suoi tempi, era "mediolanuta". Da "mediolanuta" a "Mediolanon" il passo è breve, e la futura città fu chiamata con quel nome che, col passare dei secoli, fu semplificato e divenne fio ad oggi "Milano".

 

Avete visto quanto è antica la più grande città dell’Italia settentrionale? E’ ecidente che una città con oltre duemila anni di storia deve aver conservato tracce, evidenti o no, dei fatti accaduti e dei personaggi più illustri che vi hanno vissuto. Basta avere un po’ di curiosità, e so che voi ne avete tanta, un paio di scarpe comode e la voglia di passeggiare in questa vecchia Milano, per veder ricomparire il Circo romano, l’antica Basilica di S. Tecla, la semidistrutta Chiesa di S. Giovanni in Conca.

 

Ritorneranno a vivere per noi grandi personaggi della storia di Milano, come l’imperatore Massimiano Erculeo, S. Ambrogio, Ariberto d’Intimiano, Gian Galeazzo Visconti, Francesco Sforza.

Visiteremo insieme le Terme Erculee e la Basilica di S. Ambrogio, S. Lorenzo e il Castello Sforzesco e, perché no?, il meraviglioso Duomo di Milano, che non è mai conosciuto a sufficienza.

 

A cosa state pensando, che vi vedo preoccupati? No, state tranquilli, troveremo anche il tempo per la merenda e il pranzo di mezzogiorno, naturalmente al sacco, seduti su qualche panchina nelle vicinanze dei cestini per i rifiuti, in modo da non lasciare tracce del nostro passaggio e da non abbandonare carte e sacchetti.

 

E non pensate neppure di annoiarvi. La noia viene solo quando si fanno le cose contro voglia e vi posso assicurare che affrontare la storia dal vivo è molto più bello e divertente che farlo sui libri di scuola. Abbiate fiducia e vedrete che ci divertiremo imparando e che arriveremo a sera stanchi, ma contenti per la bella giornata trascorsa in una Milano che non conoscevamo e di cui non immaginavamo l’esistenza.

 

Siete pronti? Bene. Giriamo pagina e ci troviamo subito al punto di ritrovo per la partenza. Buona passeggiata.

 

Capitolo primo

Dalle origini a Massimiano

 

 

 

Sorpresa! Il punto di ritrovo per iniziare la nostra passeggiata è l’ingresso di un museo, precisamente quello del Museo Archeologico, in Corso Magenta n. 15. Sento che state già brontolando e qualcuno dice: "Umberto è un imbroglione. Ci ha promesso che non ci saremmo annoiati e ci porta a visitare un museo. Io non vengo."

 

No, non dovete preoccuparvi, non vi porto a visitare un museo, anche se il Museo Archeologico di Milano è ricco di oggetti meravigliosi. Vi ho fatti venire qui semplicemente perché il Museo Archeologico sorge in un luogo di antiche mura e torri romane, che sono importantissime per la nostra passeggiata. Se poi, vedendo le mura romane, diamo anche una sbirciatina a qualcuno degli oggetti fantastici raccolti nel museo, non sarà quello a rendere la passeggiata noiosa.

 

Prima di entrare, fermiamoci invece un attimo a capire come ha fatto Milano a diventare città romana e ripassiamo brevemente insieme le avventure che sono capitate a Milano dalle sue origini alla costruzione di tante mura e palazzi fino all’epoca della Milano imperiale.

 

Le più antiche tracce di abitato umano a Milano si fanno risalire addirittura all’Età del Bronzo, a circa cinquemila anni fa, quando alcuni gruppi di uomini preistorici fissarono qui i loro accampamenti. Di loro non sappiamo praticamente nulla, salvo il fatto di aver lasciato una serie di tombe presso Crescenzago, denominate Sepolcreto di Cattabrega. Vi piacciono le tombe? No? Avete ragione. I cimiteri, o sepolcreti, non sono posti allegri. Tuttavia le tombe degli uomini primitivi, e soprattutto quelle dell’Età del Bronzo e dell’Età del Ferro, sono importantissime, perché nelle tombe venivano sepolti, insieme ai corpi dei defunti, alcuni oggetti che erano loto appartenuti durante la vita.

 

E’ per questo motivo che troviamo nelle tombe armi antiche e vasi di terracotta, che ci aiutano molto a capire la cultura del periodo in cui le tombe sono state costruite. Ricostruendo la vita degli uomini antichi, abbiamo potuto suddividerla in tanti periodi, con caratteristiche sempre più moderne, che possiamo sintetizzare, molto grossolanamente, come segue:

 

Età della Pietra Antica, o Paleolitico, caratterizzata dalla caccia.

Età della Pietra Nuova, o Neolitico, caratterizzata dalla coltivazione dei campi e dall’allevamento del bestiame.

Età del Bronzo, caratterizzata dal commercio nei grandi mercati, soprattutto presso i porti.

Età del Ferro, caratterizzata, purtroppo, dalla guerra di espansione e di conquista.

 

Anche l’Età del Ferro ha lasciato qualche traccia a Milano, con un gruppo di tombe rinvenute nella zona in cui oggi sorge il Policlinico, del 500 a.C. circa. E’ questa l’epoca di espansione dei Celti o, come li chiamavano i Romani, Galli. Chi erano questi Galli? E’ evidente che non stiamo parlando qui di quei simpatici animali a due zampe che qualcuno di voi ha ancora la fortuna di sentire al mattino quando si sveglia.

I Galli di cui parliamo adesso erano un popolo che viveva nella Germania meridionale e che, tra il 600 e il 500 a.C., si spinse in Francia, in Spagna e nell’Italia settentrionale, dove si sovrapposero a quelle popolazioni delle cui tombe abbiamo appena accennato.

 

I Galli vennero in Italia in più riprese e con diverse tribù, le più importanti delle quali furono quella degli Insubri, di cui riparleremo tra breve, e le tre tribù della seconda ondata:

 

Galli Boi, che occuparono l’Emilia e cambiarono il nome dell’antica città di Felsina, chiamandola col loro nome Bononia, da cui l’attuale Bologna.

Galli Lingoni, che occuparono la Romagna.

Galli Senoni, che si spinsero sempre più a sud, arrivando, nel 387 a.C., ad occupare Roma.

 

Occupiamoci un attimo in dettaglio dei Galli Insubri, che fondarono il primo villaggio di una certa importanza nel luogo ove oggi sorge Milano.

 

Gli antichi storici latini sono concordi nell’attribuire la fondazione di Milano ai Galli Insubri. Infatti, sia Tito Livio che Siconio Apollinare raccontano del generale insubro Belloveso che costruì qui un villaggio, nel periodo in cui Roma viveva sotto il regno di Tarquinio Prisco.

Non sappiamo se il nome Belloveso fosse reale o di fantasia, ma sappiamo per certo che le invasioni galliche ci sono state in quel periodo, lasciando molte tracce del loro passaggio. La causa delle invasioni galliche va ricercata nelle Primavere Sacre, che hanno caratterizzato gli spostamenti di molti popoli antichi e, in forma diversa, anche più recenti.

 

Vi piacciono le Primavere Sacre? Chi di voi ha già letto i miei libri "Ieri…la Preistoria" sa esattamente di cosa stiamo parlando, perché proprio le Primavere Sacre erano state la causa della formazione dei popoli italici dell’Italia centrale. Per chi non li avesse ancora letti o non si ricordasse le Primavere Sacre, ricordiamole brevemente.

 

I Galli, come quasi tutti i popoli della loro epoca, vivevano coltivando i terreni, che davano di che nutrirsi per loro e le loro famiglie. Col passare del tempo le tribù diventavano sempre più popolose e i terreni, sfruttati anno dopo anno, sempre meno fertili. Diventava quindi necessario spostarsi e cercare altri terreni da coltivare. Ogni primavera allora veniva fatta una festa, durante la quale i gruppi dei giovani e le loro famiglie abbandonavano le terre dei loro padri per andare a cercare nuovi terreni da coltivare. Queste feste venivano chiamate appunto Primavere Sacre.

 

Conseguenza delle Primavere Sacre erano quindi degli spostamenti continui dai luoghi di origine con espansione verso nuovi luoghi dove ci fossero terreni fertili. E’ chiaro che la Pianura Padana costituiva una grande attrazione per i Galli, ricca com’era di terreno buono, ed è per questo che i Galli Insubri si stabilissero qui. Successivamente, come abbiamo visto, altre tribù galliche scesero in Italia, dove anche Roma aveva incominciato la sua espansione verso nord.

 

Ben presto i Romani e i Galli si trovarono costretti a combattersi per stabilire le rispettive proprietà sull’Italia. All’inizio i Galli ebbero la meglio. Essi erano più organizzati dei Romani e più allenati alle grandi guerre di conquista, tanto che, nel 387 a. C., riuscirono a conquistare la stessa città di Roma.

La leggenda racconta che i Romani furono salvati dall’estrema disfatta da alleati imprevisti, le oche del Campidoglio, che svegliarono i Romani durante una sortita notturna dei Galli. Non voglio togliere nulla al valore militare delle oche, che sono degli ottimi animali, soprattutto se fatti arrosto, ma è certo che Roma si è salvata solo per il sacrificio e l’eroismo dei suoi combattenti e dei loro condottieri. In questo caso fu Furio Camillo a salvare Roma, dopo aver raccolto i soldati in fuga e combattuto e vinto i Galli.

 

Dopo Furio Camillo, Roma ebbe moltissimi altri condottieri di grande valore e rinforzò sempre più i suoi eserciti, spingendoli in campagne militari sempre più ardite. Per quanto riguarda i Galli, i Romani si resero conto che non potevano limitarsi alla difesa, ma era necessario combattere i Galli nelle loro terre e vincerli in modo definitivo, in modo da eliminare per sempre la minaccia che proveniva dal nord.

 

Ciò avvenne in modo definitivo nel primo secolo a.C., con la conquista della Gallia ad opera di Giulio Cesare. Nei tre secoli di storia che vanno da Furio Camillo a Giulio Cesare, Milano si trova al centro di numerosi passaggi militari, che costruiscono e distruggono, ma che in ogni caso contribuiscono alla crescita del villaggio, trasformandolo prima in borgata ed infine in città. Nell’89 a.C. Milano fu promossa colonia latina.

 

Che cos’è una colonia latina? Chi lo sa, alzi la mano. Se qualcuno pensa che una colonia latina sia un posto di villeggiatura in cui i Romani mandavano i loro ragazzi ad imparare il latino è completamente fuori strada. No, niente di tutto questo. Per gli antichi Romani, le colonie erano quei territori i cui abitanti erano considerati amici di Roma. Tuttavia, per evitare spiacevoli imprevisti, Roma pretendeva che un certo numero di cittadini e di militari andassero a vivere nelle colonie, al fine di mantenere il controllo che non venissero covate rivolte contro il potere centrale. Se venivano inviati cittadini e militari romani, la colonia si chiamava "colonia romana", altrimenti si chiamava "colonia latina".

 

Ma Milano era destinata a progredire ancora sotto il governo dei Romani, tanto che, nel 49 a.C., fu promossa "municipio", cioè la città più importante della colonia, con potere economico e amministrativo sulle altre città. E’ in questo periodo di gloria che furono costruite le prime mura della città, che chiamiamo "mura tardorepubblicane" per distinguerle dagli ampliamenti successivi.

 

Le mura tardorepubblicane disegnavano un rozzo quadrato attorno al centro di Milano, che non era lontano dal centro attuale. Proviamo a ridisegnarle insieme. Prendete una cartina di Milano, una matita colorata, e mettete in evidenza le seguenti strade e piazze: Via Cubani, Via del Lauro, Via Filodrammatici, Via Agnello, Via Pattari, Piazza Fontana, Via Paolo da Cannobio, Via Maddalena, Via Cornaggia e Via San Vito. Il tratto che vi rimane non completato corrisponde alla successiva collocazione del Circo.

 

Adesso tracciate due rette, sempre sulla stessa cartina. La prima retta si ottiene mettendo in evidenza Via Manzoni, Via Santa Margherita, Piazza Mercanti, Via Cantù, Piazza San Sepolcro, Via Nerino. Questa retta vi mostra la collocazione di una delle due strade più importanti della Milano romana: il cardo.

 

L’altra strada importante della Milano romana, come di tutte le città romane, era il decumano, che è sempre perpendicolare al cardo. Se volete disegnare il decumano sulla vostra cartina, dovrete mettere in evidenza Via Santa Maria alla Porta, Via Santa Maria Fulcorina, Via del Bollo, Piazza San Sepolcro, Corso di Porta Romana.

Come avrete notato, sia il cardo che il decumano passavano per Piazza San Sepolcro, dove si incrociavano ad angolo retto. Il luogo in cui avveniva l’incrocio tra il cardo e il decumano veniva chiamato, dagli antichi Romani, Foro. Quindi il Foro romano a Milano era nel luogo dell’attuale Piazza San Sepolcro.

 

Nel frattempo i grandi Romani hanno inventato un nuovo "gioco". Non contenti delle guerre di conquista hanno pensato bene di ravvivare la loro vita facendosi la guerra tra di loro. Dapprima ci fu la guerra civile tra Mario e Silla, poi quella tra Cesare e Pompeo, infine quella tra Antonio e Ottaviano. Durante il governo di Antonio e Ottaviano l’Italia è stata divisa in regioni e la Transpadana, cioè la zona a nord del Po, è stata nominata XI Regione, con capoluogo Milano. Alla fine di tutte queste battaglie, Ottaviano, guardandosi attorno, si accorse che non c’erano più Romani contro cui combattere. Rimasto solo, divenne quindi imperatore, col nome di Augusto.

 

Nasceva così l’impero romano, che sarebbe durato, in occidente, circa quattro secoli e mezzo. Milano si estese notevolmente durante il periodo augusteo, quando fu arricchita con uno splendido teatro, le cui fondamenta si trovano ancora negli scantinati della Borsa e della Camera di Commercio e la cui presenza è ricordata dal nome della Via San Vittore al Teatro.

 

L’impero romano rimase unito quasi ininterrottamente fino all’anno 293 dell’era cristiana, cioè fino a quando Diocleziano divise l’impero in due parti: l’impero di oriente, con capitale Nicomedia e imperatore lo stesso Diocleziano; l’impero di occidente, con capitale Milano e imperatore Massimiano. In questi tre secoli di regno unito, molti furono gli imperatori romani e molti di essi furono veramente importanti, per le vittorie militari e per le organizzazioni politiche.

 

Non voglio annoiarvi con un trattato di storia dell’impero romano, che oltre tutto non ha molto a che fare con la storia di Milano antica, per cui tralascio completamente questi primi tre secoli per andare direttamente a Massimiano, che è l’imperatore che ci interessa più da vicino.

Se comunque volete avere una continuità storica di questo periodo, anche se estremamente sintetizzata, potete leggere il seguente prospetto riepilogativo, nel quale riporto i nomi dei principali imperatori romani.

 

GLI IMPERATORI ROMANI DEI PRIMI TRE SECOLI

SECOLO

FAMIGLIA

IMPERATORE

I

Giulio-Claudia

·1 Tiberio

·2 Caligola

·3 Claudio

·4 Nerone

I

Flavia

·5 Vespasiano

·6 Tito

·7 Domiziano

II

Antonini

·8 Nerva

·9 Traiano

·10 Adriano

·11 Antonino Pio

·12 Marco Aurelio

·13 Comodo

III

Severi

·14 Settimio Severo

·15 Caracalla

·16 Eliogabalo

·17 Alessandro Severo

III

Illirici

·18 Claudio II

·19 Aureliano

·20 Probo

·21 Caro

 

Concedetemi solo poche parole su alcuni di essi.

 

Tiberio è stato un imperatore molto saggio e moderato. Il suo nome è legato, tra l’altro, al fatto che durante il suo impero sono avvenute le predicazioni e la morte di Gesù Cristo.

 

Caligola è particolarmente simpatico ai ragazzi per le sue pazzie, tra cui è famoso il fatto che nominò senatore il suo cavallo.

 

Nerone è rimasto popolare per il grande incendio che distrusse buona parte di Roma. Si racconta che, mentre Roma bruciava, l’imperatore cantasse una "canzonetta" scritta da lui sull’incendio di Troia.

 

Vespasiano ci ha lasciato un ricordo meraviglioso con la costruzione a Roma del grande anfiteatro, chiamato Colosseo.

A Milano abbiamo un grandioso ricordo della casa Flavia, costituito dalle cosiddette Colonne di San Lorenzo, di cui parleremo meglio quando andremo a visitarle, nel corso della nostra passeggiata.

 

Traiano portò l’impero romano alla massima estensione e adornò Roma con grandiose costruzioni, tra le quali è nota a tutti la famosa Colonna Traiana.

 

Aureliano cinse Roma con una poderosa cerchia di mura, ancor oggi visibile e nota col nome di Mura Aureliane.

Per difendersi dalle invasioni dei barbari, Aureliano organizzò l’Italia settentrionale in due grosse province: una provincia centro-occidentale, comprendente l’Emilia, la Liguria, il Piemonte e la Lombardia fino al fiume Adda, con capoluogo Milano, e una provincia orientale, con capoluogo Aquileia. Ciò fece crescere ulteriormente di importanza la città di Milano, che era ormai pronta per diventare capitale dell’impero romano di occidente.

 

L’artefice dell’elevazione di Milano a capitale fu Diocleziano, che riorganizzò l’impero romano in due parti: Impero Romano d’Occidente, con capitale a Milano, e Impero Romano d’Oriente, con capitale a Nicomedia, in Bitinia. Diocleziano stesso si stabilì a Nicomedia e nominò imperatore d’Occidente un suo vecchio compagno di armi, Massimiano, che si stabilì a Milano.

 

E’ questo il periodo di massimo splendore per Milano. Le mura vengono ampliate, vengono costruiti il Circo, il Palazzo Imperiale e le Terme.

 

Capitolo secondo

Il circo romano

 

 

 

Ora sapete tutto, beh, quasi tutto, no, qualche cosa. Insomma, avete visto che Milano, da piccolo villaggio gallico, si è trasformata in grande città romana, sede di impero al fine del terzo secolo dell’era cristiana.

 

Entriamo finalmente nel Museo Archeologico, al cui ingresso vi ho fatto sostare fino ad ora. E non ditemi che vi siete immedesimati tanto nella storia di Milano antica da dimenticarvi dove ci troviamo. No, siamo ancora qui, dove ci siamo incontrati all’inizio del primo capitolo, all’ingresso del Museo Archeologico.

Appena entrati, ci troviamo in un cortiletto porticato, molto grazioso che era il chiostro del Monastero Maggiore. Infatti il Museo Archeologico di Milano occupa parte degli ambienti del Monastero Maggiore, che era il più grande e il più antico monastero femminile di Milano, costruito nel quindicesimo secolo.

 

Sotto il porticato vedete diverse are funerarie, un grande sarcofago, un capitello corinzio e altri resti romani. Ma vedo che non mi state seguendo. I vostri sguardi sono rivolti verso il centro del cortiletto, dove è collocato un grosso masso. Che cos’è, dite voi? No, quello non ha nulla a che fare con la Milano romana, ma è bello lo stesso. Si tratta di una pietra sacra dell’Età del Bronzo, con incisioni che risalgono a circa quattromila anni fa, e viene chiamata "Masso di Borno", dall’omonimo paese in Valcamonica.

 

Sì, certo che ci sono le incisioni: non sono molto evidenti, ma ci sono. Per vederle bene, non dovete stare di fronte al masso, ma spostarvi leggermente in modo da guardarle di lato. Così il gioco delle ombre vi rende più evidenti i tratti incisi e vi appaiono più chiaramente un disco, che rappresenta il sole, una serie di pugnali, alcuni animali selvatici e tanti altri disegni incisi dagli uomini dell’Età del Bronzo.

Vi piace? Guardate adesso qualcosa di meno evidente. Alla fine del cortiletto, prima di entrare nel museo, c’è una grata che consente di vedere un po’ sottoterra. Che cosa vedete? E’ vero, sono resti di costruzioni e, più precisamente, sono fondamenta delle mura fatte costruire da Massimiano, per allargare la città ampliando le vecchie mura tardorepubblicane.

 

Adesso entriamo nel museo, ordinati e in silenzio, e, sorpresa? Usciamo dalla parte opposta, che ci porta ad un grande spiazzo erboso. Noi siamo gente pratica, non ci fermiamo alle vetrine dei musei, ma stiamo all’aria aperta. Però, al ritorno, una sbirciatina la daremo.

 

Siamo quindi arrivati a questo grande spiazzo erboso. Sulla destra c’è un grande muro con una grande torre rotonda, mentre sulla sinistra si vede una grande torre a base quadrata. Ma dove siamo finiti? Siamo finiti in una specie di fortezza costituita, da un lato dall’attacco dell’ampliamento delle mura di Massimiano, dall’altro dall’inizio della grande costruzione del circo.

 

La costruzione delle mura di Massimiano, come pure quella del Circo, risale alla fine del III secolo, anni 286-305. Il tratto di mura che state osservando collega due torri circolari, anche se voi ne vedete solo una. L’altra torre è andata distrutta, ma sono rimaste le fondamenta, che vedremo tra breve nel piano interrato del museo. Si vedono chiaramente i due elementi più comuni delle costruzioni romane, che sono l’opus caementicium e l’opus latericium. Vi piacciono queste parole? Chi ha detto di no? E’ vero, va un po’ insieme la lingua, ma fa tanta scena.

 

Opus caementicium vuol dire sassi, mentre opus latericium vuol dire mattoni. Però pensate che differenza di importanza se voi dite che le mura romane erano fatte di sassi e mattoni, oppure se dite che ci sono elementi di opus caementicium ed elementi di opus latericium! Comunque sia, chiamateli come volete. Rimane il fatto che la base è costruita con pietre di varia misura, tenute assieme con la malta, mentre il resto delle mura è in mattoni.

 

La terza torre, quella a base quadrata, faceva parte della grandiosa costruzione del Circo, Più precisamente era una delle due torri dell’oppidum, trasformata in seguito in campanile. Cosa è successo? Non sapete che cosa è l’oppidum? E’ semplice; l’oppidum è l’insieme dei carceres e delle loro porte e torri. E’ più chiaro, adesso? No? Allora, per chiarirlo meglio, proviamo a disegnare insieme il Circo romano.

 

Innanzitutto occorre un foglio di carta molto grande, perché il Circo è una grande costruzione. Il Circo di Milano era lungo 450 metri e largo 85, occupando in pratica tutta la zona tra gli attuali Corso di Porta Magenta e Via Circo. Se non doveste trovare un foglio di carta lungo 450 metri, non preoccupatevi. Prendetene pure uno più piccolo, su cui faremo un disegnino, almeno per avere l’idea di come era fatto un Circo romano.

 

Iniziamo tracciando due segmenti paralleli, piuttosto lunghi, in modo che, sulla destra, un segmento sia leggermente più lungo dell’altro.

 

 

E’ facile? Bene, adesso colleghiamo i due punti estremi a sinistra tra di loro, attraverso un semicerchio con la curva esterna al disegno. Colleghiamo invece i due punti estremi a destra con un tratto rettilineo, avendo cura di evidenziare i due punti di attacco con un quadratino, che rappresenta le colonne a base quadrata.

 

 

Fatto? Bravissimi! Se qualcuno è in difficoltà, può benissimo osservare i disegnino in questa pagina.

Adesso completiamo il disegno esterno del Circo in un modo molto semplice; prolunghiamo, sulla destra, i due segmenti con altri due segmentini di uguale lunghezza, ma leggermente inclinati, in modo che, una volta collegati gli estremi tra di loro, avremo costruito un rettangolo perfetto.

 

 

Abbiamo così costruito il perimetro del Circo e notiamo che l’area compresa è divisa in due parti: il rettangolo a destra, che si chiama carceres, e tutta la parte rimanente, che si chiama arena.

 

L’arena del Circo romano non è altro che il terreno sul quale avvenivano le corse dei carri e dei cavalli. Tra breve cercheremo di riempirla, in modo da poter fare anche noi una corsa regolare.

 

I carceres, invece, sono il luogo dove stavano i carri e i cavalli prima della partenza. Adesso è facile capire perché i carceres sono inclinati rispetto all’arena. Avete mai visto, in televisione o dal vivo, delle gare di corsa, magari durante le olimpiadi? Certo, lo so che la televisione non la perdete mai! Avrete quindi notato che i corridori non partono tutti dallo stesso punto, ma sono disposti in ordine, in modo che il corridore più vicino al centro dello stadio sia un po’ più indietro del secondo corridore, il quale è un po’ più indietro del terzo, e così via, fino ad arrivare all’ultimo, quello più lontano dal centro dello stadio, che parte più avanti rispetto a tutti gli altri. Questa disposizione di partenza serve per far sì che il traguardo sia alla stessa distanza per tutti i corridori, evitando che è più vicino al centro dello stadio sia avvantaggiato rispetto agli altri, che hanno un percorso esterno, e quindi più lungo.

 

Lo stesso accadeva nelle corse dei carri e dei cavalli nel Circo romano. I carceres si affacciavano quindi all’arena con una linea con una inclinazione calcolata in modo che tutti i carri potessero percorrere i sette giri previsti partendo in condizioni di parità. Lungo quella linea inclinata stavano le porte, che venivano aperte contemporaneamente quando i carri dovevano partire, tutti insieme, per la corsa. Ai lati della fila delle porte c’erano due torri. L’insieme dei carceres, delle porte e delle torri si chiamava oppidum.

 

La torre a base quadrata che stiamo ammirando nel cortile del Museo archeologico è una di queste due torri ai lati delle porte. Successivamente la torre è stata trasformata in campanile. Questa torre viene comunemente chiamata Torre di Ansperto, perché Ansperto, arcivescovo di Milano nel IX secolo, ricostruendo le mura della città, conservò l’antica torre romana inglobandola nelle nuove mura.

 

Adesso che avete disegnato il perimetro esterno del Circo, immagino che vogliate fare una corsa con i carri. Per poterlo fare dovete quindi terminare la costruzione.

Innanzitutto ci vuole la spina. La spina è un basamento che attraversa l’arena e delimita la pista per le corse.

Ai due lati, la spina termina con due basi a forma di semicerchio, chiamate metae.

 

 

Sulle metae venivano posti obelischi, fontane, colonne e tutto ciò che servica per dare bellezza e sontuosità al Circo.

Per fare le gare mancano adesso soltanto le falae e i delfini. No, che cosa avete pensato, non era una corsa di delfini! Non c’era neppure l’acqua per tenere questi animali. I delfini di cui stiamo parlando erano di pietra, così come di pietra erano le falae, grosse pietre a forma di uovo.

 

C’erano sempre sette falae e sette delfini, che servivano per contare i giri fatti dai carri e dai cavalieri durante le corse. E gli spettatori? Gli spettatori stavano sulle gradinate, che erano disposte sulla curva e sui lati del Circo.

 

Adesso che il disegno del Circo è completato, vi lascio dieci minuti per sfogarvi e fare una bella corsa. A proposito, lo sapete perché il Circo si chiama così? Secondo il filosofo cartaginese Tertulliano, il nome deriva da una antica leggenda ed è legato al nome della maga Circe, quella che trasformò in maiali i compagni di viaggio di Ulisse. Secondo la leggenda, Circe, figlia del Sole, quando suo padre morì, istituì dei giochi per commemorarlo, e questi giochi presero il nome da lei, chiamandosi "circensi". Il luogo in cui si svolgevano i giochi circensi venne successivamente chiamato "circo", nome in uso ancora oggi, anche se abbiamo dimenticato la sua origine.

 

Il Circo di Milano, costruito da Massimiano attorno all’anno 300, resistette integro per tre secoli, tanto che fu utilizzato anche dai Longobardi in occasioni di particolare importanza, come l’incoronazione del re Adaloaldo; poi fu distrutto, poco alla volta, per costruire strade e giardini, fino a scomparire definitivamente con le distruzioni fatte dall’imperatore Federico I, famoso come il Barbarossa, nel 1162.

 

Rientriamo adesso nel museo e prendiamo una scala, vicina all’ingresso, per la quale si scende al piano interrato. Il piano interrato del Museo Archeologico di Milano è costituito da due grosse sezioni: quella greca e quella etrusca. Voi direte: "Che cosa c’entrano i Greci e gli Etruschi con la Milano romana?" Avete ragione, non c’entrano, ma è solo nella sezione etrusca che si possono vedere due cose molto interessanti, oltre che grandi.

 

Entriamo quindi nella sezione etrusca e ci dirigiamo verso il fondo, dove troviamo ancora resti di mura antiche. Infatti continuano qui le fondamenta delle mura di Massimiano. La cosa curiosa, e interessante, è che questo tratto di fondamenta si è rovesciato col passare del tempo, in modo che possiamo vedere la parte inferiore, in cui è evidentissima la costruzione avvenuta con ciottoli legati assieme con la malta.

 

La seconda cosa che vi voglio mostrare si trova in mezzo alla sala ed è talmente grande che sicuramente l’avete già notata. Si tratta di un grande mosaico, che costituiva il pavimento di tre vani di una costruzione milanese di età imperiale, in Via Medici. I Romani amavano molto i pavimenti a mosaico e ne costruivano di molto belli per i palazzi dei ricchi. Tutti avete senz’altro sentito parlare dei famosi mosaici di Pompei. Bene, ora sapete che, senza fare confronti, esistono anche i mosaici di Milano, dei quali state ammirando un esempio.

 

Purtroppo non possiamo fermarci ad ammirare gli oggetti etruschi né a visitare la sala greca, che, oltre tutto, non hanno nulla a che fare con la nostra passeggiata nella Milano romana, e dobbiamo risalire al piano terreno, dove c’è la sala delle sculture romane. Questa contiene numerosi esempi di ritrovamenti di età romana, come oggetti in vetro, lucerne per l’illuminazione e vasi di varie forme e misure. Pur senza soffermarci su ogni oggetto, è necessario dare un’occhiatina almeno a due pezzi.

 

Non voglio organizzare una "caccia al tesoro" nel Museo Archeologico. Non è carino e penso che i guardiani si arrabbierebbero. Li potete comunque trovare anche senza fare troppo rumore. Si tratta di due oggetti meravigliosi per la loro costruzione. Uno è la patera di Parabiago e l’altro è la tazza diatreta.

 

Sapete che cosa è una patera? Ahi, sento che qualcuno ha già sbagliato l’accento. No, l’accento non va sulla "e", come qualcuno sta facendo. L’accento è sulla prima "a", così: patera. Provate a ripetere. Bravi, ci siamo. Una patera è una specie di piatto che veniva usato nell’antica Roma, durante le cerimonie, per le libagioni, quando cioè gli antichi romani offrivano bevande in sacrificio agli dei. Le patere erano normalmente dipinte o con figure in rilievo.

 

La patera di Parabiago è in argento massiccio dorato. Vi si nota raffigurata la dea romana Cibale, che avanza in trionfo sopra un carro. Ah, vedo che intanto l’avete trovata. Che dite? Non sono cavalli quelli che tirano il carro? E’ vero. Sono leoni. Gli dei non fanno mai le cose normali. Oltre a Cibale sono raffigurati altri personaggi, come il dio Adone, le stagioni, etc. Siete convinti che valeva la pena di vederla? E’ veramente bellissima.

 

Ma ancora più eccezionale per la difficoltà di lavorazione è il secondo oggetto che voglio mostrarvi: la tazza diatreta. Tutti sapete che cos’è una tazza. Il problema è quello strano aggettivo "diatreta" che, scommetto, non avete mai sentito. Diatreta è una parola che deriva dal greco "diàtrétos" e significa semplicemente "forata". Infatti la tazza diatreta è un grosso bicchiere di vetro, circondato da una reticella, pure di vetro, collegata al corpo del bicchiere con dei ponticelli, sempre di vetro. La cosa eccezionale, oltre alla bellezza e leggerezza della tazza, sta nel fatto che le parti non sono state collegate tra di loro, ma il tutto, corpo, ponticelli e reticella esterna, è stato ottenuto da un solo blocco di vetro a strati di vari colori. Tutte le volte che l’ho vista, sono rimasto impressionato ad ammirarla, incredulo che la mano dell’uomo, nel IV secolo dopo Cristo, potesse costruire un oggetto così eccezionale.

 

Prima di uscire dal museo, diamo una sbirciatina veloce. Sul fondo della sala si notano dei frammenti di mosaico romano, con raffigurazioni di animali. La sala è poi ricca di antiche statue, di varie dimensioni, di personaggi romani e di divinità. Lascio a voi di ammirarle. Tra le altre, sono molto evidenti un torso di Ercole e una enorme testa di Giove.

 

Mi rendo conto che, davanti a tante cose meravigliose, vorreste restare qui tutta la giornata. Purtroppo non possiamo, perché abbiamo ancora molta strada da percorrere e ci attendono moltissime altre cose, ugualmente meravigliose. Non penserete di restare fermi all’impero romano tutto il giorno? No, la storia di Milano prosegue, con avventure entusiasmanti e grandi personaggi. Eh, sì, perché la storia è fatta dai personaggi che l’hanno vissuta e dalle loro imprese.

 

Chi è stato, secondo voi, il personaggio più importante della storia di Milano, dagli inizi al terzo secolo dopo Cristo, cioè in quel periodo di storia che abbiamo ripassato fino ad ora? Io penso che il primato debba essere dato proprio a lui, a Massimiano Erculeo, se non altro per le costruzioni che ha fatto eseguire e i cui resti sono rimasti fino a noi.

 

Fermiamoci quindi un attimo, prima di proseguire il nostro viaggio nella storia milanese, a fare un breve ritratto di questo personaggio, in modo da conoscere un po’ meglio il primo vero autore del passato di Milano.

 

Voltiamo dunque pagina, dove troveremo la prima scheda.

 

Scheda n. 1

Massimiano Erculeo

 

Massimiano, che tanto lustro ha dato alla città di Milano alla fine del terzo secolo, è un personaggio forse unico nella storia degli imperatori romani. Io me lo immagino come un vecchio brontolone, mai contento di quello che sta succedendo, tanto forte e abile in battaglia quanto debole e pauroso in politica.

 

Era un vecchio soldato, rude, energico, deciso, smanioso di potere, ma senza alcuna cultura. Quando l’imperatore Diocleziano gli propose di affiancarsi a lui per la conduzione dell’impero di occidente, Massimiano accettò, vedendo la possibilità di diventare imperatore lui stesso.

 

Diocleziano aggiunse al proprio nome l’appellativo "Giovio", quindi protetto dal dio Giove; Massimiano allora di fece chiamare "Erculeo", collegando così la sua forxa a Ercole.

 

Sempre brontolando, dovette accettare la decisione di Diocleziano di una formula di governo a quattro, chiamata tetrarchia, in cui l’impero romano veniva governato da due "augusti", inizialmente gli stessi Diocleziano e Massimiano, cui erano sottoposti due "cesari", nominati dagli augusti, inizialmente Galerio e Costanzo Cloro.

 

Nell’idea di Diocleziano questa formula avrebbe dovuto evitare le lotte per il potere, perché i due augusti sarebbero stati sostituiti, alla fine del loro impero, dai due cesari. Questi sarebbero quindi diventati augusti e avrebbero scelto altri due cesari, e così via, senza lotte tra discendenti, sempre rivali tra di loro.

 

Questa storia a Massimiano non piaceva. Lui voleva essere un imperatore vero, col diritto, alla fine dei suoi anni, di lasciare l’impero in eredità a suo figlio, come fanno tutti gli imperatori seri. Non trovò mai tuttavia la forza di discutere con Diocleziano.

 

Il massimo della rabbia fu quando Diocleziano decise di fare un esperimento per provare se la tetrarchia funzionava: lui e Massimiano avrebbero abdicato; Galerio e Costanzo Cloro sarebbero diventati augusti e si sarebbero nominati i rispettivi cesari.

Anche questa volta Massimiano cedette ed entrambi gli imperatori abdicarono, nel 305.

 

Comunque non si allontanò troppo da Roma. Si riparò in una villa in Campania, pronto a tornare appena possibile.

Il momento buono venne alla morte del nuovo augusto Costanzo Cloro quando, anzicchè divenire augusto il cesare da lui nominato, un certo Severo, furono nominati contemporaneamente due augusti:

 

Costantino, figlio di Costanzo Cloro, nominato dall’esercito.

Massenzio, figlio di Massimiano, nominato dal senato romano.

 

Decisamente la tetrarchia non aveva funzionato e iniziarono le lotte per il potere. Le cose si complicarono ancora di più quando il vecchio Massimiano, per tenere buono Costantino, gli diede in sposa sua figlia Fausta e considerò se stesso l’augusto più anziano, relegando il figlio Massenzio, già nominato augusto dal senato romano, al ruolo secondario di cesare.

 

Chiaramente il figlio si ribellò. Ne nacque un congresso decisionale cui partecipò non solo Massimiano, ma anche l’ex imperatore Diocleziano, costretto suo malgrado a ritornare in scena. Al congresso di Carnunto (308) fu nominato un altro augusto, Licinio, se non altro per aumentare la confusione, e Costantino sarebbe stato il suo cesare.

 

Non so se siete riusciti a tenere il conto di quanti augusti e quanti cesari comandavano contemporaneamente. Indubbiamente la situazione era della massima confusione. Per nostra fortuna Costantino, per evitarci di dover studiare troppi nomi, decise di eliminarne un po’, in modo da rimanere solo lui, unico imperatore.

 

Venne quindi alle armi, come vedremo nel prossimo capitolo, risolvendo così la situazione. Intanto il vecchio Massimiano si mise in conflitto anche con Costantino finchè, nel 310, morì, forse ucciso da Costantino stesso oppure uccidendosi da solo a Marsiglia.

 

Capitolo terzo

L’avvento del Cristianesimo

 

Riprendiamo ora la nostra storia da dove l’abbiamo lasciata, cioè dalla salita al trono imperiale di Diocleziano e dalla instaurazione della tetrarchia, di cui avete avuto qualche accenno nella prima scheda.

 

"Tetrarchia" è una parola di origine greca, che significa governo a quattro. La prima tetrarchia. Come abbiamo già visto, era composta come dallo specchietto qui sotto riportato:

 

Impero

Augusto

Cesare

Oriente

Diocleziano

Galerio

Occidente

Massimiano

Costanzo Cloro

 

Nelle intenzioni di Diocleziano, i cesari sarebbero diventati augusti alla morte o abdicazione del loro augusto e avrebbero nominato nuovi cesari. Quindi, se fosse morto Diocleziano, Galerio sarebbe diventato automaticamente augusto dell’impero d’Oriente e si sarebbe scelto un nuovo cesare. Se invece fosse morto Massimiano, Costanzo Cloro sarebbe diventato automaticamente augusto dell’impero d’Occidente e si sarebbe scelto lui un nuovo cesare.

 

Quando, nel 305, Diocleziano e Massimiano abdicarono, si costituì la seconda tetrarchia:

 

Impero

Augusto

Cesare

Oriente

Galerio

Massimino Daia

Occidente

Costanzo Cloro

Severo

 

Al primo cambio, quindi, la tetrarchia aveva funzionato. Non fu così al secondo, che avrebbe dovuto avvenire nel 306, alla morte di Costanzo Cloro.

Povero Diocleziano! E’ già difficile mettersi d’accordo quando si è solo in due; come poteva pensare che quattro persone non avrebbero mai litigato? Siate onesti. Siete sempre andati d’accordo col vostro fratellino o la vostra sorellina? Se poi ci si mettono anche gli amichetti e tutti vogliono fare la stessa cosa, nasce un po’ di disordine.

 

E così fu anche nell’impero romano. Vi furono due anni di confusione fino al 308, quando il congresso di Carnunto nominò augusto Licinio e cesare Costantino. Si formò così la terza tetrarchia ufficiale:

 

Impero

Augusto

Cesare

Oriente

Galerio

Massimino Daia

Occidente

Licinio

Costantino

 

Ma ormai i disordini erano incominciati. I cari amichetti cominciarono a venire alle mani e a farsi la guerra tra di loro. Così gli anni che seguirono furono caratterizzati da grandi battaglie tra augusti, più o meno ufficiali, e cesari.

 

Costantino sconfisse Massenzio, figlio di Massimiano; Licinio sconfisse Massimino Daia, conquistando l’Oriente; Galerio, nel frattempo, era morto di lebbra; infine Costantino sconfisse anche Licinio, rimanendo così unico imperatore dell’impero romano riunificato.

 

Costantino è stato un grande imperatore, estremamente abile sia in guerra che in politica. Era nato dal primo matrimonio di Costanzo Cloro con Elena. Pur essendo pagano, fu sempre tollerante con i Cristiani e, in punto di morte, ottenne il battesimo lui stesso. Del resto sua madre era una fervente cristiana e viene ricordata ancora oggi come Sant’Elena.

 

Con l’impero di Costantino terminarono le persecuzioni ai Cristiani, che erano durate, a più riprese, per quasi tre secoli, e la Chiesa cristiana potè mettere le basi per un periodo storico che l’avrebbe vista sempre più protagonista.

 

Ma chi erano questi Cristiani? Vedo che tutti avete alzato la mano. Certo, tutti sapete chi sono i Cristiani, ma forse non tutti sanno come hanno vissuto nei primi tre secoli della nostra Era e perché Costantino è stato così importante nella storia della Chiesa cristiana.

 

I primi Cristiani furono gli apostoli e i discepoli di Gesù Cristo, che predicò e morì in Palestina, nel periodo in cui era imperatore romano Tiberio. Dopo la morte e la resurrezione di Gesù Cristo, gli apostoli e i discepoli continuarono la sua opera di insegnamento, predicando alla gente, dapprima in Palestina, poi sempre più spostandosi ed ampliando il numero dei convertiti.

 

I Cristiani furono subito avversati in Palestina. Già nell’anno 36, quindi poco dopo la morte del Maestro, il giovane Stefano fu catturato mentre predicava e ucciso a sassate da una folla inferocita. Cinque anni dopo fu decapitato Giacomo, fratello di Giovanni l’evangelista.

 

La situazione era meno difficile a Roma. I romani erano sempre stati tolleranti verso tutte le religioni e chiunque poteva seguire la religione che voleva senza essere disturbato. Infatti l’apostolo Pietro, che si trasferì a Roma con la moglie e la figlia tra il 42 e il 43, convertì molta gente al cristianesimo e fondò numerose comunità cristiane.

Perfino Paolo, che era stato arrestato a Gerusalemme nel 58 e, essendo cittadino romano, fu inviato a Roma per un regolare processo, fu assolto nel 63 dal tribunale dell’imperatore, che a quei tempi era Nerone.

 

Qualche malumore c’era invece tra gli Ebrei, che a Roma erano numerosi, e tra i pagani non convertiti. Tra questi ultimi circolavano strani racconti, secondo i quali i Cristiani si radunavano di notte per mangiare i bambini. E’ probabile che tali racconti trovino origine nella frase eucaristica "Mangiate, questo è il mio corpo; bevete, questo è il mio sangue", che non può essere capita da chi non conosce la vita di Gesù e la religione cristiana.

 

Le cose precipitarono nel 64, quando avvenne la prima grande persecuzione. Che cosa era successo? Il 64 è stato l’anno del grande incendio di Roma. Non si sa per certo se l’incendio sia stato provocato da cause naturali o se sia stato ordinato dall’imperatore Nerone, che voleva distruggere Roma per ricostruirla, secondo lui, più bella.

Immaginatevi lo spettacolo. Nel buio della notte, fuochi e fiamme bruciavano tutta Roma e il popolo correva per le strade urlando e accusando l’imperatore.

 

Nerone ebbe paura di una rivolta popolare e dovette cercare una soluzione per dimostrare la sua innocenza. Probabilmente consigliato da qualche dignitario di corte, fece annunciare che l’incendio era stato provocato dai Cristiani e diede ordine che fossero tutti catturati e puniti, in modo che il popolo romano si tranquillizzasse e, distratto dalla caccia ai Cristiani e dagli orrendi spettacoli che ne seguirono, dimenticasse la perdita delle case e dei beni.

 

Ebbe così inizio la prima persecuzione contro i Cristiani, che fu terribile. Prima la caccia ai Cristiani, eseguita la notte dal prefetto Tigellino: I Cristiani catturati furono quindi legati alle piante che costeggiavano i viali e bruciati vivi, in modo da illuminare il percorso durante la notte. Poi furono organizzate finte gare di gladiatori romani contro i Cristiani inermi, con grande sterminio. Durante ogni spettacolo che avveniva nel Circo, divenne "di moda" inserire anche lo scempio di qualche Cristiano, lasciato nell’arena alla mercè di bestie feroci affamate.

 

Dappertutto vigeva il motto "Non licet esse Christianos", che significa che non è lecito essere Cristiani, motto che potete leggere scolpito nei pannelli della porta del Duomo di Milano, in cui lo scultore Minerbi ha riprodotto episodi della storia della Chiesa dino all’editto di Costantino, del quale parleremo tra breve.

Anche Pietro e Paolo furono uccisi durante la persecuzione di Nerone. Quando finalmente Nerone morì, facendosi uccidere da uno schiavo, i Cristiani ebbero un breve periodo di tranquillità, che durò fino alla seconda persecuzione, durante l’impero di Domiziano, alla fine del primo secolo.

 

I motivi della seconda persecuzione furono completamente diversi da quelli che avevano promosso la prima. Domiziano, per mantenere meglio il controllo su tutto l’impero, promosse un vero e proprio culto dell’imperatore, che tutto il popolo doveva adorare come un dio. E’ evidente che i Cristiani, che adoravano un altro Dio, a lui rivale, gli davano molto fastidio, per cui bisognava eliminarli.

 

A Roma i Cristiani avevano ormai molti protettori e simpatizzanti anche nelle famiglie più ricche, dove già erano avvenute numerose conversioni. Per evitare lo scempio dei corpi dei Cristiani uccisi, alcune di queste famiglie misero a disposizione dei Cristiani i loro cimiteri privati, per consentire la protezione dei loro morti. Col crescere del numero dei morti, questi cimiteri vennero scavati sempre più in profondità, costituendo l’origine di quelle che diverranno le catacombe.

 

La persecuzione di Domiziano si estese a tutta l’Italia. Tra le moltissime vittime ricordiamo, solo per fare un esempio, la famiglia del soldato romano Vitale. Vitale fu sepolto vivo, mentre i figli, Gervasio e Protasio, subirono il martirio a Milano: Oggi sono tutti venerati come santi.

Certo, la vita dei Cristiani non era per niente facile i primi tempi. Il rischio di essere catturati e uccisi era quotidiano e spesso la morte era preceduta da oltraggi e torture di ogni genere, sia per gli adulti che per i bambini.

 

Durante il secondo secolo non si può parlare di una o più persecuzioni distinte, ma di un periodo di costante persecuzione contro i Cristiani. L’impero era abbastanza stabile e fondato sul culto dell’imperatore. La gente agiata si dedicava alla lussuria e alla vita mondana, con una moralità molto discutibile. Il popolo veniva tenuto tranquillo con "panem et circenses", cioè con qualcosa da mangiare ma soprattutto col divertimento degli spettacoli nel circo. E’ evidente che i Cristiani non potevano condividere questo tipo di vita, per cui erano visti come nemici dell’impero e costantemente soggetti a persecuzioni.

 

Al contrario, fu relativamente tranquillo per i Cristiani il terzo secolo, ad eccezione di episodi sporadici, soprattutto per il continuo ricambio degli imperatori romani. Pensate che, nel periodo che va dal 192 al 284, ci sono stati ben 28 imperatori, 22 dei quali morirono assassinati.

In questo periodo il diacono Callisto, che sarebbe poi diventato papa ed è oggi noto come S. Callisto, iniziò un enorme lavoro di riorganizzazione dei cimiteri sotterranei, trasformandoli in quelle grandissime necropoli, con chilometri di corridoi, numerosissime sepolture e diverse cripte, che noi chiamiamo catacombe.

Alcune cripte furono anche dipinte, iniziando così l’arte cristiana.

 

Tra gli imperatori romani ci fu anche chi protesse i Cristiani, come Alessandro Severo, che lasciò loro piena libertà di culto e diede loro il permesso di edificare chiese. Nonostante il nome, Alessandro Severo era buono, tanto che fece incidere sulla facciata del suo palazzo la famosa frase di Gesù "Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te".

 

Nel frattempo il numero dei Cristiani aumentava sempre più. Pensate che, nel 190, in Italia c’erano soltanto tre vescovi, uno dei quali stava a Roma, l’altro a Ravenna ed il terzo a Milano. Nel 251, in un concilio tenutosi nelle catacombe, si poterono contare ben sessanta vescovi provenienti da tutta l’Italia. Quando, verso la fine del terzo secolo, divenne imperatore Diocleziano, l’impero contava milioni di Cristiani, tra il popolo, nell’esercito, tra i nobili e perfino tra i membri della famiglia imperiale.

 

Diocleziano, l’ideatore della tetrarchia, era tollerante verso i Cristiani. L’altro augusto, Massimiano, era invece un pagano convinto. Dei due cesari, Galerio era decisamente contro i Cristiani, mentre Costanzo Cloro li proteggeva.

Purtroppo Galerio era il più vicino a Diocleziano e riuscì a convincere l’imperatore a firmare una serie di editti contro i Cristiani, che avrebbero dato luogo all’ultima, e forse la più terribile, persecuzione. Tutte le chiese furono distrutte e i cimiteri sotterranei confiscati.

 

Un editto prescriveva l’obbligo per tutti i cittadini di sacrificare agli dei; chi non l’avesse fatto avrebbe dimostrato di essere cristiano e quindi sarebbe stato ucciso.

Vi furono indubbiamente Cristiani che accettarono di sacrificare agli dei, pur di aver salva la vita, ma la maggior parte preferì mantener fede alla propria religione e farsi uccidere, come l’ufficiale Sebastiano, che fu ucciso a colpi di frecce, la dodicenne Agnese, che fu decapitata, e la giovane Lucia, che fu accecata e bruciata. Anch’essi, come i martiri precedenti, sono oggi venerati come santi.

 

Capite bene che, dopo quasi tre secoli di pericoli, torture e morti, la salita al trono di Costantino, che ha liberalizzato il culto cristiano, è stata di vitale importanza per la storia, non solo della Chiesa cristiana, ma di tutto l’impero romano.

Costantino, come abbiamo già detto, era nato da Costanzo Cloro e dalla sua prima moglie, Elena. La madre era cristiana, tanto da essere venerata oggi come S. Elena. Costantino non si fece battezzare se non in punto di morte, ma fu sempre favorevole ai Cristiani.

 

Probabilmente il suo interesse per i Cristiani era soprattutto politico, in quanto questi si stavano ampliando sempre più, principalmente nelle file dell’esercito. Inoltre la cultura cristiana stava soppiantando quella pagana. I Cristiani aveva già loro scrittori, come Tertulliano, e la loro filosofia aveva le basi in quella greca, riletta e ampliata con i contenuti evangelici. Era quindi giunto il momento di tenere i Cristiani come alleati, non come nemici.

 

Nel 313, Costantino, che si trovava a Milano col collega Licinio, promulgò il famoso editto di Milano, col quale dichiarò che tutti, e quindi anche i Cristiani, avevano diritto di professare la loro fede e che dovevano essere restituiti ai Cristiani i locali nei quali essi erano soliti radunarsi.

 

Si tratta evidentemente di un editto altamente rivoluzionario. Per la prima volta la Chiesa cristiana poteva alzare la testa e guardare con sicurezza il futuro. Un futuro che le riservava nuove difficoltà e nuovi pericoli, costituiti dalle eresie e dagli scismi. "Eresia" è un vocabolo che significa "scelta". Chi si limita a scegliere alcuni pezzi dei vangeli e predica quindi un cristianesimo diverso da chi li ha letti tutti è chiamato eretico. "Scisma" invece significa separazione, ovviamente dalla Chiesa cristiana di Roma.

 

L’eresia più diffusa era quella di Ario, secondo la quale Gesù Cristo non era Dio, ma solo la migliore creatura che Dio avesse mai fatto, una specie di eroe greco, meraviglioso, eccezionale, ma non un Dio. E’ facile capire come questa idea fosse facile da diffondere in un mondo pagano, che credeva già negli dei e negli eroi, per cui i discepoli di Ario, che si chiamavano appunto Ariani, divennero presto numerosissimi.

 

Era diventato perciò indispensabile stabilire che cosa era il Cristianesimo e a che cosa la gente dovesse credere. Papa Silvestro e lo stesso Costantino organizzarono allora il primo concilio ecumenico, cioè universale, della Chiesa cristiana, che avrebbe nel 325 nella Sala Grande del palazzo imperiale di Nicea, una graziosa cittadina dell’Asia Minore. Lo stesso Costantino partecipò al concilio, dove si radunarono più di trecento vescovi, giunti da tutte le parti del mondo cristiano.

 

Durante il concilio di Nicea fu definito il credo cristiano, che non è altro che quella preghiera, chiamata appunto "Credo", che tutti i cristiani recitano ancora oggi. Se, anzicchè recitarlo a memoria, ponete attenzione alle parole del Credo, vi rendete conto che esso contiene la definizione completa della religione cristiana.

 

Nel 337 anche Costantino morì e gli successero i figli che, da bravi fratelli, cominciarono subito a litigare. Ci furono quindi circa cinquant’anni di lotte di successione, più o meno ininterrotte, durante le quali si alternarono al trono imperatori di ogni genere, dall’ariano Costanzo al pagano Giuliano, con la logica conseguenza di nuove avversità e persecuzioni nei confronti dei Cristiani.

 

Come se ciò non bastasse, il vescovo ariano Ulfila aveva tradotto la Bibbia in gotico, convertendo al Cristianesimo ariano molti popoli che vivevano ai confini dell’impero, come i Goti, i Vandali, i Longobardi, etc.

 

Anche a Milano il popolo era diviso tra cattolici e ariani e lo stesso vescovo Assenzio era ariano. Le cose cambiarono improvvisamente quando il vescovo Assenzio morì, nel 374. Iniziarono una serie di tumulti popolari per la nomina del nuovo vescovo, che si concluderanno con la nomina di Ambrogio, di cui parleremo meglio tra breve.

 

Capitolo quarto

Milano città imperiale

 

Ambrogio è stato uno dei più importanti personaggi della storia di Milano di tutti i tempi, oltre che uno tra i più grandi padri della chiesa Cristiana. A Milano ha fatto costruire numerose chiese, tra le quali quella che oggi è diventata la meravigliosa basilica di Sant’Ambrogio e dove ora ci dirigiamo.

 

Che state dicendo? Dove è il pullman? No, ragazzi, niente pullman. A piedi. Le città si visitano a piedi, perché solo così si riesce a vedere bene tutto ciò che merita, oltre al vantaggio di potersi fermare quando si vuole per poter ammirare meglio un particolare. E non ditemi che siete stanchi, perché non avete ancora incominciato a camminare.

 

Usciamo dunque dal Museo Archeologico e percorriamo, sulla destra, un pezzetto di Corso Magenta, passando davanti all’ingresso del Monastero Maggiore, che costeggiamo. Il Monastero Maggiore, che ha la facciata su Corso Magenta, ha il lato su Via Luini e termina all’incrocio con Via Ansperto. Ci siete tutti? Arrivati all’incrocio tra Via Luini e Via Ansperto, attraversiamo la strada e fermiamoci un secondo, non per riposare, ma per dare un’ultima occhiata alle torri del Circo romano, che da qui sono bellissime. In particolare, la torre di Ansperto domina l’incrocio, dandogli un aspetto medioevale, a causa dei successivi rifacimenti.

 

Se ora pieghiamo a sinistra lungo Via Ansperto e ancora a sinistra per Via Brisa, ci troviamo in piena zona romano-imperiale. Mi rendo conto che, se vi aspettavate di trovare enormi palazzi di marmo con ampie colonne e monumenti, siete rimasti delusi dallo spettacolo che vi si para davanti agli occhi. Avanzi semidistrutti di antiche costruzioni e difficili da riconoscere.

 

In effetti gli scavi archeologici hanno potuto mettere in luce solo pochi avanzi delle continue distruzioni, non ultimi i bombardamenti dell’ultima guerra mondiale. Ma questo è il fascino dell’archeologia. A dispetto delle distruzioni immani compiute dal tempo o provocate dagli uomini, scovare le più piccole tracce delle grandi culture del passato e farle rivivere, ricollocandole nella storia dell’Umanità.

 

Guardiamo questi resti più da vicino e noterete che essi prenderanno forma, pian piano, e ci mostreranno sempre più le loro caratteristiche più remote. Sarà come accade quando uscite da una lunga galleria completamente buia e vi trovate improvvisamente in una valle abbagliata dal sole. All’inizio avete difficoltà a vedere; poi le cose prendono un aspetto sempre più definito, finchè riuscite a distinguere perfettamente le case, i laghi e perfino una piccola cascatella che altrimenti non avreste neppure notato.

 

Così è con i resti archeologici. All’inizio vedete una massa informe di pietre, poi queste prendono forma e vedete le fondamenta di ampi locali, resti di colonne e perfino particolari di mosaici che il tempo ha voluto conservare. Vista con questo spirito, la costruzione che avete ora dinanzi agli occhi, incomincia a mostrare una grande sala rotonda, di circa venti metri di diametro. Tutt’intorno si aprono dei locali, alcuni dei quali visibili nelle fondamenta, disposti in modo curioso. Se osservate bene, noterete infatti che i locali maggiori si appoggiano alla circonferenza della sala col lato minore della loro pianta rettangolare, mentre il lato opposto è a semicerchio p, come dicono i tecnici, absidato.

 

Vedo che non mi state seguendo. Sto parlando troppo difficile. Proviamo a disegnare la pianta dell’edificio.

Dunque, innanzitutto ci vuole un cerchio, che costituisce la sala centrale.

 

 

Poi disegnamo un rettangolo che abbia, al posto di uno dei lati minori, un semicerchio.

 

 

Se appoggiamo il rettangolo alla circonferenza avremo un’idea della sala rotonda e di uno dei locali laterali.

Visto così, sembra quasi una cosa facile. In realtà manca ancora parecchio. Per ottenere un locale laterale completo dovrete infatti ripetere il giochino del rettangolo absidato sui due lati di quello che avete disegnato, costruendo così altri due localini laterali.

 

Avete così un’idea, anche se approssimativa, della sala e di un locale laterale. Sicuramente i locali laterali erano più di uno, costruiti con lo stesso sistema. Un secondo locale è evidentissimo sulla parte sinistra della sala circolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto il complesso ha la base costruita in ciottoli, mentre si intravedono i mattoni con cui doveva essere costruita la parte superiore, ormai distrutta. In principio si pensò trattarsi di un edificio termale, ma oggi gli archeologi sono convinti che si tratti di ambienti collegati al palazzo imperiale. Non che a Milano mancassero le terme, così come non mancavano i templi dedicati agli dei e tutti gli edifici tipici delle città imperiali.

 

Riprendete la cartina di Milano che avete utilizzato nel primo capitolo e sulla quale avete disegnato le mura tardorepubblicane, il cardo e il decumano, evidenziando il foro romano in Piazza San Sepolcro. Iniziamo ora una caccia al tesoro, sulla carta, per ricercare i monumenti più importanti della Milano imperiale.

 

Il palazzo in cui ci troviamo ora è in Via Brisa e confina con Corso Magenta e Via Santa Maria alla Porta. Non esiste un nome specifico per questo palazzo, ma gli studiosi lo chiamano "Cosiddette Terme di Via Brisa", in ricordo dell’ipotesi iniziale che si trattasse delle terme romane. Le terme invece sono state trovate in Corso Europa, dove sono tuttora visibili alcuni resti.

 

Ma che cosa erano le terme? Le terme erano una delle costruzioni più importanti delle città romane ed erano edifici costruiti per la cultura fisica. Gli edifici erano composti di palestre e spazi aperti per le attività sportive, cui si aggiungevano sempre le terme vere e proprie, che erano tre locali con acqua a diversa temperatura, come se fossero tre piscine, una con acqua calda, chiamata calidarium, una con acqua tiepida, chiamata tepidarium, e l’ultima con acqua fredda, chiamata frigidarium.

 

Proseguiamo con la nostra caccia al tesoro. Finora avete individuato le mura tardorepubblicane, il cardo, il decumano, il foro, un edificio imperiale, le terme e avete visitato i carceres del circo. Dai carceres si estendeva tutta la superficie del circo, il cui lato occidentale costeggiava tutta la Via Luini e la Via Cappuccio, fino all’altezza di Via Circo, dove incominciava la grande curva. Questa si sviluppava tra Via Circo e Via del Torchio, concludendosi all’incrocio di Via Circo con Via Medici, e di qui partiva il lato orientale, ovviamente parallelo a quello occidentale, che terminava poco distante da Via Brisa, dove ora vi trovate.

 

Altra costruzione fondamentale era il teatro. Il teatro romano aveva le stesse funzioni dei teatri attuali, era cioè il luogo degli spettacoli. Aveva la forma di un semicerchio, dove stavano gli spettatori, chiuso da un palcoscenico rettangolare con muro di fondo per le scene. Copriva l’area che occupa le attuali Via Meravigli, Via delle Orsole, Via San Vittore al Teatro e Piazza degli Affari. Non le trovate? Eppure non è difficile. Via Meravigli non è altro che il proseguimento di Corso Magenta, che già conoscete. Trovato? Bravi. Avete trovato anche le altre vie e la Piazza degli Affari? Bravissimi. Se fate caso, qui c’è il palazzo della Borsa. All’interno del palazzo esistono ancora resti delle fondazioni del teatro romano.

 

Ben diverso dal teatro è invece l’anfiteatro, o teatro doppio, conosciuto col nome di arena, che aveva la forma di un ellisse, proprio come lo stadio calcistico di San Siro, ed era utilizzato per i giochi dei gladiatori. L’arena romana di Milano è oggi completamente scomparsa, ad eccezione di alcuni resti che si intravedono in un giardino in Via De Amicis, ma il ricordo è rimasto nel nome di una via che costeggia la zona in cui sorgeva. Cercate dunque una strada chiamata Via Arena e avrete trovato il luogo. L’arena romana si estendeva fino a Via Conca del Naviglio.

 

Non l’avete trovata! Mettete il dito sulla cartina all’altezza di Corso Magenta e seguitelo, dal lato opposto a Via Meravigli, fino a incrociare Via Carducci. Ci siete? Piegate a sinistra e percorrete, sempre col dito, tutta la Via Carducci e il suo proseguimento, che si chiama Via De Amicis. Terminata Via De Amicis, sulla destra, c’è una stradina …. Ah, avete visto che c’è! Sicuro, è proprio quella la Via Arena. Però una caccia al tesoro fatta così è troppo facile. Mi sa che vi sto aiutando troppo. I templi li cercate da soli.

 

Si conosce con certezza l’esistenza di quattro templi romani a Milano:

Il tempio di Giove, che era vicino all’attuale arcivescovado, che si trova tra il Duomo e Piazza Fontana.

Il tempio di Ercole, di cui ci sono rimaste sedici meravigliose colonne, oggi poste davanti a San Lorenzo, che visiteremo tra non molto..

Il tempio del Sole, in Piazza San Babila.

Il tempio di Mercurio, che non è ancora stato localizzato.

 

Che dite? Come fate a trovare sulla cartina il tempio di Mercurio? E no, questo non lo potete trovare. Ma chissà che un domani, se qualcuno di voi vorrà fare l’archeologo, non riesca a trovarne delle tracce. Io ve lo auguro.

 

Tutt’intorno alla città c’erano, naturalmente, le mura. Le mura tardorepubblicane, che già avete disegnato, furono notevolmente ampliate da Massimiano, tanto che Milano divenne una grande fortezza, con forse più di trecento torri, delle quali abbiamo già visto la Torre di Ansperto. Per entrare e uscire dalla città c’erano le porte. Molte porte avevano nomi uguali alle porte attuali, come Porta Nuova, Porta Romana e Porta Ticinese, ma erano spostate molto più all’interno.

 

Se le volete trovare, vi do gli indirizzi, altrimenti non importa, saltate pure lo specchietto e riprendiamo la passeggiata.

 

LE PORTE DELLE MURA DI MASSIMIANO

NOME DELLA PORTA

UBICAZIONE

Nuova

Incrocio tra Via Manzoni e Via Montenapoleone

Orientale

Piazza San Babila

Romana

Incrocio tra Corso di Porta Romana e Via Maddalena

Ticinese

Carrobbio

Vercellina

Incrocio tra Via Meravigli e Via Santa Maria alla Porta

Giovia

Via San Giovanni sul Muro

Comasina

Incrocio tra Via Broletto e Via del Lauro

 

Particolarmente importante era evidentemente Porta Romana, perché di lì partiva la strada per andare a Roma. Il primo tratto di questa strada, corrispondente all’attuale Corso di Porta Romana dall’incrocio con Via Maddalena, dove c’era la porta, all’incrocio con Via Santa Sofia, era un’enorme via, larga più di nove metri, fiancheggiata da portici. Poco oltre, all’incrocio con Via Lamarmora, c’era un imponente arco di trionfo.

 

Abbandoniamo, per il momento, Milano romana e riprendiamo la nostra passeggiata, dalle cosiddette terme di Via Brisa. Percorrendo Via Brisa, dal lato opposto a Corso Magenta, incontriamo sulla destra Via Vigna. Se fate caso, passando, noterete, nel cortile del n. 1 di Via Vigna, altri resti del Circo romano. Camminiamo lungo tutta la Via Vigna e la consecutiva Via Santa Valeria, giungendo così ad un largo spiazzo, costituito da Largo Gemelli, su cui si affaccia l’ingresso dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e da Piazza Sant’Ambrogio.

 

Piazza Sant’Ambrogio ha una forma molto curiosa, costituita da una "V" capovolta, che si allarga in fondo al lato più lungo, così:

 

Percorrendo il lato corto, tra la Caserma Garibaldi e il Tempio della Vittoria, che è il monumento costruito dopo la prima guerra mondiale per i milanesi caduti in guerra, e piegando a sinistra si arriva all’ingresso della basilica.

 

No, non si arriva, perché vedo che vi siete fermati. E adesso che fate? Perché vi siete seduti sulle panchine che sono sull’angolo? Non ditemi che siete già stanchi. Ah, ho capito. I resti della Milano romana non vi hanno fatto dimenticare che è giunta l’ora della merenda. E va bene. Fate pure la merenda. Però, attenzione. Dobbiamo mostrare che siamo, non solo archeologi e studiosi delle antichità di Milano, ma anche e soprattutto delle persone civili. Quindi, niente carte per terra, ma nei cestini per i rifiuti. Siamo d’accordo?

 

Bene, un quarto d’ora per la merenda, dopo di che proseguiamo. Ci aspetta la Basilica di Sant’Ambrogio, forse il più importante complesso religioso della storia di Milano. Ma chi era questo Sant’Ambrogio? Perché non parliamo un po’ di lui, visto che è stato così importante nella storia della Chiesa e in quella di Milano? Proviamo a conoscerlo, anche se a grandi linee, nella seconda scheda del nostro racconto, che dedicheremo proprio a lui.

 

 

Scheda n. 2

Sant’Ambrogio

 

Il legame tra Milano e Sant’Ambrogio è forse il più stretto che vi sia mai stato tra una città e un vescovo, tanto che, non solo la festa di Milano è il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, ma soprattutto i cittadini di Milano si fregiano del nome di "ambrosiani".

 

Ambrogio era un uomo di grande cultura e coraggio. Conosceva bene il greco, aveva studiato legge e, a soli trent’anni, era governatore della Liguria e dell’Emilia.

Quando, come abbiamo visto, morì il vescovo di Milano Assenzio, nel 374, Ambrogio era magistrato civile dell’imperatore e avviato ad una brillante carriera politica, amato da tutti per le sue doti di giustizia.

 

Furono proprio la morte di Assenzio e i tumulti che ne conseguirono che cambiarono la vita di Ambrogio. Mandato dall’imperatore a Milano a controllare la situazione, il popolo si innamorò di lui e volle che fosse lui il nuovo vescovo di Milano.

Ambrogio non era cristiano, tuttavia l’idea gli piacque a tal punto che, nel giro di pochi giorni, fu battezzato, ordinato sacerdote e consacrato vescovo.

 

La consacrazione avvenne il 7 dicembre, ancora oggi festeggiato come giorno di Sant’Ambrogio. Donati tutti i suoi beni ai poveri, dedicò tutta la sua vita a stabilire un nuovo rapporto tra la Chiesa cristiana e lo Stato, costituito dall’imperatore. Era un’idea rivoluzionaria per quei tempi. La Chiesa cristiana, appena uscita dal periodo delle persecuzioni e ancora in lotta contro le eresie, avrebbe dovuto diventare tanto potente da poter imporre la sua volontà all’imperatore.

 

Per prima cosa fu necessario per Ambrogio farsi riconoscere come autorità dai vari imperatori che si successero durante il suo episcopato. Egli scriveva loro moltissimo. Qualsiasi cosa un imperatore facesse, Ambrogio gli scriveva per rimproverarlo, se aveva fatto male, o per congratularsi, nei rari casi in cui aveva fatto bene. Ma soprattutto gli imperatori romani dovevano ricordarsi che, come tutti i cittadini romani dovevano prestare il servizio militare al loro sovrano, così l’imperatore doveva offrire i suoi servizi a Dio, e la volontà di Dio era quella scritta da Ambrogio.

 

Il popolo milanese era sempre dalla parte di Ambrogio, anche e soprattutto quando lui si metteva in contrasto con un imperatore. L’imperatrice Giustina, che era ariana, voleva che a Milano ci fosse almeno una chiesa per gli ariani. Ambrogio si oppose, sostenendo che l’imperatrice non poteva chiedergli ciò che non era suo, ma di Dio. Istituì così il principio che le cose di Dio non sono soggette al potere imperiale e che ci sono cose in cui lo Stato deve sottomettersi alla Chiesa.

 

L’episodio più famoso dell’episcopato di Ambrogio rimane comunque la penitenza dell’imperatore Teodosio. Nel 390, Teodosio era a Milano, quando gli giunse notizia di una sommossa avvenuta a Tessalonica, in cui rimase ucciso il comandante della guarnigione. Arrabbiato, l’imperatore ordinò una strage in cui morirono almeno settemila cittadini di Tessalonica.

 

Ambrogio, come sua consuetudine, non perse tempo e scrisse subito all’imperatore dicendo, tra l’altro, la famosa frase "Non oserò offrire il sacrificio se intendi assistervi", che, detto in termini più semplici, significa che Teodosio non avrebbe più potuto partecipare alla celebrazione della Santa Messa.

In pratica, Ambrogio accusava l’imperatore di assassinio, e gli assassini non possono entrare in chiesa, se non per fare penitenza. L’imperatore dovette cedere e fece pubblica penitenza nella cattedrale di Milano.

 

A parte questo episodio, il rapporto tra Ambrogio e Teodosio fu sempre buono e il vescovo ottenne molti privilegi per la Chiesa da parte dell’imperatore. Il più importante fu l’editto di Tessalonica, del 380, con cui si stabiliva che la religione ufficiale dell’impero romano era la religione cattolica e che tutte le chiese ariane fossero cedute ai cattolici. Ariani rimasero solo i barbari che vivevano fuori dall’impero.

 

Ambrogio morì il 4 aprile del 397, a circa sessant’anni di età, dopo aver costruito chiese, partecipato a concili e battezzato moltissimi uomini, tra i quali quello che sarebbe diventato Sant’Agostino, ma soprattutto dopo aver rivalutato il ruolo della Chiesa cristiana, dando inizio ad un lunghissimo periodo in cui il popolo sarebbe stato guidato in primo luogo dal suo vescovo, che diventava quindi l’autorità più importante.

 

Capitolo quinto

Milano città basilicale

 

 

 

 

Bene avete terminato la vostra merenda? Bravi. Ora che avete sistemato tutto possiamo riprendere la passeggiata. Stavamo costeggiando Piazza S.Ambrogio e avvicinandoci all’ingresso della basilica.

 

Prima però, osservate una curiosità, che sfugge sempre al viandante frettoloso. Appena fuori dalla cancellata sul lato sinistro di chi guarda l’entrata della basilica, c’è un antica colonna romana, che forse apparteneva ad un palazzo regio.

 

Varchiamo ora la cancellata ed entriamo nell’atrio della basilica di S.Ambrogio, che si presenta come un grande cortile rettangolare, completamente circondato da portici.

L’atrio è molto più moderno dei tempi che stiamo trattando, perché la sua costruzione avvenne presumibilmente verso la fine del 1100, e sotto il portico sono raccolti frammenti di sculture, tombe, colonne di tutte le epoche.

 

Attraversato l’atrio, entriamo nella basilica.

Ricordandoci però che la basilica è un luogo dove ci si ritrova a pregare, per cui non possiamo disturbare.

Entriamo quindi ordinati ed in silenzio, in modo da non dar fastidio e turbare la quiete del luogo sacro.

 

Stupiti? Sì, avete ragione. Tutto l’insieme che vi si presenta è veramente meraviglioso. È difficile dire se sia più bello l’esterno o l’interno della basilica, tanto tutto è stupendo. Anche l’interno, con quelle ampie colonne, con il soffitto tutto a volte, e l’altare d’oro, e il grande mosaico sul fondo, tutto è semplicemente meraviglioso.

Costeggiamo in silenzio il fianco destro dell’interno della basilica e proseguiamo verso il fondo. Verso la fine, troveremo sulla destra una piccola galleria e quindi, sulla sinistra, un cancello, attraverso il quale si giunge ad una cappella, denominata "Sacello di S. Vittore in Ciel d’Oro".

 

"Sacello" è una parola che deriva dal latino "sacellum", diminutivo dell’aggettivo "sacrum". In altre parole, "sacello" significa semplicemente "luogo sacro". Il sacello cristiano è normalmente una cappella dedicata a qualcuno o qualcosa. Il sacello che state ammirando è quello di S. Vittore, martire cristiano ucciso durante la persecuzione di Diocleziano.

 

La costruzione del sacello è precedente l’episcopato di Ambrogio. La cappella si presentava allora molto semplice e povera. Ambrogio amava molto questa cappella, tanto che vi fece seppellire anche suo fratello Satiro e costruì lì vicino quella che sarebbe poi diventata la basilica di S. Ambrogio. Il soffitto non era ancora così bello. Il mosaico d’oro che vedete ora è stato aggiunto quasi un secolo dopo la morte di Ambrogio ed è a causa di questo meraviglioso soffitto che la cappella viene chiamata "Sacello di S. Vittore in Ciel d’Oro". Sotto la cappella c’è una cripta, cioè un’altra cappellina sotterranea, dove si vedono ancora i resti delle tombe dei due santi. S. Vittore e S. Satiro.

 

Il sacello di S. Vittore non era l’unica costruzione cristiana presente a Milano quando Ambrogio divenne vescovo. Sicuramente c’erano almeno tre basiliche: Basilica Vetus (o basilica vecchia), Basilca Porziana e Basilica Nova. Delle prime due non sono ad oggi state scoperte tracce che le possano identificare con certezza, mentre la terza era nell’attuale Piazza del Duomo, ed era la cattedrale di Milano, cioè la chiesa più importante della città.

 

Ambrogio arricchì la cattedrale con un grande battistero a otto lati e fece costruire quattro nuove basiliche: Basilica Apostolorum, Basilica Virginum, Basilica Salvatoris e Basilica Martyrum.

Che cosa dite? Perché nomi latini? Beh, non è colpa mia. Al tempo di Ambrogio l’italiano non esisteva ancora e tutti parlavano latino. Comunque se non vi piace, non c’è problema, perché possiamo benissimo chiamarle con i loro nomi italiani.

Potremmo anche non chiamarle affatto, perché l’unica che incontriamo nel nostro percorso è la Basilica dei Martiri, che altro non è se non l’attuale Basilica di S. Ambrogio, dove ci troviamo in questo momento.

 

Se volete avere qualche informazione in più e cercare sulla vostra cartina di Milano l’ubicazione di queste tre grandi basiliche fatte costruire da S. Ambrogio, leggete il prospetto che segue, nel quale diamo qualche accenno di ciascuna.

Se invece avete fretta di proseguire con la passeggiata, tralasciate pure il prospetto e proseguite con il racconto, che ci porterà a conoscere più nei dettagli la Basilica di S. Ambrogio e la sua evoluzione nei secoli.

A voi la scelta.

 

BASILICA DEGLI APOSTOLI

 

La basilica degli Apostoli, o Apostolorum, fu costruita sull’attuale Corso di Porta Romana, nel luogo ove ora sorge la Basilica di S. Nazaro Maggiore. Accoglieva le reliquie degli apostoli Luca, Giovanni, Andrea e Tommaso e quelle di S. Nazaro.

La basilica ha la pianta a forma di croce, arrotondata sul fondo per far posto alla parte finale, che si chiama abside.

 

BASILICA DELLE VERGINI

 

La basilica delle Vergini, o Basilica Virginum, sorgeva all’inizio dell’attuale Corso Garibaldi, ed è oggi nota col nome di S. Simpliciano, che è stato vescovo di Milano subito dopo Ambrogio e ne ha completato la costruzione. È la più grande delle basiliche fatte costruire da Ambrogio.

 

BASILICA DEL SALVATORE

 

La Basilica del Salvatore, o Basilica Salvatoris, non esiste più, perché è stata demolita circa due secoli fa per costruire i giardini pubblici.

Si trovava vicino all’attuale Porta Venezia.

 

 

La quarta è la Basilica dei Martiri, o Basilica Martyrum, chiamata in seguito Basilica di S. Ambrogio, in ricordo del suo fondatore.

Ambrogio dedicò la costruzione ai martiri, dopo aver ritrovato le salme dei martiri Gervasio e Protasio, figli di S. Vitale, uccisi a Milano durante la persecuzione di Domiziano. La Basilica dei Martiri conteneva due loculi, cioè due piccoli vani, sotto l’altare. In uno Ambrogio fece deporre le salme dei due martiri, mentre l’altro restò vuoto in attesa delle spoglie dello stesso Ambrogio, che vi furono collocate alla sua morte, avvenuta nel 397.

 

Ritorniamo sui nostri passi, uscendo dal Sacello di S. Vittore in Ciel d’Oro, e rientriamo nella basilica vera e propria.

Una basilica, come in genere qualsiasi chiesa antica che sia sopravvissuta nei tempi, è un insieme di tante costruzioni avvenute in tempi diversi.

 

Immaginate di prendere un gioco di costruzioni e di voler costruire una chiesa. Quando avete finito la costruzione, viene a trovarvi un vostro amico a cui non piace la vostra costruzione. Allora, senza che voi lo vediate, ne toglie dei pezzi ed effettua tutte le modifiche ed aggiunte che ritiene necessarie per avere una chiesa giocattolo come piace a lui.

Purtroppo il vostro amico è disordinato e abbandona il tutto in mezzo ad un corridoio. Così la mamma, facendo le pulizie, non la nota e abbatte tutto con la scopa.

Allora voi vi mettete a ricostruirla, ma intanto avete avuto idee nuove e la ricostruite più grande e più bella. Tutto questo avviene una, due, dieci volte, ed ogni volta la costruzione viene modificata o rifatta.

 

Qualcosa di simile è avvenuto più o meno per tutte le chiese. La costruzione viene abbattuta più volte per le distruzioni provocate dalle guerre e più volte ricostruita, col passare dei secoli, secondo i gusti del momento. In più, ogni secolo, vuol lasciare la sua impronta e gli architetti del medio evo modificano le chiese paleocristiane, che verranno poi nuovamente modificate dagli architetti del rinascimento, e così via, in modo che diventa difficile oggi capire come era fatta la chiesa originale e quali aggiunte o modifiche sono avvenute successivamente.

 

In particolare, per quanto riguarda la Basilica di S. Ambrogio, possiamo molto grossolanamente dividere la costruzione in tre periodi diversi.

 

Il primo periodo, corrispondente al quarto secolo, è quello più antico. Di questo periodo non è rimasto molto: le colonnine sopra l’altare, un sarcofago, alcuni basamenti di colonne romane.

 

Al secondo periodo collochiamo le prime grandi trasformazioni dei secoli ottavo e nono, quando è stata ricostruita tutta al parte della chiesa dove si trova l’altare, che viene rialzata per costruirvi sotto la cripta, o cappella sotterranea. In questo periodo è stato aggiunto il primo campanile, che è quello più basso, e viene chiamato Campanile dei Monaci.

 

Nel terzo periodo, in cui mettiamo i secoli undicesimo e dodicesimo, viene rifatto tutto il corpo centrale della basilica. I corridoi laterali vengono rialzati, fino a diventare di due piani, così che al piano superiore si collocano i matronei, o posti riservati alle donne. Ovviamente anche la facciata della basilica diventa di due piani. Davanti alla facciata viene costruito l’atrio e, sul fianco opposto al Campanile dei Monaci, viene costruito un altro campanile, più alto, chiamato Campanile dei Canonici.

Contemporaneamente vengono costruite, abbattute e modificate più volte le cappelle laterali della basilica, i muri vengono arricchiti di affreschi, i numerosi danni provocati di volta in volta da crolli e devastazioni vengono riparati con modifiche più o meno significative della struttura.

 

Nell’insieme, dal terzo periodo in poi, la struttura è rimasta prettamente romanica. Ne siete convinti? E dovete dire sì, altrimenti rischiate di fare una brutta figura.

Però, dopo che avete detto sì, vediamo di spiegarci un po’ meglio, così che la prossima volta saprete tutto, o quasi. sulle basiliche romaniche.

 

Con al parola "romanico" intendiamo le forme in uso nel medio evo ottenute per modifiche successive delle originali forme latine, cioè romane.

In particolare, per quanto riguarda la basilica, questa deriva dall’antica basilica romana, che era un edificio a base rettangolare con uno dei lati corti arrotondato, ed era utilizzata come tribunale. Nel lato arrotondato sedeva i giudice. Dopo l’editto di Costantino e la conseguente costruzione di chiese cristiane, queste utilizzarono la stessa forma della basilica romana, aggiungendole due vani laterali, che le davano la forma a croce. A seconda delle dimensioni e della posizione dei vani laterali, possiamo avere la pianta a croce latina o la pianta a croce greca.

 

Non è difficile. La croce latina è la croce che tutti voi conoscete benissimo. È quella su cui è stato crocifisso Gesù ed è costituita da due rettangoli incrociati, uno dei quali è più corto dell’altro. La croce greca è fatto allo stesso modo, ma i due rettangoli hanno la stessa lunghezza.

 

Aiutiamoci con un disegnino.

 

 

Sul lato opposto all’entrata nella basilica si trova la parete arrotondata. Prendiamo ad esempio una basilica con pianta a croce latina, come del resto è la Basilica di S. Ambrogio, e notiamo che essa è divisa in quattro parti:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A – Navata

B – Transetto

C – Presbiterio

D – Abside

 

 

 

Col crescere di importanza delle basiliche e con l’aumentare della popolazione dei fedeli, le navate delle basiliche divennero tre, una navata centrale e due navate laterali, ciascuna delle quali aveva una larghezza pari alla metà della navata centrale.

 

 

 

 

La divisione tra le navate era fatta con file di colonne. Di particolare importanza divenne il presbiterio, che era la parte della chiesa dove il sacerdote celebrava la messa.

 

Per consentire a tutti di poter vedere il sacerdote, il presbiterio veniva costruito più in alto rispetto al piano delle navate e sotto il presbiterio, in posizione seminterrata, veniva costruita una cripta, cioè una specie di cappella in cui si conservava la tomba del santo che aveva dato il nome alla basilica.

Nel caso della Basilica di S. Ambrogio, nella cripta si trovano le salme dei santi Ambrogio, Gervasio e Protasio.

 

Le navate laterali erano a due piani, un piano inferiore per gli uomini e un piano superiore, chiamato matroneo, per le donne.

 

Per quanto riguarda la facciata, le chiese romaniche si riconoscono subito per la caratteristica forma a capanna. Sì, proprio la capannina che disegnavate quando eravate bambini o, se preferite, la capannina del presepe, col tetto a doppio spiovente.

 

 

Il campanile era molto semplice, a base quadrata. Rivediamo ora, con queste brevi informazioni, la nostra Basilica di S. Ambrogio.

 

S. Ambrogio ha la particolarità di essere stata costruita senza transetto, per cui, dal punto in cui ci troviamo ora, appena usciti dal Sacello di S. Vittore in Ciel d’Oro, ci troviamo davanti direttamente il presbiterio sopraelevato, sul quale si trova un grande "baldacchino", che si chiama ciborio, contenente l’altare d’oro.

In alto, sopra la nostra testa, la grande cupola. Ci accingiamo ora a visitare la Basilica di S. Ambrogio e a riconoscere le cose più importanti ivi contenute.

 

Vi ricordate tutti i nomi che abbiamo imparato? Quasi? Prima di incominciare al visita, facciamo un rapido riepilogo, così che poi non avremo più problemi a capirci. Siete d’accordo? Se invece li ricordate tutti, passate pure al prossimo capitolo.

 

LA BASILICA ROMANA

Dizionario dei termini

NAVATA

Salone rettangolare, in cui si collocano i fedeli, compreso tra due mura e file di colonne.

TRANSETTO

Salone rettangolare che taglia la navata centrale formando una croce.

PRESBITERIO

Parte della chiesa, oltre il transetto, in cui si trova l’altare.

ABSIDE

Parte finale della chiesa, oltre il presbiterio, normalmente a forma di semicerchio.

CRIPTA

Cappella sotterranea, sotto il presbiterio, che conserva la tomba del santo che ha dato il nome alla chiesa.

MATRONEO

Galleria sopraelevata, posta sopra le navate laterali, riservata alle donne.

CIBORIO

Baldacchino a quattro colonne posto sopra l’altare.

CUPOLA

Soffitto sopraelevato rispetto al tetto della chiesa, posto all’incrocio tra la navata centrale e il transetto. Può avere forma semisferica o a spicchi.

 

 

 

Capitolo sesto

Da S. Ambrogio a S. Lorenzo

 

 

 

La Basilica di S. Ambrogio, come abbiamo visto, è stata fatta costruire dallo stesso Ambrogio, quando questi era vescovo di Milano, e fu da lui consacrata il 19 gennaio dell’anno 368. Nei secoli che seguirono la basilica fu più volte abbattuta e rifatta, modificata e ampliata, fino a raggiungere l’aspetto attuale.

 

Il pavimento della basilica ha tre livelli che, partendo dal più basso, sono quello della cripta, quello delle navate e quello del presbiterio.

Si può raggiungere la cripta attraverso le scalette poste ad entrambi i lati del presbiterio, una è proprio qua, dove ci troviamo ancora, essendo appena usciti dalla visita al Sacello di S. Vittore in Ciel d’Oro. Scendiamo dunque questi pochi gradini, e ci troviamo in una specie di chiesetta a livello di seminterrato, suddivisa in cinque piccole navate e illuminata da tre finestre. La forma è ancora quella originale dell’ottavo secolo, anche se le colonne sono state sostituite due secoli fa, durante un’opera di ricostruzione e sistemazione. Alla nostra sinistra c’è un sacello moderno in cui sono state ricomposte sopra un altare e racchiuse in un’urna d’argento e di cristallo le spoglie di S. Ambrogio, in mezzo a quelle dei due martiri Gervasio e Protasio.

 

Prendiamo ora al scaletta opposta a quella per la quale siamo scesi in cripta e risaliamo in superficie, sul lato sinistro della basilica. Per evitare dubbi tra sinistra e destra, ricordiamoci di posizionarci sempre con le spalle verso l’entrata di una chiesa e gli occhi verso l’altare. Così facendo diciamo che il Sacello di S. Vittore in Ciel d’Oro si trova sulla destra della basilica, mentre ora noi ci troviamo sul lato sinistro. Al centro c’è il grande ciborio, o baldacchino, contenente l’altare d’oro.

Già la prima basilica fatta costruire da Ambrogio conteneva un ciborio che utilizzava quattro colonne in porfido provenienti da un edificio pagano. Poi il ciborio originale è stato distrutto, ma si sono conservate le colonne, che sono le stesse che state ammirando. Molto più recenti, dal nono secolo in poi, sono invece i capitelli e la parte superiore del ciborio.

 

Perché, quando dico parte superiore, voi guardate in basso? Eh, già, l’attrazione dell’oro! Invece di guardare il ciborio state ammirando l’altare che gli sta sotto. Avete ragione, si tratta veramente di un capolavoro, ed è per questo che è tutto protetto da un’urna di cristallo di sicurezza.

L’altare è stato fatto costruire dall’arcivescovo di Milano Angilberto II, verso la metà del nono secolo, ed è formato da una grande cassa di legno ricoperta ai quattro lati da lamine d’oro e d’argento, con ricchezza di pietre preziose e di smalti.

 

Più in particolare, il lato rivolto verso la navata centrale, e quindi verso il popolo, viene chiamato fronte aurea, in quanto costituito da tanti quadrati d’oro, sui quali sono raffigurati episodi della vita di Gesù, mentre il lato opposto, chiamato fronte argentea, contiene quadrati d’argento con raffigurazioni della vita di S. Ambrogio. Se volete fare bella figura e passare per intenditori, vi dirò che quelli che io ho chiamato molto semplicemente "quadrati" si chiamano "formelle". Se invece non volete, non importa; ci siamo capiti ugualmente.

 

Dietro l’altare si trova l’abside, nel cui soffitto si può ammirare un grande mosaico, risalente al sesto secolo ma restaurato diverse volte fino ad oggi.

Se costeggiamo ora il fianco sinistro della basilica in direzione dell’entrata, incontriamo un pezzo veramente eccezionale.

 

Si tratta di un sarcofago paleocristiano, comunemente chiamato sarcofago di Stilicone, collocato sotto il grande pulpito, circa a metà della lunghezza della navata centrale.

L’avete trovato? Sì, è proprio quello, protetto da una bassa cancellata.

È una grande tomba in marmo, del tempo dell’episcopato di Ambrogio, in cui sono state sepolte tre salme, purtroppo non identificate. Il nome gli deriva da quello del generale romano Stilicone, la cui salma si pensava vi fosse deposta. Indipendentemente dal nome, si tratta di un’opera meravigliosa, tutta bassorilievi con raffigurazioni sacre.

 

Il pulpito è appoggiato sul sarcofago e, per la parte sporgente, su nove colonnine, che formano il disegno di un rettangolo.

 

 

Ne manca una, dite voi, per completare il rettangolo. È vero. La colonnina mancante è sostituita dalla scala che serve per salire sul pulpito, dove andava il celebrante per commentare i libri sacri durante le cerimonie. Allora non esistevano i microfoni e gli altoparlanti, per cui era necessario, per far giungere la voce del predicatore a tutto il popolo che si radunava in una chiesa così grande, che questi si collocasse in mezzo alla chiesa, sul pulpito appositamente costruito.

 

Siete convinti che una visita, sia pure frettolosa, alla Basilica di S. Ambrogio, era necessaria? Quante cose meravigliose abbiamo visto in una volta sola!

Prima di abbandonare S. Ambrogio, soffermiamoci ancora un attimo nell’atrio e diamo un ultimo sguardo alla facciata della basilica. Eccola lì, con le sue due torri. Sulla destra il tozzo campanile dei monaci e sulla sinistra quello più slanciato dei canonici.

In mezzo, la facciata vera e propria, costituita da una parte inferiore, che si chiama nartece, e da un loggiato superiore, con tetto a forma di capanna. Da questo loggiato il vescovo, circondato dai dignitari comunali, usava parlare al popolo che si radunava su tutto l’atrio.

 

Usciti dall’atrio, ci troviamo di fronte ad una doppia porta, ricostruzione di quella medioevale, denominata pusterla, o piccola porta, di S. Ambrogio.

Pieghiamo subito a sinistra per Via Lanzone, che percorriamo interamente, fino a trovarci al bivio, dove la strada si divide in Via Cappuccio, a sinistra, e Via del Torchio a destra.

Avanti qualche metro in Via Cappuccio ci sono ancora alcuni resti del Circo romano, che era qui alla sua curva finale.

 

Via del Torchio ci porta invece direttamente ad una larga piazza, denominata Carrobbio. Qui sorgeva l’antica Porta Ticinese delle mura di Massimiano. Ne è rimasto un pezzo delle due torri di cui era composta, tanto nascosto che nessuno lo vede, se non sa esattamente dove si trova. State quindi bene attenti. Siamo arrivati da Via del Torchio. Giunti al Carrobbio, giriamo subito a sinistra. Eccola lì, la torre, addossata a costruzioni moderne, completamente nascosta a chi non è curioso come noi. È alta circa nove metri ed è costruita in mattoni. Chiudeva, da un lato, la porta dalla quale si doveva passare per andare a Pavia.

 

Altre due Porte Ticinesi sono state costruite, nel tempo, sempre più distanti dal centro, man mano che la città si allargava.

Una risale al Medioevo (XII secolo), anche se è stata successivamente risistemata e arricchita. Si trova all’incrocio tra Corso di Porta Ticinese e Via De Amicis e faceva parte della cerchia di mura costruita tutt’intorno a Milano dopo le distruzioni provocate dal Barbarossa, di cui parleremo più avanti.

L’altra invece è quella che tutti i Milanesi conoscono e chiamano ancora oggi Porta Ticinese. Si trova alla fine di Corso di Porta Ticinese e fu costruita nei primi anni del 1800, su disegno del grande architetto Luigi Cagnola.

 

Ne nasce una curiosa considerazione. Se guardiamo il Corso di Porta Ticinese, lo possiamo dividere in due tronconi, ciascuno dei quali delimitato da due porte, chiamate sempre Porta Ticinese.

 

Aiutiamoci con il solito foglietto di carta e la matita, e disegniamo un doppio segmento, che rappresenta Corso di Porta Ticinese.

 

 

Dividiamolo ora in due tronconi, il primo dei quali leggermente più corto del secondo, e individuiamo le porte nei tre punti risultanti.

……

Abbiamo così riconosciuto:

 

P1 = Porta Ticinese di epoca romana

P2 = Porta Ticinese di epoca medioevale

P3 = Porta Ticinese di epoca moderna

 

Se poi spingiamo il nostro naso curioso un poco oltre la strada, ci accorgiamo che, subito al di là delle case prospicienti il Corso, si estende un’ampia zona verde, comunemente denominata Parco delle Basiliche, perché collega in una bella passeggiatina le Basiliche di S. Lorenzo e S. Eustorgio.

 

 

 

Ricapitolando, abbiamo scoperto:

 

P1 = Porta Ticinese di epoca romana

P2 = Porta Ticinese di epoca medioevale

P3 = Porta Ticinese di epoca moderna

SL = Basilica di San Lorenzo

SE = Basilica di Sant’Eustorgio

 

Purtroppo il tempo che abbiamo a disposizione non ci consente di visitare tutta Milano, impresa per la quale non sarebbe sufficiente un giorno solo, e dobbiamo rinunciare alla visita della Basilica di Sant’Eustorgio. Ci soffermeremo invece a San Lorenzo, che si trova sul nostro percorso di oggi.

 

Riprendiamo quindi il cammino. Non ditemi che siete già stanchi di camminare! E avete fame? Ma voi non pensate altro che mangiare? E invece no. Prima S. Lorenzo poi, proprio nel Parco delle Basiliche, ci fermeremo per il pranzo. Siete d’accordo?

 

Bene. Incamminiamoci quindi lungo il Corso di Porta Ticinese e, dopo pochi passi, raggiungiamo S. Lorenzo, che domina imponente un ampio slargo, arricchito con sedici colonne romane e una grande statua.

Le colonne sono veramente maestose, con la loro altezza di ben otto metri e mezzo. Risalgono senz’altro ai primissimi secoli dell’impero romano, probabilmente al periodo degli imperatori della casa flavia e comunque non più recenti del II secolo. Non si conosce la loro origine, ma sicuramente non sono state costruite nel luogo in cui oggi le possiamo ammirare. È probabile che appartenessero ad un antico tempio romano e che siano state trasportate qui nel quarto secolo.

 

Tra le colonne e la basilica di S. Lorenzo si trova una statua in bronzo, riproduzione di una statua originale, conservata in S. Giovanni in Laterano a Roma, raffigurante l’imperatore Costantino.

 

La basilica di S. Lorenzo è indubbiamente uno tra i più maestosi monumenti di Milano. È difficile stabilire una data di costruzione dell’impianto, tante volte esso è stato distrutto e successivamente ricostruito, pur conservando sempre le caratteristiche originali, che sono quelle di una basilica a pianta quadrata, leggermente arrotondata, con i quattro angoli disposti secondo i punti cardinali.

 

A destra dell’altare maggiore ci sono due capitelli corinzi del primo secolo, che vedremo durante al nostra visita alla basilica, e, nella cappella di S. Ippolito, nell’angolo est della basilica, ci sono colonne in marmo africano con capitelli del secondo secolo. Questo però non ci deve far pensare che la basilica sia di quell’epoca, perché gli architetti, sia quelli antichi che quelli più recenti, hanno sempre avuto l’abitudine di utilizzare pezzi recuperati da costruzioni distrutte per costruire altre costruzioni loro affidate, spostando i pezzi anche molto lontano.

 

Mi aiuto con un esempio facile facile.

Frugando tra le vecchie cose di famiglia, avete trovato alcune statuine da presepio che la vostra mamma ha conservato, fin da quando ero bambina. Vi viene voglia di costruire un presepio, utilizzando tante, tante statuine. Fate il giro dei parenti, e scoprite che la nonna ha conservato una madonnina del secolo scorso, che era un ricordo della sua madrina. Molti parenti vi danno statuine di varie epoche, ma ancora il presepio non viene grande e bello come vorreste voi. Allora convincete la mamma e il papà a comprarvi numerose statuine moderne, da unire a quelle che avete recuperato e costruite il presepio.

 

Rispondete ora alla domanda: di che epoca è il presepio che avete costruito? È difficile rispondere, non è vero?

In architettura avviene più o meno la stessa cosa, con la differenza che normalmente l’architetto costruisce secondo il suo stile e quello della sua epoca. Perciò, anche se molto materiale è di recupero, lo stile di una costruzione è quello che ci aiuta di più nell’assegnarla ad un secolo piuttosto che ad un altro.

 

Per quanto riguarda la basilica di S. Lorenzo, si riconoscono almeno tre stili, corrispondenti evidentemente alla costruzione più antica e alle due ricostruzioni più significative.

 

La costruzione più antica può essere assegnata all’incirca all’anno 400, mentre due grosse ricostruzioni sono avvenute rispettivamente nel XII e XIV secolo.

Nell’anno 400 Milano era ancora sede dell’imperatore e il Palazzo imperiale doveva essere molto fiorente. Oggi non si trovano più tracce del Palazzo imperiale, che comunque doveva sorgere nelle vicinanze, tanto gli archeologi dicono che la costruzione originale di S. Lorenzo era la Basilica palatina, cioè la basilica del palazzo imperiale.

 

La basilica doveva essere molto frequentata, grazie alla sua posizione. Essa si trovava infatti appena fuori le mura romane, e precisamente fuori Porta Ticinese, sulla strada per Pavia, città di origini antichissime e di fondamentale importanza come punto di passaggio verso le vie fluviali del Ticino e del PO. Inoltre, nelle vicinanze di S. Lorenzo sorgevano il Circo, di cui abbiamo visto alcuni resti, e l’anfiteatro, che si trovava poco oltre la Porta Ticinese medioevale, oggi quasi completamente scomparso.

 

La costruzione originale della basilica aveva una pianta quadrata, con un angolo tagliato per far posto all’ingresso. Praticamente della stessa epoca sono tre grosse costruzioni, a pianta ottagonale, disposta su tre dei quattro angoli del quadrato.

La più grande, indicata nel disegnino con la lettera A, era un Mausoleo imperiale, forse utilizzato come battistero. Nel XVI secolo le è stato dato il nome di Cappella di S. Aquilino.

 

Quella un po’ più piccola è forse un po’ più antica della basilica stessa. Era un Martyrium, cioè una costruzione che aveva lo scopo di conservare le salme dei martiri, che in questo caso erano di S. Lorenzo e S. Ippolito. Nel disegnino è indicata con la lettera I. La terza, la più piccola delle tre, è invece leggermente più recente, in quanto è stata costruita circa un secolo dopo, allo scopo di raccogliere le tombe dei vescovi. È stata chiamata Cappella di S. Sisto ed è indicata nel disegnino con la lettera S.

 

La prima grande ricostruzione della basilica è avvenuta, come abbiamo già accennato, nel XII secolo. Due incendi avevano abbondantemente rovinato la basilica tra il 1071 e il 1075, quando venne il colpo di grazia, nel 1103, con il crollo della cupola, che si trascinò dietro parte delle murature. La basilica fu ricostruita, senza sconvolgere la struttura originaria, ma un secondo crollo della cupola, avvenuto nel 1573, rese necessaria al seconda ricostruzione.

 

Questa volta si ritenne necessario modificare un po’ anche la struttura. Fu così che il quadrato di base venne smussato agli angoli, ottenendo una forma leggermente rotondeggiante, su cui fu appoggiato un corpo ottagonale su cui porre la cupola, pure ottagonale a spicchi, che è tuttora la più grande cupola di Milano.

 

 

 

 

Capitolo settimo

Milano nell’Alto Medioevo

 

 

La prima grande ricostruzione della basilica di S. Lorenzo è stata fatta, come abbiamo detto, nel secolo dodicesimo, vale a dire all’inizio del basso medioevo. Già perché in Italia, e non solo in Italia, abbiamo avuto un lunghissimo periodo di storia che viene chiamato medioevo. Non solo, ma questo periodo è talmente lungo che gli studiosi hanno deciso di dividerlo in due parti, lunghe circa cinquecento anni ciascuna:

 

 

Prima di entrare a visitare la basilica di S. Lorenzo, fermiamoci un attimo a ripassare gli avvenimenti che sono accaduti da quando li abbiamo lasciati, alla fine del terzo capitolo, con la dinastia di Costantino.

 

Finita la dinastia di Costantino inizia quella di Teodosio. Di Teodosio abbiamo parlato in occasione della scheda su S. Ambrogio, del quale l’imperatore era fedele amico e devoto.

Teodosio morì, nell’anno 395, lasciando l’impero d’Oriente al figlio Arcadio e quello d’Occidente, con capitale Milano, al figlio Onorio.

Dopo pochi anni, Onorio decise che Milano era in una posizione troppo pericolosa e spostò la capitale da Milano a Ravenna, dove era possibile, se necessario, scappare anche attraverso il mare.

 

Non prendetevela con lui. In effetti Onorio era un ragazzetto, anche se aveva ereditato il titolo di imperatore, e regnava solo pro-forma sotto la tutela del generale Stilicone. Chi ha già sentito questo nome alzi la mano. Ahi, non vedo proprio tutte le mani alzate. Certo che l’avete già sentito, perché abbiamo visto il "sarcofago di Stilicone" durante la nostra visita alla basilica di S. Ambrogio, nel sesto capitolo.

E non prendetevela neppure con Stilicone, che era un grande generale e ha sempre dimostrato di sprezzare i pericoli. Ma ogni tanto un po’ di prudenza ci vuole, e questo era effettivamente un momento molto pericoloso, comunemente noto col nome di periodo delle invasioni barbariche.

 

Vi piacciono i barbari? No? Eppure non erano così cattivi, anche se qualche volta insorgevano e volevano fare la guerra. Del resto, quante guerre avevano fatto i romani negli ultimi cinque secoli? Eppure non li considerate cattivi!

"Barbaro" è una parola di origine greca che significa semplicemente "straniero" e i Romani chiamavano Barbari tutti i popoli che vivevano al di fuori dell’Impero romano.

 

I Barbari che interessano la nostra storia erano quasi tutti appartenenti ad un unico gruppo, che è quello dei Germani. I Germani, in realtà, non erano un popolo, ma una specie di confederazione di popoli, ciascuno dei quali aveva un suo nome proprio, come i Franchi, i Sassoni, i Goti, i Vandali, etc.

 

Una volta all’anno, in primavera, i Germani si riunivano nell’assemblea generale degli arimanni, cioè degli uomini liberi, per discutere i problemi comuni. Per il resto vivevano abbastanza indipendenti, tranne in caso di guerra, quando eleggevano un re che durava solo nel periodo di guerra. Normalmente non erano pericolosi. Ammiravano l’impero romano, che era l’unico vero stato che conoscessero, e si ponevano ai suoi confini per difenderlo da altri barbari, chiedendo all’imperatore soltanto terra da coltivare.

 

Originariamente erano pagani, come del resto i Greci, i Romani, e praticamente tutti i popoli antichi. Poi furono convertiti al Cristianesimo dal Vescovo ariano Ulfila, che aveva tradotto la Bibbia nella loro lingua. Per cui gli scontri religiosi tra le chiese dell’impero e i e barbari non furono scontri tra cristiani e pagani, ma tra cattolici e ariani, entrambi cristiani. Unica eccezione furono i Franchi, che erano cattolici, e questo fatto sarà di vitale importanza quando il Papa, per liberarsi dei Longobardi, si rivolgerà ai Franchi, provocando la conquista dell’Italia da parte di questi ultimi e la fondazione del Sacro Romano Impero.

 

Torniamo ora al nostro Onorio, arroccato in Ravenna per paura dei Barbari. In effetti i Goti erano sul piede di guerra e tentarono più volte di entrare in Italia, ma furono sempre respinti da Stilicone. Morto Stilicone, i Visigoti, comandati da Alarico, giunsero fino a Roma, senza passare da Milano. Furono brutti giorni per Roma, che fu saccheggiata, ma più brutti per Alarico, che morì durante la spedizione in Italia. Il successore di Alarico era invece un pacifista e riportò i Visigoti oltre le Alpi.

 

Ben più pericolosi furono invece altri Barbari, provenienti dall’Oriente, che devastavano tutti i territori che conquistavano. Parlo degli Unni che, guidati dal loro terribile capo Attila, penetrarono in Italia nell’anno 452 e conquistarono anche Milano.

Attila si insediò nella reggia di Milano e sguinzagliò i suoi guerrieri per la città, ma i milanesi non avevano ritenuto utile scontrarsi con il selvaggio barbaro e si erano rifugiati fuori dalle mura.

Non trovando resistenza in città, Attila non ebbe l’opportunità di provocare gravi danni. Il danno più significativo fu apportato alla cattedrale, che si trovava nell’attuale Piazza del Duomo. La cattedrale distrutto fu poi ricostruita e rinominata col nome di S. Tecla e i resti sono ancora visibili sotto il Duomo attuale, e saranno oggetto di una nostra visita durante la passeggiata che stiamo facendo.

 

Le invasioni barbariche avevano comunque dimostrato l’inesistenza di un vero impero d’occidente, con un forte esercito e una grande organizzazione politica e militare. Gli eserciti dei barbari erano normalmente a difesa dell’impero romano e lo stesso esercito romano era formato in gran parte di soldati barbari.

Era quindi logico pensare che i barbari avrebbero presto preso il sopravvento in occidente, eliminando un imperatore che non imperava su nessun impero. Ciò avvenne nell’anno 476, quando il barbaro re Odoacre depose l’ultimo imperatore d’occidente, Romolo Augustolo.

 

Odoacre tuttavia non aveva alcun titolo , se non quello delle armi, per governare in proprio l’occidente, e questo non bastava a tutelarlo verso l’imperatore d’Oriente, ancora ben saldo sul suo trono. Non aveva alcun interesse a mettersi in lotta contro l’imperatore, lotta dalla quale sarebbe uscito sconfitto, per cui decise saggiamente di conquistarsi le sue simpatie. Riuscì infatti a convincere il senato romano che non era più necessario un secondo imperatore e che Zenone, imperatore d’Oriente, poteva benissimo rimanere come unico imperatore di tutto l’impero romano.

 

Inviò quindi all’imperatore le insegne imperiali, ottenendo in cambio il diritto di governare sull’Italia, per conto dell’imperatore, col titolo di vicario imperiale. Con intelligenza e buon senso, riuscì ad accrescere il suo potere durante i diciassette anni del suo governatorato, facendo rifiorire l’agricoltura in Italia e difendendo con successo l’Italia da invasioni di altri barbari.

 

Tutto ciò aumentò considerevolmente il prestigio di Odoacre, tanto da far preoccupare l’imperatore d’Oriente Zenone, che cominciava a temere di perdere il suo potere sull’Italia. Zenone decise quindi di inviare in Italia il goto Teodorico, che aveva adottato come figlio quando era ragazzo e fatto crescere alla corte di Costantinopoli, con l’ordine implicito di eliminare Odoacre.

 

Durante questo periodo di battaglie, che si svolsero tutte nell’Italia settentrionale, Milano cadde più volte nelle mani di Odoacre e di Teodorico. Fin dall’inizio i milanesi facevano il tifo per Teodorico. Quando Teodorico uccise Odoacre e rimase unico signore d’Italia, con sede a Ravenna, anche per Milano iniziò un periodo di pace e tranquillità.

Una pace tuttavia che sarebbe durata solo mezzo secolo, periodo lunghissimo in un’epoca turbolente come l’alto medioevo.

 

La pace finì infatti quando i successori di Teodorico compirono tali misfatti da costringere l’imperatore d’Oriente, che era allora Giustiniano, ad inviare in Italia il generale Vitige, iniziando la cosìddetta guerra gotica, che sarebbe durata diciotto anni. Fu una guerra terribile, che provocò in Italia non solo numerosissime morti e distruzioni, ma diffuse carestie e pestilenze.

 

Alla fine i Bizantini di Giustiniano vinsero in modo definitivo, ma l’Italia era veramente malridotta. Milano fu ridotta ad un mucchio di macerie.

Povera Milano! I sontuosi palazzi imperiali, le meravigliose basiliche paleocristiane, i larghi viali e le sontuose porte che si aprivano sulle direttrici più importanti, tutto rimase solo un ricordo del passato. Ora si vedevano solo case diroccate e ammassi di pietre.

 

Nel 568 calarono in Italia i Longobardi, provenienti dall’Ungheria, che trovarono una terra pressochè in abbandono e la resistenza bizantina ormai impotente. I Bizantini si raccolsero intorno a Ravenna e riuscirono a conservare solo una parte dell'Italia, lasciando conquistare ai Longobardi la rimanente. Fu così che l’Italia rimase divisa in due parti, una bizantina e una longobarda, e non sarà più riunificata fina al Risorgimento.

 

Per capire meglio come è stata suddivisa l’Italia e come ha perso la sua unità, possiamo aiutarci con uno specchietto in cui dividiamo la nostra terra in Italia bizantina e Italia longobarda. I Bizantini fissarono la loro capitale a Ravenna, mentre i Longobardi identificarono la loro a Pavia.

 

ITALIA BIZANTINA

ITALIA LONGOBARDA

Capitale : Ravenna

 

Territori bizantini:

 

·1 Esarcato (territorio che confinava a nord con il Po, a ovest con il Panaro, a sud con l’Appeninno e la Marecchia e ad est con l’Adriatico, comprendendo tra le altre, le città di Ravenna, Ferrara e Bologna)

·2 Pentapoli ( Rimini, Ancona, Pesaro, Fano e Senigallia)

·3 Parte del Veneto

·4 Riviera Ligure

·5 Ducato di Perugia

·6 Ducato di Napoli

·7 Puglia, Calabria e isole

 

Capitale : Pavia

 

Territori longobardi:

 

·1 Veneto

·2 Lombardia

·3 Piemonte

·4 Parte dell’Emilia

·5 Toscana

·6 Ducato di Spoleto

·7 Ducato di Benevento

 

Adesso vi racconto una cosa curiosa: i Bizantini, per dimostrare che i loro territori erano gli unici che dipendevano ancora dall’impero romano, rinominarono l’Esarcato e la Pentàpoli, chiamando l’insieme "terra di Roma", ovvero "Romania", nome che fu poi trasformato in "Romagna" e che esiste tuttora.

Dal nome dei Longobardi deriva invece quello della regione in cui essi avevano la loro capitale, che divenne quindi Lombardia.

I possedimenti longobardi in Italia che ancora non erano stati distrutti durante la guerra gotica, furono distrutti dai Longobardi.

 

I milanesi avevano lasciato la città pressochè deserta, rifugiandosi in massa, col loro vescovo Onorato, nel territorio di Genova.

Per i longobardi Milano non aveva più nulla da offrire, tanto che si limitarono a lasciarvi un duca con la sua corte ducale. Ancora oggi la corte ducale longobarda è ricordata nel nome di una piazza il cui nome è originato dalla trasformazione di "corte ducale" in "Cordusio".

La popolazione italiana sottoposta ai Longobardi finì con l’imbarbarirsi essa stessa, con un declino globale di cultura e di economia.

 

La Chiesa di Roma volle risolvere il problema con la conversione dei Longobardi ariani al cattolicesimo. L’impresa ebbe un discreto successo, grazie al grande papa Gregorio Magno e alla regina longobarda Teodolinda, che, intorno all’anno 600, dedicarono tutti i loro sforzi alla conversione.

Milano e Monza divennero così capisaldi cattolici, mentre Pavia rimase ariana. I re longobardi successivi a Teodolinda furono alcuni ariani ed alcuni cattolici. A seguito del ritorno alla cattolicità di Milano, gli esuli milanesi pian piano ritornarono nella città dei loro avi, tra i secoli settimo e ottavo, dando luogo alla rinascita della città.

Responsabili di tale rinascita furono i vescovi milanesi, nelle cui mani venne a fondersi il vero potere sulla città, con la collaborazione di tutta la popolazione.

 

Nell’età longobarda Milano, sotto la guida dei suoi vescovi, iniziò una nuova opera di ampliamento e di costruzione o restaurazione di chiese e basiliche.

È stata restaurata l’antica Basilica Virginum, che voi già conoscete a grandi linee, anche se non fa parte della nostra passeggiata di oggi. Vi vedo perplessi. La Basilica Virginum è la più grande basilica fatta costruire da Ambrogio. Oggi si chiama S. Simpliciano e ne abbiamo accennato nel quinto capitolo, quando abbiamo parlato delle basiliche di Milano del quarto secolo. Allo stesso modo sono state costruite o restaurate S. Vincenzo in Prato, nell’attuale Via S. Calogero, vicino a Corso Genova; Santo Stefano, in Piazza S. Stefano, vicino a Via Larga; S. Giovanni in Conca, in Piazza Missori; S. Maria d’Aurona, in Via Monte di Pietà.

 

Ve le ricordate tutte? No? Non ha importanza. Ricordatevi comunque che col ritorno dei vescovi a Milano è iniziata un’opera di ricostruzione che ridarà vita alla città.

 

Se la conversione dei Longobardi al cattolicesimo fu benefica per Milano, in quanto consentì il rientro in città dei vescovi, il dominio longobardo in Italia rimaneva sempre poco gradito, tanto che il papa Adriano I approfittò della prima occasione per liberarsi di loro.

 

L’ultimo re longobardo, dal bellissimo nome di Desiderio, per evitare scontri con i Franchi alleati con il papa, offrì le sue due figlie come spose ai due figli del re franco Pipino. Che cosa dite? Che non si tratta di un matrimonio d’amore? Eh, siete troppo moderni. Allora i matrimoni venivano decisi dai genitori per interessi politici o economici, e forse non solo allora. L’amore proprio non era preso in considerazione: l’uomo comandava e la donna obbediva, anche se spessissimo si innamorava del proprio marito perché le era stato insegnato che era giusto così.

 

Fu così che Emengarda e Gerberga sposarono Carlo e Carlomanno. Sono nomi difficili? Beh, sono nomi da Medioevo, non li ho inventati io.

Ma Carlo ripudiò la moglie e, alla morte del fratello, si fece eleggere unico re dei Franchi.

Desiderio non era d’accordo. C’erano i nipotini, figli del defunto Carlomanno e di Gerberga, che avevano i loro diritti anche loro.

Desiderio si rivolse allora al papa, per avere giustizia, ma il papa non aveva alcun interesse ad andare contro il suo alleato cattolico Carlo, re dei Franchi.

Allora Desiderio dichiarò guerra al papa.

 

Il seguito ve lo potete benissimo immaginare. Per difendere il papa, Carlo scese in Italia col suo esercito di Franchi, sconfisse Desiderio e conquistò tutta l’Italia.

Questi fatti avvenivano nell’anno 774.

 

Carlo era un grande uomo politico e generale militare. Il suo potere divenne presto tale da guadagnargli il titolo di Magno, che vuol dire grande, tanto che voi lo conoscete con il nome completo di Carlo Magno.

Nell’anno 800 fu incoronato imperatore in Roma dal papa Leone III, iniziando così quella enorme costruzione politico-amministrativa che fu chiamata Sacro Romano Impero.

 

In questo secolo Milano ha conosciuto quello che è stato forse il suo più grande vescovo dopo Ambrogio: Ansperto di Biassono.

La rinascita della città procede con la costruzione della nuova cattedrale, dove sorge l’attuale Duomo, accanto alla più antica S. Tecla. La nuova cattedrale porterà il nome di S. Maria Maggiore.

 

Altra costruzione di grande importanza di questo periodo è stata quella della basilica di S. Satiro, di cui rimane la Cappella della Pietà, mentre il resto della chiesa è molto più recente e costituisce uno dei più importanti monumenti di Milano, tanto che abbiamo dovuto includerlo nella nostra passeggiata di oggi.

 

Verso la fine del secolo tuttavia il Sacro Romano Impero si dissolve di fatto e ne rimane solo il nome. Inizia il periodo forse più complesso della Storia d’Italia, con la più completa anarchia politica e religiosa, durante la quale sia i re che i papi venivano eletti e rimossi o ammazzati con una rapidità incredibile.

Le alleanze politiche e religiose avevano breve durata e gli amici di ieri si trovano oggi avversari per ritornare amici domani, in lotta contro gli amici di oggi.

 

Milano cresceva sempre più legata ai suoi vescovi, che divennero di fatto i comandanti della città. Nel 949 l’arcivescovo di Milano ottenne il diritto di battere moneta.

L’unità del Sacro Romano Impero ebbe un ultimo momento di vitalità con l’imperatore Ottone I, il cui casato chiude l’alto medioevo, verso l’anno mille.

 

Con gli Ottoni la chiesa diviene vassalla dell’impero, e sia i papi che i vescovi vengono nominati dall’imperatore. Nasce la figura del vescovo-principe e l’arcivescovo di Milano assurge ad importanza vitale sulla penisola, divenendo Milano la capitale di fatto del regno italico.

 

Scheda n. 3

Ansperto da Biassono e Ariberto da Intimiano

 

 

Due personaggi, entrambi arcivescovi di Milano, uno alla fine dell’alto medioevo, l’altro all’inizio del basso, ambedue di importanza vitale per la città.

Basti dire che Ansperto è il responsabile della ricostruzione delle mura cittadine, Ariberto è l’ideatore del Carroccio, che diventerà simbolo della città.

 

Ansperto nacque a Biassono, un grazioso paese della Brianza, nella prima metà del nono secolo e fu arcivescovo di Milano dall’anno 868 all’anno 881.

Uomo intelligente e capace, si conquistò l’amicizia dell’imperatore Lodovico II, ottenendo da questi il titolo di messo imperiale, il che gli diede potere politico legale sulla città. Ansperto utilizzò tale potere per ricostruire gli edifici in decadenza, soprattutto le mura, e per costruire nuovi edifici, tra cui la chiesa e il monastero di S. Satiro.

 

Lodovico II ebbe il privilegio, tramite Ansperto, di essere sepolto in S. Ambrogio. Ansperto incoronò a Pavia il nuovo re d’Italia Carlo il Calvo.

Dal punto di vista religioso, Ansperto divenne secondo soltanto al papa, a volta anche in contrasto con la sede di Roma, conquistando l’indipendenza dell’arcivescovato di Milano.

Per forza d’animo e risultati ottenuti, sia sul piano politico che su quello religioso, Ansperto può essere collocato in quella scia di arcivescovi che hanno ereditato il messaggio loro lasciato da S. Ambrogio.

 

Anche Ariberto, come Ansperto, nacque in Brianza, in un paesino che si chiama Intimiano, tra Cantù e Como.

L’arcivescovato di Ariberto avvenne all’inizio del basso medioevo, essendo stato Ariberto arcivescovo di Milano dall’anno 1018 all’anno 1045, coprendo quindi tutta la durata dell’impero di Corrado II il Salico e parte di quello del suo predecessore e del suo successore.

 

Ariberto fu essenzialmente un grande politico e, come tale, si dedicò ai rapporti, non solo con l’imperatore e con il Papa, ma soprattutto con il popolo di Milano.

Per questo motivo, quando l’imperatore Corrado II tentò, nel 1036, di imporre i suoi diritti su Milano, il popolo milanese si ribellò, combattendo contro l’imperatore e stringendosi sempre più attorno al suo arcivescovo. Ariberto portò così al vertice l’autorità politica dell’arcivescovo di Milano.

 

Ma il nome di Ariberto è legato soprattutto all’istituzione dell’insegna del Carroccio. Il Carroccio, simbolo dell’indipendenza della città di Milano, era un robusto carro, trascinato da buoi, recante ricchi addobbi e i simboli delle porte della città.

Sul carro era fissato un lungo palo, che terminava con una sfera dorata, cui erano fissate due bande di lino, e una croce con l’immagine di Gesù che apre le braccia a protezione della città.

 

Il Carroccio sarà poi completato con la famosa martinella, che era la campana con la quale i milanesi davano il segnale per la battaglia, mentre sul carro troveranno posto i trombettieri per incitare i soldati mentre combattevano.

 

Ariberto, attraverso l’istituzione del Carroccio, riuscì anche a concludere una grande opera di unificazione, superando le continue lotte che agitavano tradizionalmente i cittadini dei vari ceti sociali, dando a Milano una unità d’intenti che era eccezionalmente moderna per quei tempi.

 

Alla morte dell’imperatore, Ariberto iniziò le trattative col suo successore. Fu un momento di incertezze, che consentì a Milano una rivolta, condotte da Lanzone della Corte, che costrinse l’arcivescovo a lasciare temporaneamente al città.

 

La rivolta ebbe comunque esito positivo, perché si concluse con una maggiore unificazione di popolo e nobili con una partecipazione comune all’amministrazione della città, situazione che consentì il ritorno definitivo di Ariberto, che vedeva coronate le sue mire di unificazione del popolo. Ma ancor più importante perché costituì le basi di una nuova istituzione milanese, che divenne poi la nuova amministrazione di molte città italiane: l’istituzione del Comune.

 

Capitolo ottavo

Da S. Lorenzo a Piazza del Duomo

 

 

 

Ora che vi siete riposati ripassando brevemente gli avvenimenti accaduti nell’alto medioevo, entriamo finalmente a visitare la basilica di S. Lorenzo. Chiaramente vale sempre la regola che la visita di una chiesa o di una basilica va effettuata ricordando il rispetto dovuto all’ambiente sacro che ci circonda. Entriamo dunque e ammiriamo.

 

Vedo dai vostri occhi sorpresi che non vi aspettavate nulla di simile. Eppure quello che state vedendo è vero e il gioco di spazi e di luci interni a S. Lorenzo fanno veramente restare al primo impatto con il fiato sospeso. Una basilica veramente solenne, pur nella nudità delle sue pareti.

Nudità che non è certamente originaria, ma provocata dalle numerose distruzioni e ricostruzioni. Sicuramente le pareti del VI secolo erano ricche di marmi e di mosaici bizantini, come la corrispondente basilica di S. Vitale a Ravenna.

 

Passeggiamo, silenziosi e ammirati, lungo il corridoio circolare che costeggia l’intera parete interna della basilica e che abbiamo imboccato piegando sulla destra dall’entrata.

Passata la prima torre e una cappella dedicata a S. Giovanni Battista, eccoci arrivati all’ingresso della grande cappella di S. Aquilino, che appare sulla nostra destra.

 

La cappella è preceduta da un ampio atrio, nel quale potete ancora ammirare tracce dei mosaici originali, con raffigurazioni religiose.

Dall’atrio si accede alla cappella attraverso un bellissimo portale romano, chiaro esempio di quelle costruzioni che possono confondere le idee a chi vuole stabilire una data unica di costruzione della basilica. Il portale infatti è molto più antico e risale presumibilmente al primo secolo dopo Cristo.

 

Evidentemente si tratta, come dicono gli archeologi, di materiale di spoglio.

Vi piace questa espressione? Se non altro, fa molta scena. E poi, non è difficile da capire. Quando i muratori, moderni o antichi che siano, prelevano dei pezzi da una vecchia casa per costruirne una nuova, è come se spogliassero la vecchia casa e i pezzi recuperati si chiamano appunto materiale di spoglio. È questo il caso del portale che stiamo oltrepassando, recuperato da una costruzione romana più antica di quattro secoli, che è stata quindi spogliata del suo portale.

 

Passato il portale, ci troviamo nella cappella di S. Aquilino, che si presenta come una grande sala a otto lati, ciascuno dei quali con una rientranza di forma diversa, in modo che si alternano un semicerchio, un rettangolo, un semicerchio, un rettangolo, e così via. Queste rientranze nelle pareti, indipendentemente dalla loro forma, sono chiamate nicchie.

 

Nella cappella, oltre a mosaici e affreschi di varie epoche, sono evidenti due sarcofagi, uno a destra e l’altro a sinistra. Di fronte vedete invece una costruzione più recente, con una grande urna d’argento, simile a quella che abbiamo già visto nella cappella sotterranea di S. Ambrogio. Nell’urna d’argento sono conservate le spoglie di S. Aquilino.

 

E mentre io parlo, vedo che state guardando altrove. So che siete curiosi e che vi attirano sempre le cose più misteriose. Cosa avete visto? La scaletta che porta ai sotterranei? Sì, è vero! Scendete pure. Troverete le fondazioni della basilica, fatte in modo da mettere in piano il terreno che era tutto ad alti e bassi. Le fondazioni contengono parecchio materiale di spoglio, termine che ormai conoscete benissimo, recuperato da edifici romana di epoca imperiale.

Quando avete finito di guardare il sotterraneo, tornate in superficie e, usciti dalla cappella di S. Aquilino, riprendiamo la nostra visita della basilica di S. Lorenzo, percorrendo sempre in senso antiorario il corridoio che avevamo lasciato prima di entrare nella cappella.

 

Vedo che qualcuno è rimasto perplesso sul termine "antiorario". No, non vuol dire che siamo né in anticipo né in ritardo. Si usano i termini "orario" e "antiorario" per indicare la direzione in un percorso circolare. Se fate caso, il corridoio che stiamo percorrendo ha la forma di un quadrato arrotondato, simile alla circonferenza di un cerchio. Immaginate che questo quadrato arrotondato o cerchio sia un enorme orologio a lancette appoggiato sul terreno e cercate di riconoscere la direzione in cui si muoverebbero le lancette dell’orologio.

 

Aiutiamoci col solito disegnino, quello che troviamo alla fine del sesto capitolo, nel quale avevamo individuato la sala centrale e le tre cappelle più importanti e che qui riproduciamo.

Le lettere indicano sempre i nomi delle cappelle, per cui sarà:

 

S = S. Sisto

I = S. Ippolito

A = S. Aquilino

 

 

 

 

Se avete quindi capito come avanzerebbero le lancette in questo enorme orologio immaginario, diremo che un percorso lungo il corridoio che segue le lancette è un percorso fatto in senso orario. Nel nostro caso è un percorso in senso orario quello che, partendo dall’entrata, passa dalla cappella di S. Sisto, poi da quella di S. Ippolito, poi ancora da quella di s: Aquilino, per ritornare finalmente all’entrata.

 

Quello che stiamo facendo noi è invece un percorso in senso antiorario, cioè in senso opposto a quello delle lancette dell’orologio. Infatti noi siamo passati prima dalla cappella di S. Aquilino e ora ci avviamo, superando la cappella della S. Famiglia, la seconda torre e la cappella Cittadini, verso la grande cappella di S. Ippolito, che si trova esattamente di fronte all’entrata della basilica.

 

L’interno della cappella di S. Ippolito è a forma di croce greca. Della differenza tra la pianta a croce latina e quella a croce greca abbiamo parlato nel quinto capitolo, per cui ormai sapete tutto. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, ricordo che la croce greca è quella formata dall’incrocio di due rettangoli di uguale lunghezza.

Anche dalla cappella di S. Ippolito si può scendere nei sotterranei, attraverso due grandi scale, e di qui vedere le fondamenta della basilica.

 

Ripercorrendo il corridoio perimetrale della basilica, sempre in senso antiorario, su cui ormai sapete tutto, si passa davanti alla terza torre e si arriva alla cappella di S. Sisto.

La cappella di S. Sisto è al più piccola delle tre cappelle ed è preceduta da un piccolo atrio quadrato. La forma interna della cappella è simile a quella di S. Aquilino, anche se più in piccolo, con nicchie semicircolari e rettangolari. La parte inferiore della cappella, cui si accede per una scaletta ripida, è ancora quella fatta costruire dal vescovo Lorenzo I nei primi anni del 500 d.C.

Prima di uscire dalla basilica di S. Lorenzo, diamo un ultimo sguardo d’insieme, ammirando la solennità delle forme, la bellezza delle cappelle e, in alto, i matronei, ovvero i posti riservati alle donne.

 

Usciti all’aria aperta pieghiamo a sinistra e…… ma che state facendo? Perché vi siete seduti sui gradini? Lo so che siete stanchi e, soprattutto, che avete fame. È giusto, è l’ora di pranzo, ma non qui, sulla piazza. Il posto per fare colazione è dietro alla chiesa. È questione di cinque minuti, anche quattro, se accelerate il passo.

Voltiamo quindi a sinistra e costeggiamo la chiesa, sempre in senso antiorario, percorrendo la breve Via Pioppette, fino ad arrivare sul retro di S. Lorenzo, da dove possiamo ammirare la parte esterna delle torri e delle cappelle.

 

Ed ecco, proprio davanti a noi, il Parco delle Basiliche, con tanto verde, da non calpestare, panchine per riposare e cestini in cui raccogliere la carte e le lattine avanzate, che non devono mai essere abbandonate per terra.

Concedetevi dunque il riposo del guerriero. Ve lo siete meritato, dopo aver tanto camminato e visto tante cose meravigliose, e aprite pure i sacchetti contenenti i cibi che la vostra mamma o il vostro papà hanno predisposto per voi.

 

Quando vi sarete riposati e rifocillati, esattamente fra sei minuti e trentacinque secondi, riprenderemo la nostra passeggiata. Che dite? Che il tempo è troppo poco? Va bene, non sottilizziamo, qualche secondo in più per i ritardatari può essere concesso.

Ditemi voi quando siete pronti. Pronti non vuol dire solo aver mangiato, ma anche aver radunato tutte le carte e averle depositate nei cestini per i rifiuti. Va bene? Siete pronti?

 

Allora riprendiamo il cammino. Imbocchiamo Via Cardinal Caprara, che si trova praticamente di fronte alla cappella S. Ippolito, e la percorriamo completamente (si tratta di tre minuti di cammino) fino ad attraversare lo slargo che vede Via S. Vito, sulla sinistra, e Via Disciplini, sulla destra. Proseguendo sempre diritto ci troviamo in Via Olmetto che, naturalmente , percorreremo fino alla fine.

 

Fate attenzione perché, man mano che ci avviciniamo al centro storico di Milano, è sempre più facile incontrare strade strette e marciapiedi ancora più stretti, per cui può essere necessario camminare in fila per uno. In ogni caso è meglio evitare di scendere dai marciapiedi. Alla fine di via Olmetto, piegando un tratto a sinistra in Via Amedei, ci troviamo in Piazza S. Alessandro, che qualcuno ha definito "Il salotto del barocco di Milano".

 

Con il termine barocco si intende un periodo artistico diffuso tra il 1600 e il 1750 circa, nato come reazione alle rigide forme architettoniche del rinascimento, cui si oppone con costruzioni più fantasiose, favorendo le forme rotonde e ricercando sempre gli aspetti più sorprendenti, a volte anche troppo ampollosi.

Anche se il barocco riguarda un’epoca molto più recente di quella che stiamo vivendo in questa passeggiata, esso è così poco rappresentato a Milano che non possiamo passare dal salotto del barocco senza dare una sbirciatina, in particolare alla facciata della bella chiesa di S. Alessandro, iniziata a costruire nel 1601.

 

Adesso fate la massima attenzione, perché percorriamo una strada lunga solo pochi metri, ma priva di marciapiedi, per cui occorre camminare rasenti ai muri delle case che la costeggiano. Parlo della breve Via Zebedia, che ci porta direttamente in Piazza Missori, facilmente riconoscibile per la presenza del monumento equestre del generale garibaldino Giuseppe Missori. Piegando sulla sinistra e percorrendo la piazza in senso orario incontreremo, a metà dell’attraversamento di Via Albricci, i resti di S. Giovanni in Conca.

 

Si tratta veramente solo di pochi resti, in quanto la basilica è stata completamente demolita nel 1881. È molto evidente l’abside della basilica e l’accesso alla cripta.

Nonostante l’esiguità dei resti, S. Giovanni in Conca è una chiesa ricchissima di storia.

Anche se le origini sono paleocristiane, presumibilmente del V secolo, sotto il pavimento è stato ritrovato un mosaico più antico, che risale al III secolo, ora in mostra al museo Archeologico, proprio dove abbiamo iniziato questa mattina la nostra passeggiata.

S. Giovanni in Conca è stata rifatta attorno al 1100 e ampliata due secoli dopo, diventando mausoleo, una specie di tomba di famiglia, dei Visconti.

 

Dei Visconti parleremo più avanti. Per ora fate mente locale solo su Bernabò Visconti, che è stato sepolto in S. Giovanni in Conca in una grande tomba sormontata da un enorme cavallo con in groppa lo stesso Bernabò. Dov’è? mi state dicendo, che non si vede nulla! È vero, non potete vederla, perché è stata trasportata al Castello Sforzesco, dove la potremo ammirare verso la fine della nostra passeggiata.

 

Se ritornate ora sui vostri passi, ripercorrendo alcuni metri di Piazza Missori in senso antiorario, incontrate Via Giuseppe Mazzini, che conduce al Duomo di Milano. Ma non siate precipitosi! Certo, il Duomo è importante, c’è la Modonnina, ci sono tante guglie, le vetrate, le statue, c’è……c’è tanto da vedere; ma sarebbe veramente un peccate che, per la smania di vedere il Duomo, non ci fermassimo un istante ad ammirare un gioiello dell’architettura di tutti i tempi , che si nasconde poco prima, e sempre sulla nostra strada. Percorriamo infatti Via Mazzini ma, all’incrocio sulla sinistra con la piccola Via Falcone, seguiamola per alcuni passi, tanti quanto bastano per trovare sulla destra una porta con al scritta "Basilica di S. Satiro". Si tratta di una porta laterale, che immette direttamente nel transetto della chiesa. Vi siete persi? Qualcuno ha dimenticato che cosa è il transetto?

 

Ve lo ricordo io. Il transetto è il salone rettangolare che attraversa in modo perpendicolare la navata e forma il lato più corto della forma a croce della chiesa.

 

 

La chiesa di S. Satiro non si chiama S. Satiro, anche se i milanesi la chiamano così. In realtà il nome esatto è S. Maria presso S. Satiro, il che ci fa comprendere che ci devono essere due chiese, una attaccata all’altra. La prima costruzione si chiamava infatti Sacello di S. Satiro e risale al nono secolo, sotto l’arcivescovato di quel meraviglioso e instancabile uomo che fu Ansperto da Biassono. Oggi il Sacello di S. Satiro è chiamato Cappella della Pietà, ed è quella che state ammirando alla vostra destra, che contiene colonne e capitelli romani di spoglio risalenti fino al primo secolo dopo Cristo.

Invece la chiesa di S. Maria presso S. Satiro fu iniziata nel XV secolo e successivamente ristrutturata fino ai giorni nostri.

 

Tutto l’insieme ha una forma molto curiosa, a causa della mancanza di spazio. Non esiste infatti la vera forma della croce, perché non c’era spazio sufficiente per costruire la parte che normalmente sta dietro all’altare, cioè il presbiterio e l’abside.

Ne è nata una croce monca, con una protuberanza sulla sinistra, il Sacello di S. Satiro, e un’altra sotto il braccio destro del transetto, il battistero con la sagrestia.

 

 

Vi piace? In effetti, si tratta di una forma un po’ strana, e pochi architetti avrebbero potuto pensare di costruire una chiesa in queste condizioni.

Per nostra fortuna, l’architetto incaricato era un uomo di massimo genio, uno dei più grandi della storia dell’architettura italiana, che si chiamava Donato Bramante.

Ve ne rendete conto subito se vi spostate all’entrata principale e vi voltate ad ammirare la chiesa.

 

Pronti? Adesso giratevi. Sbalorditi? È vero, adesso la chiesa è completa, con una bella abside dietro l’altare. Non si tratta di magia, ma di un vero prodigio dell’architettura. Il Bramante ha infatti prodotto, con un rilievo in terracotta alle spalle dell’altare maggiore, un finto presbiterio, che lascia l’illusione ottica della profondità, come se la chiesa proseguisse realmente oltre l’altare.

 

Immaginatevi ora come potesse apparite la chiesa prima che il tempo, l’umidità e le devastazioni la spogliassero degli affreschi di cui era ricca, e comprenderete come a ragione fu definita "Vasta grotta scintillante d’oro e d’azzurro".

Anche se questo capolavoro è più recente dei tempi che stiamo visitando nella nostra passeggiata, sarebbe veramente stato un peccato passare di qui senza sostare un momento ad ammirarlo.

 

Se ora usciamo dall’entrata principale, ci troviamo nell’affollata Via Torino. Pieghiamo sulla destra, e, finalmente, ci troviamo immersi nello stupendo spettacolo di Piazza del Duomo e possiamo ammirare il maestoso Duomo di Milano con la sua celeberrima Madonnina.

 

Capitolo nono

Il Duomo di Milano

 

 

 

 

La Piazza del Duomo è una grande piazza rettangolare, aperta nella seconda metà del 1800. In mezzo alla piazza sorge la grande statua di bronzo che rappresenta Vittorio Emanuele II a cavallo durante la battaglia di S. Martino.

 

Dalla posizione in cui ci troviamo ora, appena usciti da Via Torino, vediamo il Duomo di fronte e, sui lati della piazza, i famosi portici settentrionale e meridionale. Mentre il centro politico della Milano romana era il Foro, che si trovava in Piazza S. Sepolcro, lo spiazzo dove ora sorge la Piazza del Duomo assurse presto grande importanza come centro religioso , perché qui sorse, verso l’anno 350 d.C. la famosa Basilica Nova, che era la chiesa più importante della città quando Ambrogio divenne vescovo di Milano e la arricchì col bellissimo battistero.

 

Nel V secolo al Basilica Nova fu ristrutturata e prese il nome di S. Tecla. S. Tecla fu distrutta da un grande incendio, nel 1071, ma molti resti sono ancora visibili sotto la Piazza del Duomo. Vi si accede dall’interno del Duomo, ma alcuni di essi sono visibili anche dal passaggio della metropolitana.

Nel frattempo era stata costruita una nuova basilica, sul posto dell’attuale Duomo, che ebbe il nome di S. Maria Maggiore.

 

La fondazione del Duomo avvenne nel 1386 e determinò la progressiva scomparsa delle altre chiese e costruzioni della piazza, fino a raggiungere l’assetto attuale. In realtà, più che di fondazione del Duomo, sarebbe corretto parlare di fondazione di quell’immenso organico che si chiama la Fabbrica del Duomo, che dura da oltre sette secoli e che si è occupata delle costruzioni, distruzioni, ricostruzioni, manutenzioni della grande basilica milanese.

Ancora oggi i vecchi milanesi, quando parlano di qualcosa che dura più del previsto, hanno l’abitudine di dire che sembra la Fabbrica del Duomo.

La Fabbrica del Duomo fu quindi istituita nel lontano 1386, durante il ducato di Gian Galeazzo Visconti.

 

Sì, avete capito bene, ho proprio parlato di ducato. Da non confondersi però con i ducati longobardi, che abbiamo già incontrato nella nostra storia. Niente affatto.

Il ducato dei Visconti è una forma di governo tipica del basso medio evo e vi si arriverà attraverso la rivoluzione comunale e l’istituzione delle Signorie. Non voglio però anticipare i tempi. Parleremo nel prossimo capitolo dei fatti che sono avvenuti a Milano nel basso medio evo. Per ora accontentatevi di sapere che ci sono stati i Visconti e che, durante il ducato di Gian Galeazzo, è iniziata la Fabbrica del Duomo.

 

La Fabbrica del Duomo faceva capo ad un Consiglio, composto da membri del clero e dell’amministrazione cittadina.

Il primo ingegnere generale fu Simone da Orsenigo, sotto la cui direzione furono proposti i primi disegni e iniziarono i primi lavori.

 

In sette secoli di lavori molte furono le avventure e le variazioni rispetto ai disegni originali e numerosissimi furono gli architetti che vi collaborarono, dal Filarete all’Amadeo, dal Tibaldi al Cagnola, e così via in un elenco interminabile col quale non voglio annoiarvi. La prima struttura del Duomo di Milano che si può in qualche modo considerare completa risale al 1418, quando avvenne la consacrazione della parte absidale e dell’altare maggiore.

 

Già alla fine del quindicesimo secolo, a distanza di solo 100 anni dall’inizio dei lavori, la struttura venne rivoluzionata con l’erezione del famoso tiburio dell’Amadeo. Vi ricordo che il tiburio è la costruzione, normalmente a forma di cupola, che si trova sopra l’incrocio dei due bracci della forma a croce di una chiesa, quindi sopra l’incrocio tra la navata centrale e il transetto.

Non era esattamente come lo potete ammirare ora, perché il completamento del tiburio è molto più recente e bisogna spettare fino al 1774 per vedere il tiburio completato con la guglia maggiore e la bellissima Madonnina.

 

Solo nel secolo scorso fu invece completata la facciata e nel 1892 la chiesa viene ristrutturata con la demolizione del campanile e l’installazione delle guglie, che costituiscono la caratteristica più evidente del Duomo di Milano.

Il Duomo di Milano, con le sue 135 guglie, con le sue ricche vetrate, con la sua forma slanciata, è stato da molti definito il più bel monumento gotico del mondo.

 

Il gotico è uno stile artistico, soprattutto architettonico, che sostituì pian piano il romanico nel corso del basso medio evo, è stato chiamato gotico, che vuol dire relativo ai barbari Goti, perché nacque fuori dall’Italia, nella Francia settentrionale, da dove si diramò presto per acquisire caratteristiche locali nelle varie nazioni confinanti.

Credo si possa dire, da una prima indagine grossolana, che il romanico era nato per necessità pratiche, mentre il gotico nacque per esigenze mistiche.

 

Sono riuscito a mettervi in difficoltà? Bene. Adesso però cerco di spiegarmi meglio.

Molto schematicamente l’architettura italiana del medio evo ha conosciuto quattro stili fondamentali:

Paleocristiano basilicale, fino al 500

Bizantino, fino al 900

Romanico, fino al 1200

Gotico, fino al 1400

 

Il paleocristiano basilicale deriva dalla basilica latina, come abbiamo visto nel quinto capitolo, alla quale i Cristiani aggiunsero due sale laterali, in modo da dare alla pianta della basilica la forma della croce. Il tetto era di legno.

La basilica bizantina non modifica la forma della basilica paleocristiana, ma si limita ad arricchire gli interni con meravigliosi mosaici.

Il romanico sorse essenzialmente per evitare i frequenti incendi dei tetti in legno. Nacque così il tetto in muratura, costruito a forma di volta, quindi rotondo, appoggiato su enormi pilastri e su muri esterni assai massicci, per poter sostenere il peso del tetto. Poiché il tetto era rotondo, con forme semisferiche e semicilindriche, il peso andava verso il basso e verso i lati, per cui i muri esterni non potevano essere indeboliti da finestre, che furono sostituite da piccole feritoie.

 

Volete fare una prova? Prendete un foglio di carta o cartoncino e arrotolatelo a forma di semicilindro, appoggiando i due lati sul tavolo. Fate ora una lieve pressione dall’alto, come se fosse il peso del tetto, e noterete che i lati appoggiati sul tavolo tenderanno a scivolare verso l’esterno. Ecco perché i muri delle basiliche romaniche dovevano essere in grado di far fronte anche alla spinta laterale.

 

Il gotico invece sorse per l’esigenza mistica di avvicinarsi di più a Dio attraverso costruzioni eccezionalmente slanciate verso l’alto. La basilica gotica è quindi caratterizzata da navate altissime e, sopra il tetto, alti pinnacoli o guglie.

Il problema della spinta laterale della volta fu risolto con una forma diversa degli archi portanti, che non furono più rotondi o, come dicono i tecnici, a tutto sesto, ma a punta o, sempre come dicono i tecnici, a sesto acuto.

 

 

 

 

Arco a tutto sesto Arco a sesto acuto

 

È evidente che, con l’arco a sesto acuto, al spinta della volta va quasi completamente verso il basso, per cui non erano più necessari i grandi pilastri della basilica romanica, che vennero sostituiti da pilastri più leggeri, così come più leggeri divennero i muri esterni, nei quali si poterono inserire grandi finestre arricchite con meravigliose vetrate.

 

Riassumendo, le caratteristiche che dovete tenere a mente per riconoscere una chiesa gotica sono:

 

Navate alte e strette

Archi a sesto acuto

Ampie vetrate dipinte

Slancio verso l’alto

 

Tornando a noi e alla nostra passeggiata, penso che nessuno possa ora dubitare che il Duomo di Milano sia una chiesa gotica e, aggiungiamolo, di eccezionale maestosità e bellezza.

Per rendere ancora più bello il Duomo di Milano, Gian Galeazzo Visconti aveva regalato alla fabbrica del Duomo una cava di marmo bianco rosato con venature grigie, col quale si provvide a rivestire l’esterno della basilica.

 

Entriamo finalmente nel Duomo di Milano e soffermiamoci un istante a dare uno sguardo d’insieme. L’incredibile altezza delle navate, la maestosità delle colonne, la luce soffusa che filtra attraverso le vetrate contribuiscono a ricordarci che la chiesa è innanzitutto luogo di riflessione spirituale e dobbiamo riconoscere l’intenzione dei costruttori di indirizzare il pensiero del visitatore verso Dio attraverso l’altezza delle navate e verso la sua anima attraverso la penombra imperante.

 

Dopo queste necessarie riflessioni, iniziamo la nostra visita, partendo proprio dai resti archeologici di S. Tecla e del Battistero.

Vi si accede per una scaletta che si trova all’interno del Duomo, a ridosso della facciata, quindi proprio di fianco alle porte dalle quali siamo passati per entrare nel Duomo, che conduce direttamente al Battistero, chiamato Battistero di S. Giovanni alle Fonti.

La costruzione del Battistero sembra sia stata iniziata nell’anno 386. La storia è sempre stata caratterizzata da curiose similitudini di date, a volte completamente casuali. È utile ricercarle, perché esse ci aiutano molto a ricordare le date.

Così, ad esempio, la fondazione di Roma viene datata con tre numeri dispari consecutivi in discesa, e precisamente il sette, il cinque e il tre. Ricordando questa curiosità è facile tenere a mente l’anno della fondazione, che è appunto 753 A.C.

 

Un legame stretto esiste, chiaramente casuale, tra la costituzione della Lega Lombarda contro il Barbarossa e la sua vittoria nella battaglia di Legnano contro lo stesso Barbarossa. La prima data è il 1167. Basta invertire gli ultimi due numeri per ottenere al seconda, che è appunto 1176.

Con qualche giochino aritmetico è facile collegare tra di loro tutte le date, anche se non esiste alcun legame logico tra di loro .

Senz’altro avrete quindi già capito il legame tra la fondazione del Battistero di S. Giovanni alle Fonti e quella del Duomo di Milano. È semplice: basta mettere un uno davanti alla prima per ottenere la seconda, così che l’anno 386 della fondazione del Battistero diventa facilmente l’anno 1386 della fondazione del Duomo .

 

Il Battistero si trova circa quattro metri sotto la Piazza del Duomo. In questo Battistero, nella notte di Pasqua dell’anno 387, S. Ambrogio ha dato il battesimo a S. Agostino. Ovviamente a quei tempi nessuno dei due era ancora santo.

Il Battistero ha la forma di un grande ottagono, con i lati lunghi oltre sette metri e mezzo. Su ciascun lato vi è una rientranza, detta nicchia. Le nicchie sono alternate, una a forma rettangolare e una a forma semicircolare, e così via.

 

Ad ogni angolo interno vi erano delle colonne, di cui potete ancora vedere le basi.

Vedo comunque che state guardando altrove, verso il centro del Battistero, dove vedete una specie di piscina. Sì, quella grossa vasca, pure a forma di ottagono, al centro del Battistero, era la fonte battesimale, cioè la vasca in cui i fedeli entravano per ricevere il battesimo, ad imitazione di quello che Gesù ricevette da Giovanni il Battista nelle acque del fiume Giordano.

 

Si vede ancora abbastanza bene il pavimento, tutto piastrellato con marmi bianchi e neri, così come sono abbastanza evidenti i canali di entrata e di uscita dell’acqua necessaria per il battesimo. Il canale di entrata girava tutto intorno alla vasca e le forniva l’acqua attraverso quattro bocche, oggi non più visibili, ma evidenti per la presenza di quattro rotture nella sponda della vasca.

Oltre il Battistero si vedono i resti di due absidi, tutto ciò che rimane di S. Tecla. Nel cortiletto di passaggio potete invece vedere molte tombe.

 

Ritornati in superficie, ci troviamo nell’interno del Duomo di Milano.

Una visita minuziosa al Duomo di Milano richiederebbe un’intera giornata e risulterebbe, oltre che un po’ noiosa, incoerente con la nostra passeggiata che è limitata alla Milano romana e medioevale. Ci limiteremo quindi ad uno sguardo d’insieme e a soffermarci su pochi particolari.

 

Il Duomo di Milano si presenta con una pianta a croce latina, di grandi dimensioni per la presenza di diverse navate, e precisamente cinque nel piedicroce e tre nel transetto.

 

 

 

 

 

 

Le navate sono separate tra loro da 52 enormi pilastri, in stili diversi, arricchiti alle sommità con statue di santi e profeti.

Il pavimento è fatto con marmi neri, bianchi, rosa e rossi, che si alternano in un complesso gioco di colori. Iniziamo la nostra veloce visita in senso antiorario, di cui ormai sapete tutto, e spostiamoci quindi all’inizio della navata di destra.

 

Ecco che subito ci appare, alla nostra destra, la tomba di Ariberto da Intimiano.

Su Ariberto ormai sapete tutto, perché ne abbiamo parlato nell’ultima scheda. Fu l’arcivescovo di Milano che istituì il famoso Carroccio.

A sinistra c’è un piccolo marmo del 1600 che ci ricorda l’anno di fondazione del Duomo di Milano; il 1386. Proseguendo verso il transetto incontriamo numerose tombe di personaggi illustri. Può far sorridere la presenza tra esse della tomba di un mercante, un certo Marco Carelli, che ha potuto avere un posto in Duomo per aver fatto una ricca donazione in denaro alla Fabbrica .

 

Di particolare bellezza e importanza è invece la prima tomba che vediamo alla nostra destra, non appena abbiamo raggiunto il transetto.

Si tratta del monumento funebre del Medeghino, nome d’armi di Gian Giacomo Medici, marchese di Marignano. La tomba del Medeghino è una costruzione complessa, costituita da un monumento in bronzo che rappresenta lo stesso Medeghino, circondato da una grande cappella in marmo ricca di bassorilievi e sculture , del XVI secolo.

 

Superato il transetto, ci si trova a percorrere il corridoio semicircolare che costeggia il grande complesso dell’altare e del presbiterio, corridoio dal quale si può accedere alla cripta sotterranea, dove sono conservati gli oggetti più preziosi della storia del Duomo di Milano, il cosiddetto Tesoro del Duomo, e dove è conservato, in un urna di cristallo, il corpo di S. Carlo, in abito pontificale.

 

È curioso notare che il corridoio semicircolare mostra alle sue estremità rispettivamente l’opera forse più recente e quella più antica.

Quella più recente, all’inizio del corridoio, è il famoso monumento che lo scultore Francesco Messina fece nel 1969 a raffigurare il papa Pio XI.

È vero, non ha nulla a che fare con i tempi che stiamo rivivendo. Ma è tanto bello!

Quella più antica, alla fine del corridoio, è il portale della sagrestia settentrionale, costruito da Giovanni da Campione nel 1389, solo tre anni dopo la fondazione del Duomo.

 

Si giunge così al transetto, ma questa volta sul lato sinistro del Duomo.

Qui si trovano, tra l’altro, numerose lapidi di arcivescovi, tra le quali quella del cardinale Federico Borromeo, quello dei Promessi Sposi che conoscete così bene, se non per aver letto il capolavoro del Manzoni, almeno per averlo visto rappresentato più volte in televisione. E se non l’avete mai visto, fatelo alla prima occasione, perché i Promessi Sposi devono essere conosciuti.

 

Ma l’opera più preziosa del braccio sinistro del transetto è il celebre candelabro Trivulzio, del 1200 circa, tutto in bronzo, con figure di animali e scene tratte dalla Bibbia.

Proseguendo ora verso l’uscita, camminando sempre in senso antiorario, osserviamo alla nostra destra il grande crocefisso di legno, sopra l’altare detto appunto del crocefisso, che S. Carlo portava in processione durante la peste di Milano del 1576; e infine, quasi all’uscita, sulla nostra sinistra, il bellissimo battistero con quattro colonne corinzie, la cui fonte battesimale è costituita da un’antica vasca romana in porfido.

 

Come vi avevo promesso, è stata una visita veramente velocissima, e non poteva essere diversamente. Se avessimo voluto vedere tutte le statue, le cappelle, i monumenti, le vetrate, etc. del Duomo di Milano avremmo dovuto trascorrere qui l’intera giornata e la nostra non sarebbe più stata una passeggiata nella Milano romana e medioevale ma una visita al duomo di Milano.

Se vi capita l’occasione, non dimenticate comunque di ritornare nel Duomo e ammirarlo con più calma. Ne vale veramente al pena per la quantità e le bellezze delle opere d’arte che conserva.

 

Prima di uscire diamo ancora uno sguardo d’insieme e lasciamoci affascinare ancora un momento dall’imponente santità del luogo di culto e del meraviglioso gioco di chiaroscuri, che ci fanno dimenticare la nostra vita quotidiana e ci uniscono all’estasi mistica dei grandi uomini di Chiesa che vi hanno vissuto.

 

 

 

Capitolo decimo

Milano nel basso medioevo

 

 

 

Dall’estasi mistica del Duomo di Milano alle complesse vicende del basso medioevo il passo è breve. È infatti sufficiente che attraversiate la piazza per intero, dando di spalle al Duomo, e che imbocchiate, sul fianco destro della piazza, la Via Mercanti, per ritrovarvi nel centro politico e nell’angolo più significativo della Milano del basso medioevo, che oggi porta il nome di Piazza Mercanti.

Gli stessi nomi dei palazzi, dal Palazzo della Ragione alla casa del Podestà, ci riportano in pieno mondo basso medioevale e ci fanno rivivere i giochi di potere, le guerriglie e le guerre di quel confuso periodo.

 

Il basso medioevo nasce con il declino del sistema feudale, che era stato importato da Carlo Magno, e che era il fondamento del Sacro Romano Impero.

Vi siete persi? Avete ragione. Abbiamo visto tanti monumenti e vissuto tanti eventi storici che stiamo correndo il rischio di confonderci le idee. Fermiamoci quindi un momento e facciamo il punto della situazione. Volendo riassumere, grossolanamente e in poche parole, i periodi e gli eventi storici avvenuti in Italia nel periodo fin qui rivissuto, proviamo a sintetizzare il tutto in un prospettino.

 

È evidente che, se vi ricordate perfettamente tutto siete già pronti a proseguire, non dovete far altro che saltare il prospetto e continuare con la storia del basso medioevo. Innanzitutto facciamo una piccola considerazione. Ormai sapete che a me piacciono le cose semplici e facili da ricordare. Bene, la storia d’Italia sembra essere stata fatta apposta per uno semplice come me, perché, sarà caso o sarà fortuna, ma la storia d’Italia è fatta di sei periodi di uguale durata, precisamente, o quasi, di 500 anni ciascuno. Non ci credete? Osservate allora il seguente elenco e meravigliatevi.

 

 

PREISTORIA

La preistoria dell’Italia inizia circa un milione di anni fa e conosce l’Età della Pietra, l’Età del rame e l’Età del Bronzo.

Milano è interessata per i ritrovamenti di alcune tombe.

PROTOSTORIA

La protostoria d’Italia inizia con l’età del Ferro, circa mille anni prima di Cristo, e dura circa 500 anni, comprendendo quasi tutte le avventure degli Etruschi, la fondazione di Roma e le sue prime vicende, e…….. bravissimi, la fondazione di Milano, verso la fine del periodo.

STORIA DI ROMA REPUBBLICANA

Comprende gli ultimi 500 anni prima della nascita di Cristo, anche se gli ultimi anni sono più di anarchia e di potere concentrato che di vera repubblica.

Milano diventa colonia latina e vi vengono costruite le prime mura, dette tardorepubblicane

STORIA DI ROMA IMPERIALE

Comprende i primi 500 anni dopo la nascita di Cristo, e conosce tutti gli imperatori romani, da Augusto a Romolo Augustolo, con la conquista da parte di Roma di gran parte del mondo allora conosciuto e la caduta dell’impero Romano d'Occidente.

Milano diventa capitale di questo impero sotto Massimiano e viene arricchita con le meravigliose costruzioni imperiali. Anche le mura sono ampliate.

Da città imperiale sotto l’impero di Massimiliano diventa poi città basilicale, sotto l’arcivescovato di Ambrogio, con la costruzione delle più belle basiliche.

STORIA DELL’ALTO MEDIOEVO

Comprende i secondi 500 anni dopo la nascita di cristo, arrivando quindi fino all’anno mille.

Durante questi 500 anni l’Italia è dominata, dapprima dai Bizantini, poi dai Longobardi, poi dai Franchi del Sacro Romano Impero ed infine dai Germanici della casa di Sassonia.

Milano subisce, come le altre città italiane, i danni e le invasioni della guerra gotica, della calata longobarda, ma anche la restaurazione del potere vescovile e la conseguente rinascita, non solo delle costruzioni, ma anche della cultura sociale della città.

STORIA DEL BASSO MEDIOEVO

Va dall’anno mille alla scoperta dell’America e comprende le avventure più svariate, dalle Repubbliche Marinare alle Crociate, dalla nascita del Comune all’avvento delle Signorie.

Milano conosce momenti di gloria nel periodo comunale, con il famoso Carroccio e durante le Signorie dei Visconti e degli Sforza, con la costruzione, tra l’altro, del Duomo e del maestoso Castello Sforzesco. Negli anni di passaggio tra il basso medioevo e l’Età moderna fu ospite a Milano Leonardo da Vinci che qui dipinse, tra l’altro, il famosissimo Cenacolo.

STORIA DELL’ETA’ MODERNA

Comprende gli ultimi 500 anni di storia, dalla scoperta dell’America ai giorni nostri. Milano ha conosciuto la dominazione spagnola e quella austriaca, dalle quali si libererà solo con il Risorgimento italiano; conserva tuttavia numerose tracce delle due dominazioni nei monumenti della città.

 

Va un po’ meglio, adesso? Dicevamo che il basso medioevo nasce col declino del sistema feudale, e qui conviene soffermarci per capire bene che cosa è successo.

 

Innanzitutto, che cosa è il feudalesimo? Ebbene? Vi vedo perplessi. Eh, sì. Tutti conoscete i feudi, i castelli, i cavalieri, ma definire il feudalesimo è un po’ più difficile.

Cominciamo col dire che il feudalesimo è una forma di governo. L’imperatore governava attraverso i suoi dipendenti, che si chiamavano vassalli, e li pagava dando loro in concessione delle terre, chiamate feudi. Fin qui non vi è nulla di strano. Alla morte del vassallo o in caso di disobbedienza, l’imperatore ritornava in possesso delle sue terre e tutto tornava come prima.

 

I problemi incominciarono quando gli eredi di Carlo Magno, avendo bisogno sempre crescente di aiuti da parte dei loro vassalli, per tenerli legati a sé furono costretti a concedere loro poteri sempre maggiori, tra i quali, ad esempio, l’eredità del feudo e l’immunità dalle imposte.

Con l’ereditarietà, i feudi divennero di effettiva proprietà del vassallo, passando poi di padre in figlio e senza più ritornare all’imperatore.

 

Ma anche i vassalli, per poter governare il loro feudo, avevano bisogno di aiuti da parte di altri personaggi che vi abitavano e, seguendo l’esempio degli imperatori, divisero le terre del feudo, assegnando i lotti ai vari signori, e così via, finchè l’Italia si trovò in pratica formata da una grande quantità di staterelli, più o meno autonomi, ciascuno dei quali aveva a capo un signorotto, che poteva essere un conte, un marchese o anche un ecclesiastico, i cosiddetti vescovi-conti, come il nostro Ariberto d’Intimiano.

 

Di vitale importanza per il nuovo mondo che si stava delineando in Italia fu la cosiddetta Constitutio de feudis, un atto promulgato nel 1037, col quale l’imperatore Corrado II il Salico, per ridurre il potere dei grandi feudatari, divenuti ormai pericolosi, concesse il diritto di ereditarietà anche ai più piccoli signorotti.

 

A seguito di quest’atto avvenne una grande concentrazione di persone nelle grandi città, soprattutto a Milano; i signorotti, ormai liberi nei confronti dei grandi feudatari, per trovare una vita più agiata in città; i contadini per trovarvi una vita più dignitosa di quella a cui li avevano costretti i grandi feudatari, che li avevano ridotti a servi della gleba. Questa concentrazione produsse nuove necessità e attività, con grande sviluppo delle industrie e dei mercati e col sorgere di una nuova classe sociale, chiamata borghesia.

 

Possiamo quindi dire, per riassumere il tutto in poche parole, che l’inizio del basso medioevo è caratterizzato dal passaggio dai grandi feudi a numerose piccole unità, concentrate nelle città, con attività industriale e grande massa di persone.

 

La prima organizzazione di tutte queste persone avvenne appunto a Milano dove fu istituito, per la prima volta in Italia, il Comune. Infatti proprio a Milano queste persone riuscirono ad organizzarsi in grandi associazioni: le Corporazioni, che erano le associazioni del popolo, e le Consorterie, che erano le associazioni dei nobili. Il Comune è l’insieme delle Corporazioni e delle Consorterie, guidate dal vescovo-conte.

Di particolare importanza nel governo della città era il cosiddetto podestà, generalmente forestiero e quindi senza interessi di parte, che veniva cambiato tutti gli anni.

 

La storia di Milano nei primi due secoli dopo l’anno mille è stata particolarmente intensa e ricca di avvenimenti che hanno visto il popolo milanese unirsi nelle alleanze più diversificate, assurgere al massimo del potere e crollare nel massimo della miseria o, per dirla stravolgendo le parole del Manzoni, più volte nella polvere più volte sull’altare. Eh, via, non siate così suscettibili! Lo so che il Manzoni non parlava di Milano ma di Napoleone, ma queste parole rendono molto bene la storia di Milano di questo periodo.

 

Le disavventure iniziarono con la morte del vescovo Ariberto d’Intimiano, che avvenne nel 1045. L’imperatore Enrico III, per ridurre il potere del vescovo-conte e quindi il potere di Milano, nominò, contro la volontà del popolo, un arcivescovo esclusivamente religioso.

Milano si trovò così spaccata in due: il popolo, appoggiato dal papa di Roma, contro i nobili, che appoggiavano il nuovo arcivescovo. Per rendere ancora più drammatico lo scenario della lotta, nel 1071 scoppiò un grande incendio che distrusse mezza Milano, ivi inclusa la basilica di S. Lorenzo.

 

Come la solito, piccoli fatti locali non sono altro che la fiaccola che mette in luce malumori ben più profondi.

Il malumore più profondo della storia dell’umanità è sempre stato, in diverse circostanze e ambienti culturali, la lotta per il predominio tra due diversi poteri, quello religioso e quello civile. Il primo rappresentato da organi che vantano una autorità conferita loro da divinità superiori. Questi organi possono essere gli stregoni delle tribù, i sommi sacerdoti delle civiltà pagane, il Dalai Lama del Tibet, come le varie chiese sparse per il mondo, di qualsiasi religione esse siano.

Il secondo è rappresentato da organi legittimati a governare dalle loro origini nobili, dal potere militare o dalla volontà del popolo. Sono questi i re, gli imperatori, i dittatori, oppure i diversi governi democratici o aristocratici diffusi un po’ ovunque.

 

Già abbiamo visto alcuni esempi di questa lotta in Italia, con grandi campioni della Chiesa cristiana, come S. Ambrogio e papa Gregorio Magno. Nel basso medioevo questa lotta ha assunto caratteri di massa e coinvolto città o nazioni, nobili e popolo, che si schierarono per alcuni secoli in due grosse fazioni: I Bianchi, o Guelfi, che parteggiavano per la chiesa; i Neri, o Ghibellini, che parteggiavano per l’imperatore.

 

Sembra quasi una coincidenza, o forse vi è una ragione storica, ma sta di fatto che il popolo di Milano, che parteggiava per il papa di Roma e quindi si schierava dalla parte dei Bianchi, scelse proprio il colore bianco a rappresentare il suo stato sociale, mentre i nobili scelsero il colore rosso.

Dall’unione di popolo e nobili nacque lo stemma di Milano. Il Comune di Milano, sorto dall’unione di popolo e nobili e risorto dopo l’incendio del 1071, diventò sempre più potente e conquistò anche altre città della Lombardia, quali Como, Pavia e Lodi.

 

Geloso del potere di Milano, l’imperatore Federico I di Svevia, detto il Barbarossa, mosse i suoi eserciti verso la città per conquistarla e farne la sua capitale. Il pericolo era enorme. Per prepararsi meglio alla difesa, i milanesi pensarono perfino di circondare la città con un enorme fossa che riempirono con l’acqua proveniente da canali circostanti. Questa fossa circolare è rimasta visibile fino a non molti anni fa e gli anziani milanesi la ricordano ancora col nome di cerchia dei Navigli.

 

Ma tutto fu inutile. Le forze dell’imperatore erano troppo ingenti e Milano dovette arrendersi. Le mura e le torri furono abbattute, le porte scardinate e la città distrutta. I cittadini si sparsero per le campagne. Milano era distrutta, ma il pericolo riguardava tutte le città, che ben presto decisero di allearsi con i milanesi contro l’imperatore.

 

Con tanta buona volontà e gli aiuti delle città vicine i milanesi fecero ritorno ai luoghi dove sorgevano un tempo le loro case e ricostruirono la città. Le città amiche erano una quindicina e tutte pronte a liberarsi del pericolo del Barbarossa. Nel 1167 i loro rappresentanti si riunirono a Pontida e fecero solenne giuramento di aiuto reciproco contro l’imperatore. La loro unione prese il nome di Lega Lombarda.

 

Dopo nove anni di preparativi venne finalmente la grande battaglia. Quanti uomini in campo, in quella campagna vicino a Legnano! Come brillava nella sua armatura Alberto da Giussano, capitano della Compagnia della Morte! E il Carroccio, con la Martinella che suonava ininterrotta!

Dopo una durissima battaglia, le forze della Lega risultarono chiaramente vincitrici e il Barbarossa fu costretto ad arrendersi.

 

Circa cinquant’anni di pace consentirono a Milano e alle altre città della Lega di riorganizzare le loro amministrazioni comunali. Ma un pericolo ben maggiore si stava delineando all’orizzonte. Il Barbarossa era ormai morto e così suo figlio, ma rimaneva il nipotino. Mai fidarsi dei nipotini, di solito sono i più pericolosi. Il nipotino, che era l’imperatore Federico II, era un uomo di grandissima cultura e intelligenza, ma un po’ ribelle, tanto che riuscì a farsi scomunicare più volte dai papa di Roma. Si mise in lotta anche con la Lega Lombarda e, con intelligenti alleanze militari, riuscì a mettere in campo un esercito tale che la Lega fu sconfitta, le popolazioni disperse e il Carroccio portato a Roma come trofeo di guerra.

 

Questi fatti furono l’inizio di una svolta nella storia di Milano, e di tutta Italia, perché prepararono il passaggio dei governi cittadini da Comuni a Signorie. Un nobile milanese, signore della Valsassina, raccolse i fuggiaschi e riorganizzò il rientro dei Milanesi in città. Il suo nome era Pagano della Torre e, col suo aiuto, Milano rifiorì. In segno di ringraziamento e fiducia i milanesi lo nominarono Capitano del Popolo, in modo che potesse lavorare al fianco del Podestà e tutelare i diritti del popolo.

 

La famiglia Della Torre assunse sempre più potere a Milano e fece grandi opere per l’amministrazione cittadina, da Pagano a Martino, da Filippo a Napoleone. Napoleone, si, avete letto bene. L’ultimo Della Torre si chiamava proprio Napoleone, anche se non ha nulla a che fare col Napoleone che conoscete voi, che nascerà in Corsica cinquecento anni dopo.

Al tempo di Napoleone Della Torre, il papa nominò arcivescovo di Milano un certo Ottone Visconti, e qui ricominciarono i guai, come vedremo nella prossima scheda.

 

 

Scheda n. 4

Napo Torriani e Ottone Visconti

 

 

Fu lo stesso Pagano Della Torre a trasformare il cognome della nobile famiglia, preferendo il più veloce Torriani, senza peraltro mutarne il significato. Per questo motivo Napoleone, che presto venne chiamato più semplicemente Napo, è più noto col nome semplificato di Napo Torriani che non con quello originale di Napoleone Della Torre.

 

Napo era nipote di Filippo Della Torre e, alla morte di questi, ne ereditò non solo la benemerenza e la guida del popolo milanese, ma anche gli intrighi politici, che nel frattempo erano divenuti insostenibili.

Filippo infatti era divenuto il capo dei Guelfi dell’Italia settentrionale e, come tale, si sentiva in diritto di decidere la nomina dell’arcivescovo di Milano, a favore di un suo parente, un certo Raimondo, già arciprete di Monza. Il diniego del papa e la nomina di Ottone Visconti ad arcivescovo di Milano significò lotta aperta tra Torriani e Visconti, e Napo ne fu la vera vittima.

 

Nè gli valsero i favori dell’imperatore, che nominò Napo vicario imperiale. Neppure gli valse la protezione di Raimondo, che nel frattempo, rinunciando a diventare arcivescovo di Milano, era stato vescovo di Como ed era poi diventato patriarca di Aquileia. Il nemico che aveva di fronte era più forte di lui e soprattutto godeva di maggiori alleanze politiche e militari.

 

Ottone visconti vantava una famiglia ricca di glorie e la cui ramificazione rassicurava fonti di potere abbastanza ampie. Egli ereditò il nome Ottone da quello del suo bisnonno, che era stato console a Milano un secolo prima e che, a sua volta, sembra incredibile, l’aveva ereditato dal suo bisnonno, vissuto a cavallo tra il 1000 e il 1100. Anzi, fu proprio questo "vecchietto arzillo" a dare il nome alla famiglia. Il più antico Ottone era infatti vice-conte (visconte) dell’arcivescovado di Milano, così che tutti i suoi discendenti si sarebbero chiamati Visconti, a memoria di lui.

 

Ai tempi del nostro Ottone, la famiglia vantava un fratello vescovo di Ventimiglia, un altro fratello console di giustizia proprio a Milano ed un terzo fratello podestà di Oleggio. Lo zio Eriprando era già stato arcivescovo di Milano quando Ottone era ancora bambino.

È evidente che, con un tale nome e tante parentele illustri, Ottone partiva altamente favorito nei confronti del rivale Napo. D’altra parte Napo aveva fatto di tutto per evitare ad Ottone di prendere possesso di Milano, costringendolo all’esilio per molti anni. Ma la mossa si rivelò presto sbagliata, perché Ottone, durante l’esilio, riuscì ad organizzare il colpo di mano e a prepararsi per la battaglia su terreno aperto.

 

La battaglia tra Ottone e Napo avvenne a Desio, dove l’esercito di Napo fu sbaragliato. Fu questa la fine per Napoleone Della Torre, detto Napo Torriani, che venne fatto prigioniero e rinchiuso in una gabbia di ferro, in una torre sopra Como, dove morì l’anno successivo.

 

Rimasto solo, Ottone riuscì a concentrare nelle sue mani sia il potere civile che quello religioso, dando inizio al lungo periodo del dominio dei Visconti sulla città, dominio nel quale si succedettero i vari Matteo, Galeazzo, Azzone, Luchino, etc. dando vita ad una delle più importanti Signorie del basso medioevo.

 

Con i Visconti nacque lo stemma della città, che raffigurava un serpente recante in bocca un essere umano. Il serpente non era nuovo negli stemmi milanesi e già tra le antiche bandiere di Milano se ne trovava una bianca con l’immagine di un serpente azzurro. Il disegno si completò dopo la prima Crociata, perché fu collocata, accanto al serpente, anche l’immagine di un saraceno, simbolo del nemico vinto. Il vessillo di Milano infatti, introdotto dai Visconti, raffigurava il serpente nell’atto di inghiottire un saraceno.

 

Alcuni studiosi di teologia ritengono invece che l’immagine non abbia nulla a che fare con le Crociate ma sia la raffigurazione di un episodio narrato nell’Apocalisse, dove si racconta come l’Arcangelo Michele uccidesse un drago e liberasse il fanciullo da questi catturato.

Personalmente preferisco la prima versione, se non altro perché allineata ai tempi e perfettamente logica con la storia che stiamo narrando e in cui è nato il simbolo.

 

 

 

 

Capitolo undicesimo

Piazza Mercanti

 

 

 

La costruzione tipica della città bassomedioevale era l’Arengo. L’Arengo era il palazzo delle riunioni, delle assemblee e, in seguito, il palazzo della magistratura consolare. Si trattava in genere di una costruzione a pianta rettangolare, con ampie finestre corrispondenti alle sale di riunione. Normalmente l’Arengo si trovava in posizione elevata, appoggiato su un ampio loggiato, quindi su uno spazio vuoto, sostenuto da colonne o porticati. Quasi sempre l’Arengo aveva un balcone, detto Arengario, dal quale l’oratore parlava alla popolazione raccolta sulla piazza.

 

La piazza dell’Arengo veniva poi chiamata Broletto, che letteralmente significa piccolo campo chiuso da mura. Col passare del tempo però i termini si sono confusi, e il palazzo viene oggi indifferentemente chiamato Arengo, Arengario, Broletto, Palazzo della Ragione.

Il Broletto di Milano, del 1228, è stato il primo in Italia.

 

Vedo che l’avete riconosciuto subito. Eccolo lì, imponente in mezzo alla piazza, col suo ampio loggiato sottostante. Come avete notato, per raggiungere il loggiato occorre salire alcuni gradini. Non dobbiamo tuttavia lasciarci ingannare e pensare che il palazzo sia stato costruito più in lato del resto della piazza. No. Alle origini tutta la piazza era sollevata rispetto al piano della città e il suo pavimento si trovava all’altezza del loggiato.

 

Era una grande piazza di forma quadrata e vi si accedeva attraverso cinque portoni, due dei quali sono rimasti ancora pressochè gli originali: il Passaggio delle Scuole Palatine e il Passaggio di S. Margherita, o dei Fabbri, uno di fronte all’altro, dal lato della piazza in cui il Broletto è collegato con un passaggio sopraelevato ad uno dei palazzi laterali, dalla parte opposta a quella dalla quale siamo arrivati noi. Troppo complicato? È vero. Sembra quasi un gioco di parole. Non preoccupatevi, ci aiuteremo col solito disegnino.

 

Incominciamo quindi col disegnare un bel quadrato, che rappresenta la piazza, in mezzo al quale poniamo il grosso rettangolo del Broletto.

Se poi raddoppiamo il lati del quadrato, avremo così disegnato a grandi linee anche i palazzi che circondano la piazza.

 

Se avete disegnato il tutto come sto facendo io, vi sarete resi conto di dove ci troviamo e di che cosa stiamo parlando.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A = Passaggio S. Margherita

B = Passaggio delle Scuole Palatine

 

Che state dicendo? Che il vostro disegno è più bello del mio, perché avete disegnato un quadrato completo, mentre io ne ho tagliato un pezzo con Via Mercanti? Avete ragione, ma non pensate di essere i primi ad averlo pensato. Infatti anche i costruttori medioevali la pensavano come voi e avevano costruito una piazza quadrata completamente chiusa, a meno dei passaggi per potervi entrare ed uscire.

 

La costruzione di Via Mercanti, avvenuta nella seconda metà del secolo scorso, ha rovinato in modo irreparabile il vostro disegno, e anche la piazza. Cosa volete fare? La piazza quadrata non si ricostruisce più. Forse è più semplice modificare, anche se a malincuore, il vostro disegno, e farlo come quello che ho tracciato io. Siete d’accordo?

E avete disegnato in mezzo il rettangolo che rappresenta il Broletto? Bravissimi.

 

Il Broletto è uno dei più bei palazzi romanici d’Italia. Proviamo ad osservarlo dall’esterno. Sarebbe simpatico anche passeggiare sotto il loggiato, ma la passeggiata è sconsigliata in quanto il loggiato è strenuamente diverso dai suoi abitatori abituali, i piccioni, che sono sempre numerosi e ardenti di fare i loro bisognini sulla testa di chi si trova sotto di loro.

 

Il lato lungo del loggiato è formato da sette archi sostenuti da otto colonne.

Cosa succede? A qualcuno sembra strano che ci vogliano otto colonne per sostenere sette archi? No, non è strano, è perfettamente logico. Guardate il disegnino e ve ne renderete subito conto tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siete tutti convinti? Bene. E adesso che cosa è successo? Ah, è la parola "scrofa" che ho inserito nel disegno che vi fa ridere?

Guardate attentamente il palazzo, stando sempre fermi sulla Via Mercanti, dove ci troviamo, e concentrate la vostra attenzione sul punto che ho indicato nel disegno con la parola "scrofa".

 

Avete visto che cosa curiosa? Si tratta di un antichissimo bassorilievo che si vede murato su uno dei pilastri. Vi si individua, con qualche difficoltà, una scrofa col corpo parzialmente ricoperto di lana. Non vi dice nulla? Ah, lo sapevo che qualcuno si sarebbe ricordato, anche se ne abbiamo parlato soltanto nell’introduzione. È vero, ci ricorda molto bene quella scrofa trovata da Belloveso, secondo la leggenda, che fu detta mediolanuta per essere coperta di lana solo a metà, e che avrebbe dato il nome a Mediolanon, da cui l’attuale Milano.

 

Portiamoci ora al centro dell’attuale Piazza Mercanti, che è quella piazzetta che si vede sul lato opposto del Broletto. Di qui riusciamo a vedere la facciata principale del palazzo, che è perfettamente identica a quella che abbiamo già visto, con i suoi sette archi appoggiati su otto colonne.

Un particolare la distingue tuttavia, particolare che le da’ maggiore importanza.

Sulla facciata verso Piazza Mercanti vi è infatti una nicchia con un monumento di un uomo a cavallo. Si tratta del podestà di Milano Oldrado da Tresseno, che fece costruire il Broletto nel 1233.

 

Al centro di Piazza Mercanti si trova un pozzo, anzi, no, la vera di un pozzo. E qui sono convinto di avervi messo in crisi. Tutti sapete cos’è un pozzo, ma cosa c’entra la vera? Non preoccupatevi. Sono andato in crisi anch’io quando l’ho scoperto per la prima volta e ho dovuto correre a consultare un buon vocabolario di italiano. Fatelo anche voi, qualche volta! È un libro interessante e contiene tanti vocaboli che non conosciamo o conosciamo in modo inesatto.

 

Per questa volta vi aiuto io. La vera è l’anello, normalmente quello che distingue, nella nostra civiltà, le persone sposate da quelle "amanti della libertà". Anche i pozzi hanno normalmente una parte circolare, quindi a forma di anello, che emerge dal terreno a mo’ di parapetto, e anche questa viene chiamata "vera". Quella che state vedendo ora, al centro della Piazza Mercanti, è la vera, cioè il parapetto, di un pozzo che si trovava più in là, sotto il portico di Via S. Margherita.

 

Il pozzo era famoso ritrovo di notai e avvocati fino a quando, agli inizi del nostro secolo, è stato trasportato in mezzo alla piazza, proprio nel punto in cui si trovava la cosiddetta "pietra dei falliti", una pietra dove si recavano i falliti a fare pubblico atto di rinuncia ai loro averi.

Si tratta solo di una coincidenza, e non credo che la causa dei fallimenti fossero i conti dei notai e degli avvocati, anche se è curioso un antico detto milanese, che diceva grosso "Stai lontano dai pericoli e dai conti di Messer Zenone", che era evidentemente un notaio.

 

Dicevamo che la piazza era, in origine, un quadrato perfetto, i cui lati erano formati da costruzioni e palazzi di grande importanza storica e artistica. Quelli rimasti sono palazzi di epoche diverse, anche se la prima impressione è chiaramente medioevale.

Alcune costruzioni medioevali sono state sostituite con altre più recenti, mentre le rimanenti sono state più volte "aggiornate", pur mantenendo la struttura originaria.

 

I palazzi più importanti che si possono ammirare ancora oggi sono:

La Loggia degli Osii, costruita nel 1316

Le Scuole Palatine, costruite nel 1645

Il Palazzetto dei Panigarola, costruito nel 1899

Il Palazzo dei Giureconsulti, costruito nel 1561

 

Questi palazzi formano tre dei quattro lati della piazza. Il quarto lato, quello verso Piazza del Duomo, è formato da vecchie case, che non stonano affatto col resto della piazza, costruite verso la fine del secolo scorso sul luogo in cui sorgeva un tempo la cosiddetta "Casa del Podestà".

 

Riprendiamo, tanto per orientarci, il nostro disegnino della piazza e individuiamo i tre lati su cui sorgono i quattro famosi palazzi.

 

 

 

 

 

A = Passaggio S. Margherita

B = Passaggio delle Scuole Palatine

 

C – Loggia degli Osii

D - Scuole Palatine

E - Palazzetto dei Panigarola

F - Palazzo dei Giureconsulti

 

La cosiddetta Loggia degli Osii è una costruzione su tre piani, il primo dei quali è costituito da un porticato, il secondo dal corpo vero e proprio dell’edificio, nel quale sono evidentissimi gli archi a sesto acuto tipici dallo stile gotico, il terzo da un corpo basso contenente trifore e nicchie.

Dei termini "sesto acuto" e "nicchia" abbiamo già parlato, per cui sapete ormai bene che l’arco a sesto acuto è quello che termina a punta verso l’alto e che la nicchia è una rientranza della parete, a forma rettangolare o a semicerchio.

 

Il vocabolo forse nuovo è invece "trifora", ma è talmente semplice che non necessità di spiegazioni. Avete già capito cosa significa guardando le finestre in alto, che si presentano appunto formate da tre fori, da cui deriva il nome trifore.

Nelle nicchie sono conservate statue del 1300. Ben più interessante è invece il cornicione tra il primo e il secondo piano, cui difficilmente fanno caso i passanti frettolosi. Esso è formato da tanti quadrati, ciascuno dei quali contiene una insegna diversa. Sono le insegne dei vecchi quartieri di Milano. Infatti anche Milano, come tutte le città nel medioevo, era suddivisa in quartieri che formavano nuclei ben distinti. L’esempio più evidente ancora oggi dell’esistenza dei quartieri in una città è dato dal famoso Palio di Siena.

 

Al centro del cornicione della Loggia degli Osii sporge un balconcino, dal quale venivano lette le leggi, che nel medioevo si chiamavano editti, e le sentenze. Le altre costruzioni della piazza sono di epoca più recente, anche se sono state costruite incorporando o in sostituzione di precedenti costruzioni medioevali. Il Palazzo delle Scuole Palatine è una costruzione barocca sorta nel luogo in cui si trovava, in età medioevale, il cosiddetto portico di Azzone.

 

Perché ridete? Non vi piace il nome Azzone? Beh, in effetti, non è un nome molto comune. Evidentemente Galeazzo I Visconti pensava diversamente, tanto da chiamare Azzone suo figlio. Ritorneremo sull’argomento quando parleremo della signoria dei Visconti.

 

Il Palazzetto dei Panigarola, che qualcuno chiama semplicemente Casa dei Notai, è stato costruito sul luogo in cui sorgeva l’abside dell’antica chiesa di S. Michele al Gallo, ormai completamente scomparsa.

La costruzione è recente, ma è stata fatta utilizzando anche qualche elemento più antico, di stile gotico veneziano.

 

Ben più imponente è il Palazzo dei Giureconsulti, che occupa tutto il lato dell’attuale Via Mercanti opposto al Broletto.

Non si può non restare affascinati dalla maestosità della facciata e della torre dell’orologio. La facciata è composta di tre piani, il primo dei quali è di eccezionale altezza e mostra ampi archi a tutto sesto appoggiati a colonne binate.

 

Non ditemi che è difficile, perché non è vero. Gli archi a tutto sesto, ormai lo sapete bene, sono quelli rotondi, e le colonne binate sono colonne abbinate a due a due.

Se guardate il palazzo, potrete facilmente constatare con i vostri occhi quello che sto dicendo.

In ogni caso si tratta di una cosa molto semplice. È sufficiente che disegnate una serie di colonne, collegandole una si e una no con archi semicircolari.

 

 

 

 

Visto come è semplice? E che bell’effetto di grandiosità?

Non meno imponente è la splendida torre dell’orologio, al cui centro si trova una grande nicchia con la statua di S. Ambrogio. La statua è molto recente, in quanto risale agli inizi del secolo scorso. Non è la statua originale, in quanto questa, che rappresentava Filippo II di Spagna, andò spezzata alla fine del diciottesimo secolo.

 

La torre dell’orologio, così alta rispetto al resto dell’edificio, è anche nota per una serie di fatti assai curiosi, che le ha attribuito il ruolo di parafulmini, anche se i numerosi fulmini che l’hanno colpita non hanno mai provocato danni.

La parte della torre che interessa di più la nostra passeggiata nella Milano romana e medioevale è leggermente nascosta e solo degli acuti osservatori come voi possono evidenziarla immediatamente.

 

Si tratta di un’altra torre, a ridosso della quale la torre dell’orologio è stata costruita, che si vede sporgere dietro questa. È una torre a base quadrata, di struttura evidentemente medioevale, costruita nel tredicesimo secolo, che portava un nome a noi ormai ben noto: Torre di Napo.

 

Prima di abbandonare Piazza Mercanti, diamole ancora uno sguardo d’insieme. Qui c’è tutta la storia di Milano bassomedioevale e post-medioevale. Ammirando queste costruzioni non si può resistere alla tentazione di immaginarle come erano all’epoca, con i notabili e il popolo, col Podestà e il lettore di editti. Per non dimenticare i soldati, luccicanti nelle loro armature e imponenti sotto i loro elmi e con le loro alabarde.

 

Vi piacciono le armature medioevali? Tra non molto ne vedremo a iosa. No, che cosa avete capito? Non è che i soldati medioevali siano ritornati e ci stanno venendo incontro con cattive intenzioni. Siamo noi che ci avviamo verso il Castello Sforzesco, dove vedremo, fra tante cose meravigliose, anche le armature del medioevo. Che dite? Siete troppo stanchi? Coraggio, ancora uno sforzo. Vi prometto che, appena arrivati al castello, prima di visitarlo, vi concederò quattro minuti per sedervi e fare la vostra merenda pomeridiana, perché so che, dopo aver mangiato qualcosa, sarete di nuovo in forma come prima. Beh, quasi come prima. E poi, il castello è la nostra ultima tappa. Non vorrete arrendervi proprio ora, che avete quasi finito!

 

Capitolo dodicesimo

La Signoria dei Visconti

 

 

 

 

Usciamo quindi da Piazza Mercanti, dal lato opposto a quello dal quale siamo entrati e finiamo di percorrere Via Mercanti fino a Piazza Cordusio. Vi ricordate Piazza Cordusio? Ne avevamo fatto un accenno nel settimo capitolo quando, parlando dei Longobardi, avevamo detto che dalla loro "corte ducale" derivava il nome di "cordusio".

 

Da Piazza Cordusio si imbocca Via Dante e …ebbene sì, è proprio lui. Eccolo là in fondo il nostro Castello Sforzesco. Percorriamo quindi tutta la Via Dante, attraversiamo, usando il sottopassaggio, Largo Cairoli, percorriamo la breve Via Beltrami ed eccoci giunti, dopo aver attraversato l’anello stradale che circonda il castello, all’entrata che ci conduce diretti alla Piazza d’Armi.

 

La Piazza d’Armi è un enorme cortile rettangolare, dove trovate anche le desiderate panchine su cui appoggiarvi, con la ormai consueta educazione, per godervi la vostra meritata merenda pomeridiana.

Dite la verità. Non vi sentite un tantino emozionati a fare merenda sotto le alte mura medioevali, un una piazza anticamente percorsa da soldati e capitani di ventura, che facevano paura solo a guardarli?

 

Eppure è così, perchè il Castello Sforzesco ha avuto le sue origini nella lontana metà del secolo quattordicesimo, per volere di Galeazzo II Visconti. È vero che la prima costruzione si limitava a quella che noi chiamiamo oggi la Rocchetta e solo sotto gli Sforza il Castello ha raggiunto le dimensioni attuali, me è altrettanto vero che il terreno che state calpestando è già stato calpestato da tutte le generazioni dei Visconti e degli Sforza, con tanti personaggi e tante avventure che non immaginereste mai. Con i nomi dei personaggi si rischia spesso di fare confusione, perché molti di loro avevano lo stesso nome, anche se vissuti in epoche diverse. Vi sembra strano? No che non lo è. Pensate soltanto al vostro nome e passate in rassegna, magari facendovi aiutare dalla mamma o dal papà, quelli dei vostri zii, dei vostri nonni, bisnonni e prozii, e noterete quanti nomi si sono ripetuti. C’è da perdersi.

 

Un sistema simpatico per evitare di perderci e per capire bene i legami familiari e temporali tra le persone di una stessa famiglia è quello di disegnare il loro albero genealogico.

Esistono diversi modi per disegnare un albero genealogico. Ve ne spiego uno che, anche se non è particolarmente elegante, è facilissimo da realizzare e non richiede capacità di disegno né di organizzazione. Proviamo a guardare il seguente esempio:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Semplice, non è vero? Attenzione, però, alla chiave di lettura. Un albero genealogico può essere letto in modo ascendente o in modo discendente.

 

L’albero ascendente non è usato quasi mai, ma vi può servire quando volete capire in modo chiaro chi sono i vostri ascendenti, cioè i vostri genitori, i vostri nonni, i vostri bisnonni, e così via.

Letto in chiave ascendente, l’esempio qui sopra ci dice che Paolo ha un papà che si chiama Piero, che a sua volta ha un papà che si chiama Giuseppe e una mamma che si chiama Elisabetta. Quindi Giuseppe ed Elisabetta sono i genitori di Piero e i nonni paterni di Paolo. Analogamente la mamma di Paolo si chiama Maria e i suoi genitori, Carlo e Laura, sono i nonni materni di Paolo.

 

Lo stesso esempio, letto in chiave discendente, che è la chiave di lettura usuale degli alberi genealogici, ci dice che Paolo ha due figli, Piero e Maria. Anche Piero ha due figli, Giuseppe ed Elisabetta, come pure due sono i figli di Maria, e si chiamano Carlo e Laura.

Per cui Paolo è nonno di quattro nipotini, che si chiamano Giuseppe, Elisabetta, Carlo e Laura.

Vi piace? Provate a farlo con la vostra famiglia e vedrete che vi divertirete.

 

L’albero genealogico di una famiglia è normalmente una costruzione abbastanza complessa, con tante ramificazioni. Se dovessimo descrivere l’albero genealogico completo della famiglia dei Visconti in tutto il basso medioevo, dovremo scrivere diverse pagine di nomi. Tanto più che alcuni personaggi erano particolarmente prolifici. Pensate, ad esempio, a quel simpaticone di Bernabò che, tra una battaglia e l’altra, prima di morire avvelenato a 62 anni, lasciò ben venti figli, tra legittimi e naturali, e precisamente: Sagromoro, Marco, Carlo, Antonia, Caterina, Mastino, Taddea, Ludovico, Rodolfo, Lucia, Verde, Valenza, Maddalena, Elisabetta, Agnese, Estorre, Ambrogio, Donnina, Elisabetta (sì, le Elisabette sono due), Riccarda.

Chiaramente questa è soltanto una generazione di un solo ramo della famiglia.

 

L’albero genealogico è fatto di tutti i rami e deve comprendere tutte le generazioni che, nel caso della famiglia Viscontea e limitatamente al basso medioevo, hanno coperto i cinquecento anni che intercorrono tra il primo Eriprando, morto nel 1037, e Pier Francesco, morto nel 1484.

 

Vi chiedo quindi di ringraziarmi per lo sforzo che ho fatto nel costruire l’albero genealogico ridotto che vedete nel riquadro della pagina seguente, nel quale, usando non le forbici ma la sega elettrica, ho amputato la maggior parte dei rami, lasciando solo quelli che interessano più da vicino il nostro racconto.

 

Guardatelo bene. Avete visto quanti nomi si ripetono, anche in epoche diverse? Ci sono tre Eriprando, tre Ottone, due Uberto, due Azzone, e poi i Galezzo, i Luchino, i Matteo. C’è da perdersi.

 

I primi trecento anni della famiglia Visconti, dal primo Eriprando all’ultimo Ottone, non sono particolarmente rilevanti per la storia di Milano, per cui i personaggi sono citati solo per continuità dell’albero genealogico.

 

 

Solo l’ultimo personaggio di questa prima parte della storia dei Visconti ci riguarda da vicino. L’avete riconosciuto? Sì, è proprio quell’Ottone Visconti che è stato arcivescovo di Milano nel tredicesimo secolo e che ha procurato tanti guai a Napo Torriani, come abbiamo visto nell’ultima scheda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIASSUNTO DELL’ALBERO GENALOGICO DELLA FAMIGLIA DEI

VISCONTI NEL BASSO MEDIOEVO ( 1000 – 1500)

Eriprando (morto nel 1037)

I---Ottone

I---Riccardo

I---Eriprando

I---Guidone

I---Ottone

I---Ruggero

I---Eriprando

I---Uberto

I---Ottone

I---Azzone

I---Andreotto

I---Obizzo

I I---Tebaldo

I I I---Matteo I

I I I I---Galezzo I

I I I I I---Azzone

I I I I---Marco

I I I---Giovanni

I I I I---Leonardo

I I I---Luchino

I I I---Agnese

I I I---Caterina

I I I---Stefano

I I I---Brizio

I I I---Luchino

I I I---Matteo II

I I I---Galeazzo II

I I I I---Violante

I I I I---Gian Galeazzo

I I I I---Giovanni Maria

I I I I---Filippo Maria

I I I I I--- Bianca Maria

I I I I---Gabriele

I I I I---Valentina

I I I---Bernabò

I I---Uberto

I---Gaspare

I---Beatrice

 

 

 

Prima di morire, Ottone Visconti cedette la guida di Milano al suo nipote prediletto, che si chiamava Matteo. Nel 1289 infatti Matteo I ereditò dal prozio la Signoria di Milano, riuscendo a farsi accettare dai tre ceti sociali: clero, nobili e popolo.

 

La simpatia del clero doveva essere un fatto personale, perché tra la Chiesa e i Visconti non poteva correre buon sangue, in quanto la prima è sempre stata guelfa e i secondi erano chiaramente ghibellini. Delle lotte tra Guelfi e Ghibellini abbiamo accennato nel decimo capitolo. Qui aggiungeremo solo che tali lotte, dopo aver risparmiato Matteo I, ritornarono intense col suo successore, il figlio Galeazzo I.

Alcune città, come Firenze e Bologna, si erano schierate dalla parte guelfa, ma i Visconti di Milano non erano certo soli e potevano contare sull’aiuto di grandi Ghibellini quali Cangrande della Scala a Verona, Passerino Bonacolsi a Mantova e Castruccio Castracani a Lucca.

 

Che c’è da ridere? Sono nomi curiosi, è vero, ma non è colpa mia se si chiamavano così. Ed è perfettamente inutile che ridiate pensando quale rapporto potesse esserci tra Castracani e Cangrande. Siete troppo maliziosi. E va bene, ridete pure. Del resto ho sempre riso anch’io sui nomi di questi due personaggi.

Nonostante le battaglie e le contese, Galeazzo I trovò anche il tempo e la mente per far costruire un castello a Monza.

 

Milano invece deve molto al figlio di Galeazzo I, Azzone, che succedette al padre nella Signoria e si dedicò all’abbellimento della città, facendo lastricare le vie e donandole numerosi monumenti nuovi.

Azzone, come del resto quasi tutti i Visconti, era uno strenuo protettore delle arti, tanto da invitare a Milano il più grande pittore dell’epoca. Vediamo se indovinate. Per aiutarvi vi ricordo che siamo intorno al 1330. Ci siete? Altrimenti ve lo dico io. Si trattava nientepopodimeno che di Giotto, che fece a Milano diversi lavori, purtroppo andati perduti.

 

Azzone si preoccupò anche di rifare le mura di Milano, sostituendo quelle ormai cadenti che erano state erette dopo la distruzione effettuata dal Barbarossa.

Azzone Visconti morì in giovane età, tanto che gli potè succedere lo zio Luchino. Contemporaneamente lo zio Giovanni divenne arcivescovo di Milano.

 

Zio Luchino era un grande conquistatore ed impiegò il tempo della sua Signoria in opere di espansione, in modo che la Signoria dei Visconti finì col comprendere, oltre a Milano, anche Lodi, Piacenza, Parma, Bologna, Cremona, Brescia, Bergamo, Como, Novara, Alessandria, Vercelli, Alba, Asti, Genova, Savona.

Decisamente era uno zietto molto attivo e soprattutto non voleva essere disturbato, tanto che, per poter fare i suoi comodi in tutta tranquillità, pensò bene di mandare in esilio tre dei nipotini rimasti: Matteo II, Galeazzo II e Bernabò.

Purtroppo per lui si era invece dimenticato della sua dolce consorte, che nel 1349, pensò di fare un po’ di bene all’umanità avvelenando il marito.

Il ricordo di Luchino ci rimane nella splendida costruzione del castello di Vigevano.

 

Zio Giovanni, l’arcivescovo, ritenne allora giusto richiamare dall’esilio i tre nipotini, che intanto erano cresciuti. Chi sarebbe diventato il nuovo signore dei Visconti?

Vi voglio aiutare, dicendovi che Matteo II morì giovane, lasciando così tutte le decisioni ai due fratelli, Galeazzo II e Bernabò.

Allora? Lo so che voi state già pensando ad un duello mortale, sullo stile di Romolo e Remo. Invece questa volta i due fratellini vi hanno delusi, perché si sono divisi la Signoria da buoni amici, in modo che Galeazzo II divenne signore della parte occidentale e Bernabò di quella orientale.

 

Fu di questo periodo la prima costruzione del castello in cui ci troviamo ora, che era allora limitato a quella parte che noi chiamiamo Rocchetta, così come dobbiamo sempre a Galeazzo II la costruzione del castello e la fondazione dell’Università a Pavia.

E Bernabò? Bernabò era decisamente un uomo sfortunato. Da giovane ebbe l’esilio, per colpa dello zio; da anziano, quando era diventato zio lui stesso, fu imprigionato e lasciato morire in carcere dal suo nipotino. L’ho sempre detto che i nipotini sono pericolosi!

 

Il nipotino, che si chiamava Gian Galeazzo, era il figlio di Galeazzo II. Eliminando lo zio, si trovò di fatto l’unico signore dei domini dei Visconti. Di Gian Galeazzo Visconti parleremo più in dettaglio nella prossima scheda.

Alla sua morte, avvenuta nel 1402, seguì un po’ di scompiglio, finchè il figlio Filippo Maria riprese il potere, in un periodo incredibilmente travagliato. Le guerre erano all’ordine del giorno e le grandi città erano costrette ad affidarsi, per combattere e per difendersi, ai cosiddetti capitani di ventura, validissimi condottieri, esperti nell’uso delle armi, che combattevano con le loro brigate d’assalto per conto della città o del signore che li pagava di più. Il primo capitano di ventura assoldato da Filippo Maria Visconti fu Francesco Bussone, meglio conosciuto come il Carmagnola.

 

Le vittorie erano assicurate e il potere dei Visconti crebbe sempre più. Ma ancor più crebbe il potere personale del Carmagnola, tanto da dover preoccupare Filippo Maria, che ritenne necessario eliminare il condottiero.

Il Carmagnola capì fin troppo bene le intenzioni non molto simpatiche del suo signore e lo abbandonò per mettersi a combattere contro i Visconti al soldo di un’altra grandissima potenza: Venezia.

Come se ciò non bastasse, anche Firenze era preoccupata per il potere dei Visconti, e si alleò anche lei con Venezia contro Milano.

 

Ne nacque una grande battaglia, che avvenne a Maclodio, in provincia di Brescia, nel 1427, dove l’esercito milanese fu clamorosamente sconfitto. Nonostante la sconfitta, Milano aveva un altro grande condottiero che stava emergendo, che si chiamava Francesco Sfroza. Questi radunò le truppe disperse e ricostituì l’esercito tanto che, soli quattro anni dopo la sconfitta di Maclodio, i Milanesi riuscirono a sconfiggere lo stesso Carmagnola e a concludere una pace decente.

 

Francesco Sforza cresceva sempre più in fama e potenza. Una campagna militare nello stato pontificio lo vide artefice di vittorie così schiaccianti che il papa ne restò preoccupato e, pur di tenere lontano Francesco da Roma, lo nominò marchese di Ancona.

Meno sicure erano invece le sorti di Milano, ancora una volta minacciata da Firenze e Venezia.

 

Francesco Sforza, da buon capitano di ventura, non era costantemente legato ad una parte, ma aveva la facoltà di combattere quando voleva e per chi voleva. Ecco quindi che lo troviamo questa volta schierato dalla parte della lega Firenze-Venezia per combattere contro Milano.

Oltre a lui, la lega contava altri due capitani di ventura, certamente non inferiori, dai nomi risonanti di Erasmo Gattamelata e Bartolomeo Colleoni.

 

Eh, sì. Nel quindicesimo secolo i capitani di ventura non mancavano di certo, ed erano tutti valorosissimi. Il povero Filippo Maria Visconti si trovò così in serie di difficoltà. Sapeva di non avere alcuna possibilità di vincere la guerra, ma sapeva anche che una resa incondizionata sarebbe stata rovinosa per lui e per Milano.

In queste circostanze la storia ci insegna che l’unica via di uscita, anche se non sempre risolutiva, è la politica dei matrimoni.

 

Un esempio di tale politica, ma ve ne sono moltissimi, è stato il matrimonio organizzato dall’ultimo re longobardo che, per non essere sconfitto dai Franchi, diede sua figlia in isposa a Carlo Magno. Non raggiunse comunque il risultato desiderato, perché Carlo invase ugualmente l’Italia, dopo aver ripudiato la sposa.

 

A malincuore anche Filippo Maria Visconti dovette scegliere questa strada e offrì a Francesco Sforza la sua figlia Bianca Maria, consentendo di raggiungere gli accordi per una pace.

Con questo matrimonio la signoria di Milano fuggì definitivamente dalle mani dei Visconti e, nel 1450, passò in quelle degli Sforza, di cui Francesco fu il primo e il più grande rappresentante.

 

Scheda n. 5

Gian Galeazzo Visconti e Francesco Sforza

 

 

 

 

Gian Galeazzo era un "ragazzo" deciso e con le idee chiare. Voleva diventare duca e lo diventò. Come? Beh, innanzitutto bisognava non avere concorrenti e soprattutto occorreva liberarsi dall’invadenza di zio Bernabò.

Per risolvere il problema, Gian Galeazzo organizzò un pio pellegrinaggio con il quale egli si sarebbe recato dal castello di Pavia a S. Maria del Monte, sopra Varese.

Caso vuole che Milano, dove abitava lo zio, fosse sulla strada del pellegrinaggio e che nipote e zio si incontrassero qui, alla Pusterla che abbiamo visto davanti alla basilica di S. Ambrogio.

 

Zio Bernabò si era recato a salutare il nipotino di passaggio, senza pensare che Gian Galeazzo gli avrebbe riservato uno scherzetto ben congeniato. Fu così che lo zietto si trovò improvvisamente aggredito dai soldati di Gian Galeazzo e, prima ancora di rendersi conto di cosa gli stesse capitando, si trovò chiuso in prigione nel castello di Trezzo sull’Adda, dove morì poco dopo.

 

Gian Galeazzo rimase così solo a governare tutti i domini dei Visconti ed era pronto per acquisire un titolo nobiliare. Sì, perché i Visconti erano sì brava gente, ma il loro potere era nato e cresciuto autonomamente, senza che un imperatore l’avesse loro conferito.

Questo non poteva essere un problema per il nostro Gian Galeazzo. Bastava trovare un re o un imperatore indulgente e il gioco era fatto.

 

Regnava a quei tempi re Venceslao, che convinto dalle ragioni di Gian Galeazzo, mandò a Milano un suo delegato, nel 1395. La cerimonia avvenne in S. Ambrogio e Gian Galeazzo Visconti divenne ufficialmente duca e vassallo del Sacro Romano Impero e lo stemma dei Visconti si arricchì con l’aquila imperiale. Il titolo era ovviamente ereditario e i figli di Gian Galeazzo divennero autonomamente duca Giovanni Maria e conte Filippo Maria.

 

Il popolo di Milano non poteva tuttavia restare indifferente ad osservare i giochi di potere di Gian Galeazzo, omicidi inclusi, e il nipotino dovette stare molto attento a cattivarsi le simpatie popolari con opere che lo avrebbero reso ben accetto alla popolazione.

Le opere più famose, compiute o iniziate da Gian Galeazzo, furono il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia. Un fatto curioso legato alla costruzione del Duomo di Milano fu il trasporto dei materiali di costruzione, soprattutto i pesantissimi marmi di Candoglia che possiamo ammirare ancora oggi. Il trasporto avvenne per via d’acqua, per cui si rese necessario portare un corso d’acqua fino a Milano. Venne quindi dirottata una vena d’acqua dal Ticino e fatta giungere fino in città. Questo grosso canale esiste ancor oggi ed è noto col nome di Naviglio.

Gian Galeazzo morì nel 1402 e fu sepolto sontuosamente nella Certosa di Pavia.

 

Prima marchese di Ancona, poi duca di Milano, Francesco Sforza mantenne sempre le sue caratteristiche di capitano di ventura, cioè di uomo che combatte più per la sua causa personale che per quella degli altri. In quest’ottica è perfettamente comprensibile come Francesco Sforza si alleasse sempre con i più forti e non esitasse a cambiare bandiera quando le esigenze lo richiedevano.

 

I nemici da cui difendersi erano sostanzialmente due: i Turchi, che costituivano un pericolo per tutta l’Italia, e la Francia, che era rimasta dalla parte dei Visconti e voleva riportarli al potere.

Contro questi pericoli, Francesco accettò ben volentieri di entrare nella Lega Italica, proclamata nel 1455, alleandosi così con Venezia, con la Firenze di Cosimo de’ Medici, con lo stato pontificio di papa Nicolò V e con la Napoli di Alfonso d’Aragona.

Appena il vento cambiò direzione, Francesco non esitò ad allearsi col nemico di prima, la Francia di Luigi XI.

 

Francesco Sforza non rischiò mai in imprese di conquista, ma si battè sempre per conservare i domini che aveva ereditato dai Visconti e per mantenere stabile lo stato lombardo.

In politica interna ebbe un validissimo aiuto dal suo segretario Cicco Simonetta e si prodigò soprattutto nella continuazione delle opere iniziate dai Visconti, quali il Duomo di Milano e la Certosa di Pavia, e nella costruzione dell’Ospedale Maggiore di Milano.

 

L’opera più famosa rimane comunque il castello in cui vi trovate ora e che visiteremo nel prossimo capitolo.

Francesco Sforza morì nel 1466, lasciando la signoria al figlio Galeazzo Maria Sforza.

 

 

Capitolo tredicesimo

Il Castello Sforzesco

 

 

 

Come va? Immagino che, mentre vi raccontavo le storie dei Visconti, abbiate avuto il tempo di terminare la vostra merenda. Non è vero? Per cui adesso siete pronti, anzi prontissimi a riprendere il cammino.

Che c’è? Siete stanchi? No preoccupatevi. Non dobbiamo più percorrere le strade cittadine ma solo dilettarci all’interno del Castello Sforzesco, e vedrete che ci divertiremo.

 

Innanzitutto dobbiamo dire che il Castello Sforzesco non è sforzesco, perché ha poi subito tali e tante costruzioni, distruzioni e ricostruzioni che gli hanno fatto perdere non poco del castello originario. Iniziato a costruire sotto il dominio dei Visconti nel quattordicesimo secolo, il castello raggiunse le dimensioni attuali sotto gli Sforza nel quindicesimo secolo. Nei due secoli successivi, sotto il dominio spagnolo, fu allargato con due cerchie di difesa esterne in modo che, visto dall’alto, appariva come un quadrato centrale, circondato da una stella a sei punte, a sua volta circondata da una stella a dodici punte.

 

Alla fine del diciottesimo secolo arrivò Napoleone che pensò bene di distruggere tutto, lasciando solo il corpo quadrato centrale, che è quello in cui ci troviamo ora. Anche la torre dell’orologio, che si trova all’ingresso principale, non è più quella originale, disegnata dal Filarete nel quindicesimo secolo, ma è stata rifatta nel 1905 da Luca Beltrami, anche se i milanesi insistono nel chiamarla Torre del Filarete.

Visto dall’alto, oggi il castello si presenta come un corpo quadrato diviso in tre grossi cortili, chiamati rispettivamente Piazza d’Armi, Rocchetta e Corte Ducale.

 

La Piazza d’Armi non è soltanto il luogo in cui fare la merenda, anzi, sicuramente è stata costruita per scopi diversi.

Si presenta come un enorme cortile rettangolare, il cui lato maggiore misura ben 200 metri. Ha cinque porte di ingresso, che vi ho indicato nel disegnino con le lettere A, B, C, D, E.

 

Torre del Filarete. Vi si notano, oltre all’orologio, una statua raffigurante S. Ambrogio e un bassorilievo con re Umberto I a cavallo.

Porta Vercellina o di S. Spirito

Porta dei Carmini, col ponte levatoio

Porta di accesso alla Rocchetta.

Porta di accesso alla Corte Ducale, con evidente un grande stemma degli Sforza.

 

Tra le porte D ed E fa bella figura la torre quadrata di Bona di Savoia, alta 36 metri, del quindicesimo secolo. Entriamo ora nel cortile della Rocchetta attraverso la porta D e immergiamoci per un istante in quest’aria di medioevo vivo, dove sono stati vissuti gli intrighi di corte e dove sono stati studiati i piani d’attacco e di difesa.

 

È una specie di Fort-Apache medioevale. Avete presenti quei films tipo far-west, in cui si vedono pochi soldati chiusi nel loro fortino circondato da centinaia di pellerossa urlanti che lanciano frecce in continuazione? Bene. immaginatevi adesso di chiudere le porte della Rocchetta e di essere circondati dalle truppe mercenarie dei vari capitani di ventura.

Guardate. Già alcuni soldati nemici hanno appoggiato le loro scale alle mura e stanno per entrare nella Rocchetta. Dite al verità, non vi viene un po’ di paura?

 

Usciamo allora dal cortile della Rocchetta, attraverso la porta F e raggiungiamo la Corte Ducale, dove si respira un’aria un po’ meno pericolosa. La Corte Ducale era il vero palazzo dei signori di Milano, dove tenevano le cerimonie, ricevevano gli ambasciatori e consumavano i banchetti.

L’ingresso al palazzo è sul lato della porta E, e di qui si accede oggi alla parte più vasta dei Musei del Castello.

 

I Musei del Castello occupano non meno di cinquanta sale, dove si trovano esposti pezzi di eccezionale valore storico e artistico di ogni genere, dalle armi medioevali alle mummie egiziane, dagli strumenti musicali alle ceramiche, quadri, sculture, vestiti, gioielli, etc.

Noi ci limiteremo a vedere il piano terreno del Palazzo della Corte Ducale, e anche qui ci soffermeremo esclusivamente su alcuni pezzi che interessano da vicino la nostra storia e che colpiscano particolarmente al vostra attenzione. Vi avevo promesso che non vi avrei annoiato con lunghe visite ai musei e mantengo la promessa.

 

Appena entrati nel museo ci troviamo di fronte un enorme corridoio che occupa tutta la lunghezza della Corte Ducale, ricco come non mai di monumenti e di frammenti di costruzioni. Questo corridoio è suddiviso in quattro sale numerate; che vanno dalla sala numero uno alla sala numero quattro.

Nella prima sala si trovano numerosi resti recuperati da quelle chiese di cui abbiamo visto le fondamenta oppure che sono state completamente ricostruite. Si tratta di affreschi, mosaici, frammenti recuperati da S. Ambrogio, S. Giovanni in Conca, S. Tecla e altre chiese di Milano e della Lombardia.

 

Ma vedo che avete gli occhi già puntati sulla seconda sala, e non certo sugli affreschi e resti di costruzioni. No. I vostri sguardi sono rivolti verso un enorme monumento di uomo a cavallo, e anche lui sembra guardarvi con aspetto estremamente truce e sospettoso. Sì. È proprio lui, lo zio. L’avete riconosciuto? È zio Bernabò, quello che è stato preso a tradimento dal nipotino Gian Galeazzo Visconti ed è morto in prigione nel castello di Trezzo sull’Adda.

Sotto il cavallo si trova la tomba vera e propria, un’enorme arca sorretta da dodici colonne, che si trovava nell’abside di S. Giovanni in Conca.

 

Quando ci si sposa, il sacerdote usa ricordare che il matrimonio unisce gli sposi nella buona e nella cattiva sorte. Sembra quasi che gli organizzatori del museo abbiano ricordato questa frase e, per mantenere uniti gli sposi, abbiano collocato nella stessa sala anche la tomba della moglie di Bernabò, Regina della Scala. La possiamo ammirare sulla parete destra della sala, dove è stata posta dopo il recupero dalla cripta della stessa chiesa di S. Giovanni in Conca.

 

Povero zio Bernabò! Fa un certo effetto vederlo lì, impalato, che non può più nemmeno rispondere ai nostri saluti. Non era certo il massimo esempio della bontà, ma finire così miseramente! Ma forse è meglio così. Immaginatevi cosa succederebbe se Bernabò, invece di star lì impalato a guardarvi, scendesse improvvisamente da cavallo e cominciasse a menar colpi di spada all’impazzata. Che fuggi fuggi generale! Vi siete spaventati? No, caro zio, rimani pure lì tranquillo e non ti muovere, che veniamo noi a trovarti di tanto in tanto.

 

Altri monumenti funebri si trovano nella terza e nella quarta sala, unitamente ad altri resti recuperati da antiche chiese medioevali. Sarebbe interessante studiarli uno per uno, me, se lo facessimo, verrei meno alla promessa fattavi, per cui procediamo a sinistra, attraversiamo la Cappelletta, ed entriamo nella sala numero sei, detta anche Sala della Porta Romana. La Sala della Porta Romana deve il suo nome alla presenza, nel centro della sala, di alcuni bassorilievi recuperati dalla Porta Romana medioevale, costruita nel 1171.

 

In che periodo siamo? Vi ricordate l’esempio che abbiamo fatto nel nono capitolo, quando abbiamo detto che per passare dall’anno della fondazione della Lega Lombarda contro il Barbarossa, che il 1167, a quello della Battaglia di Legnano è sufficiente invertire gli ultimi due numeri, ottenendo il 1176? L’avevate dimenticato, vero? Non importa. Comunque, come avrete notato, la costruzione della Porta Romana medioevale si trova a metà tra le due date ed è conseguente al rientro in città del popolo milanese dopo la fuga provocata appunto dal Barbarossa.

In uno dei bassorilievi che state ammirando è raffigurato proprio il rientro in città dei milanesi, mentre in un altro si riconosce il personaggio più rappresentante di Milano, S. Ambrogio, mentre scaccia gli Ariani.

 

Sulla parete sinistra della sala vi è pure una lastra con raffigurato, sembra, lo stesso Barbarossa, mentre altre immagini di S. Ambrogio si trovano nella sala. E la campana? Avete ragione. Nella sala c’è anche una campana. Questa è l’antica campana del Broletto, che è stata qui posta a ricordare il periodo comunale della storia di Milano.

 

La Sala del Gonfalone è così chiamata per la presenza, al centro del gonfalone della città. Il gonfalone era lo stendardo, cioè una specie di enorme bandiera, e ogni città medioevale aveva il suo.

Quello che state ammirando è del 1566 ed è tutto ricamato e dipinto. Evidentissimo su entrambi i lati il patrono di Milano, S. Ambrogio, che scaccia gli Ariani. Sui fianchi si notano scene della vita di S. Ambrogio, mentre in basso sono raffigurati gli stemmi delle porte di Milano.

 

Si entra quindi nell’abitato della cosiddetta Torre Falconiera, una tozza torre a base quadrata posta sull’angolo nord del castello, corrispondente all’angolo in alto a destra del disegnino.

La sala è identificata con il numero otto ed era la sala dei ricevimenti durante il periodo più sfarzoso della signoria degli Sforza, quello di Ludovico il Moro, figlio di Francesco Sforza.

 

La cosa più interessante sono gli affreschi che coprivano e in gran parte coprono tuttora la volta e le pareti della sala, affreschi che Ludovico il Moro fece eseguire nientepopodimeno che da Leonardo da Vinci. Al centro della volta è evidente lo stemma degli Sforza.

Le sale nove e dieci non sono aperte al pubblico, mentre la sala numero undici, detta Sala dei Ducali, la sala numero dodici, che era la Cappella Ducale, e la sala numero tredici, detta Sala delle Colombine, sono ricchissime di dipinti, statue, affreschi e oggetti meravigliosi, che richiederebbero ore di ammirazione. Vi state annoiando? E va bene. Mi avete convinto.

 

Non ci fermiamo e proseguiamo quindi fino alla sala numero quattordici, dove non vi annoierete di certo. Sorpresi? Vedo i vostri occhi brillare di entusiasmo. Dite la verità. Non ve l’aspettavate. Invece è vero. La sala numero quattordici contiene, oltre a stupendi portali di marmo, la cosiddetta armeria del castello. Sembra di essere in un grande campo di battaglia. Soldati a cavallo o a piedi, sempre ricoperti con robuste corazze e armati come non mai. E poi armature, elmi, lance, spade, mazze, asce, pugnali, fucili, pistole, archibugi. Che voglia di fare una bella battaglia, non è vero? E di indossare un’armatura medioevale, montando su uno di quei cavalli, bardati da guerra! Sapreste riconoscere i vari pezzi di un’armatura? È difficile, vero? Pensate che un’armatura completa per soldato e cavallo è fatta di ben trentatre pezzi.

 

Per gli amanti del vocabolario medioevale, facciamo l’elenco completo in un "Dizionarietto del soldato", che i lettori normali sono autorizzati a saltare. Però una lettura veloce non sarebbe male, se non altro per introdurre vagamente l’argomento.

Che ne dite? Se poi non li ricordate tutti non importa. Già ricordarne qualcuno vi permetterà di fare un figurone e di presentarvi come aspiranti soldati medioevali.

 

 

DIZIONARIETTO DEL SOLDATO – Armatura del Medioevo

1

Gambiera o schiniere

2

Ginocchietto

3

Groppiera

4

Cosciale

5

Anello fermatesta

6

Fiancale o scarsellone

7

Cannone antibraccio

8

Cubitiera

9

Resta

10

Ala dello spallaccio

11

Spallaccio

12

Guardiagoletta

13

Coppo con cresta

14

Pennacchio

15

Celata

16

Visiera

17

Goletta

18

Corazza

19

Asta con punta tricuspidata

20

Guardacollo

21

Paramano

22

Manopola o guanto

23

Testiera

24

Gorgiera

25

Pettiera

26

Fiancale

27

Scarpe "a zampa d’orso"

28

Staffa

29

Pantaloni di stoffa e pelle

30

Giaco di maglia d’acciaio

31

Cannone del braccio

32

Spadone

33

Sperone

 

 

Che poi, a voler vedere, non sono nemmeno nomi difficili. Se partiamo dal presupposto che sono tutti pezzi d’armatura e servono per proteggere parti del corpo del soldato e del cavallo, comprendiamo facilmente che la gambiera protegge la gamba, il ginocchietto protegge il ginocchio, la groppiera protegge la groppa del cavallo, e così via.

 

E il cannone? Cannone vuol dire grossa canna ed è un tubo di ferro che serve a proteggere il braccio o l’avambraccio.

Più curiosa è invece la "resta". Se osservate attentamente le corazze, noterete che queste hanno normalmente un ferro applicato in modo che venga a trovarsi sul lato destro del petto del soldato. Questo ferro si chiama resta e serve per appoggiarvi la lancia quando si va all’attacco, in modo che il colpo di lancia non sia dato con la sola forza del braccio ma col peso di tutto il corpo. Per questo motivo, quando vedete un duello a cavallo in un film ambientato nel medioevo, sentirete facilmente la frase "lancia in resta", che vuol dire essere pronti per l’attacco.

 

E poi…… No non passiamo in rassegna tutti i nomi degli oggetti del medioevo. Limitiamoci ad ammirarli. Sfogatevi. Questa è l’ultima sala in cui ci soffermiamo ed è quindi quella che vi lascerà il ricordo più lungo. Nella sala successiva, la quindicesima, vi sono alcuni monumenti funebri e, riparata da una grande nicchia che la isola, la famosa Pietà Rondanini di Michelangelo Buonarroti. Lo so che non c’entra con la nostra passeggiata, ma non si può non restare ammirati davanti a questo capolavoro, purtroppo incompiuto.

 

Si esce quindi di nuova all’aperto, nel cortile del Castello Sforzesco, con tanti ricordi, tante emozioni e, spero, tanta voglia di tornarci presto.

Tornare in questo castello vuol dire rivivere le avventure e le disavventure dei Visconti e degli Sforza, con Galeazzo II Visconti, con Francesco Sforza, con Ludovico il Moro. Già, perché c’è stato anche Ludovico il Moro, e con lui la corte sforzesca ha raggiunto il massimo splendore.

 

Ciò avvenne dopo la morte di Francesco Sforza e la breve signoria del figlio designato Galeazzo Maria, morto assassinato dopo dieci anni di potere di cui non era all’altezza. Rimanevano la vedova, Bona di Savoia, e il loro figlioletto di sette anni, Gian Galeazzo II.

Ludovico il Moro, forte del potere che gli dava l’essere anche lui figlio del grande Francesco Sforza, dopo un periodo scomodo di convivenza a tre, pensò bene di relegare la cognata Bona nel castello di Abbiategrasso e il nipote Gian Galeazzo in quello di Pavia, rimanendo così da solo a comandare il ducato di Milano.

 

Non si trattava di una prigione. No. Era sufficiente che Gian Galeazzo, che nel frattempo si era sposato con Isabella d’Aragona, stesse lontano dal potere. Gian Galeazzo era forse un buono ed era di salute cagionevole, tanto da morire di malattia a soli venticinque anni, nel 1494, anno in cui Lodovico il Moro si fece ufficialmente proclamare duca di Milano. Il giochino non piacque molto invece a Ferdinando I d’Aragona, di cui Isabella era nipote, tanto più che in quei brevi anni Isabella e Gian Galeazzo avevano messo al mondo un duchino, o meglio un Duchetto, come veniva comunemente chiamato.

 

Ne nacque un po’ di confusione. Ludovico il Moro chiese aiuto a Carlo VIII di Francia e il papa Alessandro VI mandò suo figlio, Cesare Borgia, a combattere contro Milano.

Nella lunga guerra che ne seguì non ci guadagnò neppure Ludovico il Moro, che morì in prigione nel 1508.

 

Con la sua morte si concluse in pratica il ducato di Milano, e il medioevo; un ducato ricco di sfarzi, ma anche di guerre. I primi consentirono ad artisti come il Bramante e Leonardo di lasciare a Milano tracce mirabili del loro genio; le seconde segnarono l’inizio di quella lunga guerra tra Francia e Spagna sul suolo italiano che aprì il capitolo dell’era moderna, con Milano governata prima dagli Spagnoli e poi dagli Austriaci, fino alla grande epopea del Risorgimento.

 

 

Conclusione

 

 

 

Siete stanchi? Non c’è da vergognarsi. Abbiamo camminato per circa duemila e cinquecento anni, anche se li abbiamo concentrati in un giorno solo.

Ed abbiamo seguito un circuito che, alla fine della giornata, ci ha ricondotti praticamente al punto di partenza. Infatti, se tornate nella Piazza d’Armi e uscite dal castello attraverso la porta Vercellina, vi troverete di fronte alla breve Via Minghetti che, oltrepassata Piazza Cadorna, prenderà il nome di Via Carducci. A metà di Via Carducci si incrocia Corso Magenta, dove si trova il Museo Archeologico, dal quale siamo partiti questa mattina.

 

Siamo partiti per fare un duplice viaggio: uno tra i monumenti e l’altro nella Storia.

Certo che adesso siete stanchi. Ma quante emozioni e quante scoperte! Le catastrofi naturali e le guerre distruggono tutto, ma bastano pochi resti a far resuscitare epoche passate, con i loro sfarzi e le loro miserie, con le loro opere d'arte e le loro oppressioni. Ed è questa Storia, dalla quale anche noi siamo nati e che ha costruito, di padre in figlio, anche il nostro modo di essere e di pensare, che rimane scolpita nei testi e nelle pietre antiche.

 

Una Storia che non può esser giudicata, se non col senno di poi, ma che va amata, capita e conservata come il bene più prezioso che abbiamo, perché è quella che stabilisce la continuità e il progresso del pensiero umano.

E Milano ha contribuito enormemente allo sviluppo della Storia universale.

 

Oggi noi vediamo Milano come una grande metropoli, caotica e rumorosa, in cui due milioni di esseri corrono veloci, a piedi, in tram o in macchina, non si sa bene verso quale meta. Milano è il simbolo dell’operosità, delle corse frenetiche contro il tempo, dei grandi palazzi moderni e dei grattacieli.

Quasi nessuno si sofferma più ad ammirare i numerosissimi palazzi del settecento e dell’ottocento, che costituiscono la vera spina dorsale dell’ampio centro dell’abitato cittadino e che tante città moderne invidiano a Milano. Così come pochi vanno a ricercare i resti dell’abitato medioevale o romano, che pure abbiamo visto essere numerosi e di primaria importanza.

 

Sì, i resti ci sono, ma sono leggermente nascosti, come se Milano avesse voluto riservare la sua storia agli amanti del passato, facendone un insieme di santuari discreti che si aprono soltanto davanti a chi vi si reca con amore e discrezione.

 

Chi varca la soglia di questi santuari viene però ampiamente ricompensato, perché la storia di Milano gli si presenta con tutta la sua imponenza e grandiosità, con le mura del circo romano, le basiliche paleocristiane, le costruzioni dell’età comunale e i monumenti dell’età ducale.

 

Possiamo allora rivivere i momenti più epici della storia del capoluogo lombardo, ricostruire il primo abitato con i Galli di Belloveso, passeggiare nel teatro romano con Massimiano, ascoltare le prediche di S. Ambrogio nella basilica di S. Tecla, incitare i milanesi alla riscossa a fianco del Carroccio in Piazza Mercanti e partecipare alle lussuose feste di Ludovico il Moro nel Palazzo del Castello Sforzesco.

La Storia non è una raccolta di nomi e di date, ma un susseguirsi di avvenimenti, ciascuno dei quali è la conseguenza di eventi precedenti e causa di quelli successivi.

 

Un personaggio storico si comporta né più né meno di un giocatore di calcio. A seconda della sua posizione e del modo con cui riceve il pallone, lo può rilanciare in modi diversi, qualche volta mandandolo anche in rete. In quest’ottica la Storia dell’Umanità diventa un’enorme partita di calcio, in cui ogni essere vivente collabora o danneggia il risultato finale della squadra, a seconda delle sue capacità personali, della posizione in cui si trova, del modo in cui riceve il pallone e della sua decisione di rilanciarlo verso una rete piuttosto che trattenerlo o indirizzarlo ad altri compagni. Anche voi, anch’io, facciamo parte di questa squadra di calcio che si chiama Umanità e, lo vogliamo o no, le nostre azioni sono influenzate da chi ci sta a fianco e da chi ci ha preceduti, così come noi influenziamo i nostri compagni e i nostri successori.

 

Ecco quindi che la conoscenza della Storia e delle azioni fatte dai nostri antenati, che sono quelli che ci hanno passato il pallone, diventa per noi scuola di vita indispensabile per giocare al meglio la nostra partita, nell’interesse nostro e di tutta l’Umanità.

Affrontate quindi lo studio della Storia con amore e passione e vedrete che la Storia vi ripagherà con la stessa moneta.

 

La storia del mondo, la storia d’Italia, e, perché no? La storia di Milano, una città estremamente bella e misteriosa, ma comunque sempre grande, come dice anche una vecchia canzone milanese che, tradotta in italiano, suona così:

 

"Lascia pure che il mondo dica,

ma Milano è una grande Milano"

 

 

Cronologia essenziale della

Storia di Milano

 

 

6° sec a.C.

Belloveso fonda, secondo la leggenda, il primo villaggio gallico

89 a.C.

Milano diventa Colonia Latina

286

Milano diventa sede dell’imperatore d’Occidente Massimiano

374

Ambrogio diventa vescovo di Milano

402

La capitale dell’impero d’Occidente viene trasferita da Milano a Ravenna

569

I Longobardi di Alboino entrano in Milano

1024

Ariberto d’Intimiano incorona a Milano Corrado II il Salico re d’Italia

1037

Nasce il comune di Milano

1162

Milano è distrutta dal Barbarossa

1167

Viene fondata la Lega Lombarda

1176

Battaglia di Legnano all’insegna del Carroccio

1277

Vittoria dei Visconti ghibellini sui Torriani guelfi

1395

Gian Galeazzo Visconti ottiene il titolo di duca

1450

Francesco Sforza diventa duca di Milano

1500

Ludovico il Moro viene definitivamente sconfitto dalle truppe del re di Francia Luigi XII

1535

Gli Spagnoli di Carlo V conquistano Milano, dando inizio al dominio spagnolo sulla città

1714

Viene firmato il trattato di Rastadt, col quale Milano passa ufficialmente sotto il dominio austriaco.

1796

Napoleone Bonaparte entra in Milano

1814

Cade il Regno Italico e gli Austriaci tornano a Milano

1848

I Milanesi insorgono contro gli Austriaci con le "Cinque Giornate di Milano"

1859

Con al seconda guerra d’indipendenza, Milano viene annessa al Piemonte