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1963
ALLA DORA BALTEA
O Dora, madre di natanti
ondine,
che corri frettolosa al verde
piano,
e sol nel grande Po concedi
fine
al corso tuo continuo benché
vano,
dimmi se fia e pur quando
cesserai
di correr sì veemente ed
impetuosa
da que’ bei monti ove pur
io t’amai
al fiume che t’accoglie
alma e spumosa.
Risposemi colei: “Di certo
vano
giammai non fia se all’uomo
pur nocesse
l’andare mio dalla montagna
al piano,
chè a me l’onda recargli
Iddio concesse.
Per il mio scorrer, rapido e
impetuoso,
gira la ruota de’ vostri
molini;
i vostri armenti, prima del
riposo,
trovano in me lor acque e
loro vini”.
Ma non ti stanca questa tua
fatica
perenne, senza tregua, senza
sosta?
A te di certo non è mano
amica
che tale sì crudele un dì
t’ha imposta!
“Che mai favelli, misero
mortale?
Dio stesso me la diede ed io
la bramo.
Cosa mortal non son livida e
frale
ma diva ancor fra tanti divi
ch’amo.
A’ tuoi pari ritorna! Io,
finchè il mondo
vivrà, tra questi massi il
lesto piede
muoverò dalla vetta sino al
fondo,
con passo tal che indietro
unqua non riede”.
E fuggì via, veloce e
frettolosa,
né più n’intesi il
favellar sublime;
più non nvid’io la sua
onda spumosa
ma sol de’ monti le divine
cime.
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