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1966
L'INFINITO
Ricordo
ancora il vecchio professore
quando, col
bianco gesso, disegnava
sulla nera
lavagna, con ardore,
i triangoli
e i cerchi, e c’insegnava
che il punto
è un ente senza dimensione,
che la retta
prosegue all’infinito,
che un
triangolo sempre presuppone
tre lati
l’uno all’altro sempre unito.
Ma il mio
pensiero più non lo seguiva
nel suo
logico e freddo ragionare;
mentre lui
la lezione proseguiva,
io mi
fermavo ancora a vagheggiare
sul nulla e
l’infinito, sul mio mondo,
su ciò che
dopo me sarebbe stato.
Annegavo in
un mare senza fondo
E nessuno
m’avrebbe più salvato.
Che cos’è
l’infinito? Immaginavo
una campagna
estesa, sconfinata,
che, quando
al margin suo m’avvicinavo,
s’allargava
di un’area smisurata.
Più svelto
camminavi e più cresceva,
né mai
potea vedere la sua fine;
da tutti i
lati uguale mi pareva,
senza
piante, né case, né confine.
Annegavo in
un vortice profondo
che mi
succhiava sempre senza posa,
mi raggirava
l’acqua tutt’intorno,
violenta,
rimbombante, minacciosa.
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