|
1970
AD OMERO
Vecchio vate, che i lidi
della Tracia
ramingo percorrevi e
interrogavi,
là dove il greco mare ancora
bacia
le vestigia consunte che
cercavi;
dimmi perché tra quei
sepolcri illustri
cercasti ancor di rievocar la
vita,
ormai dimenticata da più
lustri,
d’una turba vetusta e
seppellita,
quando oggidì, a me non è
concesso
di svolgere la mia così
recente,
ma seguo a vegetar, molle e
sommesso,
in mezzo a molle e pur
sommessa gente.
Tu che hai sentito raccontar
le gesta
dei più onorati eroi, tu che
hai veduto,
nonostante il tuo vizio,
la più onesta
delle battaglie umane, hai
ben saputo
dall’esperienza tua trarre
ragione
e scoprire il valor del
sacrificio,
del sentimento uman, della
tenzone,
dell’intelletto il fragile
artificio.
Spiegami allor, tu che hai
vissuto tanto,
a che serve il mio vivere
mortale?
a che porta il mio riso? a
che il mio pianto?
il ben che posso fare, o pure
il male?
Tutto perisce al fin del
viver mio
e il dì ch’io muoio resta
solamente
una zolla di terra e un marmo
pio,
a ricordar ch’io fui tra
questa gente.
E allor, questa giornata
giunta a sera,
che m’ha portato in più di
quel che avevo
pria che mostrasse il sole la
sua sfera
nel mio piovono ciel? Padre
longevo,
il giorno che ho vissuto è
come quello
che vissi già ier l’altro,
e non diverso
dal giorno di domani: egli è
un vascello
che crede navigar per
l’universo
e si avvicina alla insidiosa
meta;
e questa nei suoi gorghi lo
trascina,
lo sommerge, poi torna liscia
e queta,
pronta a ghermir chi ancora
s’avvicina.
Continua, o vate, a
interrogar le zolle;
tu sei l’unica speme pei
defunti;
nel tuo canto immortale ancor
ribolle
vermiglio sangue in corpi
arsi e consunti.
Gli spenti eroi di Troia,
immortalati
dal tuo canto divino,
resteranno
perennemente vivi. Me non
vati,
spento che sia, resuscitar
potranno.
|