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INDICE   UMBERTO GARIBOLDI

 

 

 

 

 

 

 

 

      

 1970  AD OMERO

 

 

Vecchio vate, che i lidi della Tracia

ramingo percorrevi e interrogavi,

là dove il greco mare ancora bacia

le vestigia consunte che cercavi;

 

dimmi perché tra quei sepolcri illustri

cercasti ancor di rievocar la vita,

ormai dimenticata da più lustri,

d’una turba vetusta e seppellita,

 

quando oggidì, a me non è concesso

di svolgere la mia così recente,

ma seguo a vegetar, molle e sommesso,

in mezzo a molle e pur sommessa gente.

 

Tu che hai sentito raccontar le gesta

dei più onorati eroi, tu che hai veduto,

nonostante il tuo vizio[1], la più onesta

delle battaglie umane, hai ben saputo

 

dall’esperienza tua trarre ragione

e scoprire il valor del sacrificio,

del sentimento uman, della tenzone,

dell’intelletto il fragile artificio.

 

Spiegami allor, tu che hai vissuto tanto,

a che serve il mio vivere mortale?

a che porta il mio riso? a che il mio pianto?

il ben che posso fare, o pure il male?

 

Tutto perisce al fin del viver mio

e il dì ch’io muoio resta solamente

una zolla di terra e un marmo pio,

a ricordar ch’io fui tra questa gente.

 

E allor, questa giornata giunta a sera,

che m’ha portato in più di quel che avevo

pria che mostrasse il sole la sua sfera

nel mio piovono ciel? Padre longevo,

 

il giorno che ho vissuto è come quello

che vissi già ier l’altro, e non diverso

dal giorno di domani: egli è un vascello

che crede navigar per l’universo

 

e si avvicina alla insidiosa meta;

e questa nei suoi gorghi lo trascina,

lo sommerge, poi torna liscia e queta,

pronta a ghermir chi ancora s’avvicina.

 

Continua, o vate, a interrogar le zolle;

tu sei l’unica speme pei defunti;

nel tuo canto immortale ancor ribolle

vermiglio sangue in corpi arsi e consunti.

 

Gli spenti eroi di Troia, immortalati

dal tuo canto divino, resteranno

perennemente vivi. Me non vati,

spento che sia, resuscitar potranno.



[1] La cecità