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LA
PREISTORIA RACCONTA VOL.1
Introduzione
I primi
esemplari fossili che si collegano all’evoluzione degli ominidi vanno
ricercati tra i Primati che abitavano le foreste del Terziario.
Immagino
che abbiate sentito parlare qualche volta del Terziario e dei Primati. No?
Non avete mai sentito queste parole? Allora dovrò incominciare tutto dal
principio? E va bene, incominciamo dall’inizio.
Il
Terziario non è altro che uno dei periodi di tempo in cui si divide la
storia della Terra sulla quale viviamo.
Questi
periodi di tempo sono chiamati Ere. La storia della Terra è divisa in
cinque Ere.
E’ una
storia lunga, iniziata circa cinque miliardi di anni fa, quando nè voi nè
io eravamo ancora nati.
Quando
incominciò la vita, la Terra era completamente ricoperta dal mare. Non
c’erano le montagne, dove andate a sciare d’inverno, né le spiagge,
dove andate a prendere il sole d’estate. Non c’erano le città, non
c’erano i prati, non c’erano le strade.
Non
c’era niente, insomma. Solo acqua, acqua e acqua ancora.
Capitolo Primo
LA TERRA PRIMA
DELL’UOMO
Indovinate
un po’ dove è incominciata la vita? Nell’acqua, naturalmente. E le
cose sono andate così per più di quattro miliardi di anni, cioè per
tutta la durata del primo periodo, o Era, della storia della Terra. Questa
prima Era si chiama Precambrico.
Ma dopo
questa lunghissima Era le cose cambiano. Finalmente il Precambrico
finisce, circa seicento milioni di anni fa, e incomincia la seconda Era
della storia della Terra, che si chiama Primario.
Durante
il Primario le terre asciutte emergono dalle acque, si formano le prime
montagne, e se voi aveste potuto vedere la Terra in quell’epoca, avreste
visto, oltre all’azzurro del mare, anche grandi distese di verde.
Proprio così: la terraferma si era tutta ricoperta di verdi prati e
foreste.
Questa
è stata una vera e propria rivoluzione della vita sulla Terra. Infatti la
vegetazione della terraferma, assorbendo anidride carbonica e generando
ossigeno, ha permesso la formazione di ossigeno nell’aria, consentendo
così la vita animale anche al di fuori dell’acqua.
Eh, sì,
cari ragazzi, perché nell’acqua possono vivere solo i pesci. Gli
animali di terraferma non sono capaci di ricavare ossigeno dall’acqua.
Provate voi a mettere la testa sott’acqua, quando andate al mare a
nuotare. Scommetto che il più bravo tra voi non resiste più di un
minuto. Invece con l’ossigeno dell’aria, frutto della fotosintesi
clorofilliana (cioè della trasformazione di anidride carbonica in
ossigeno fatta dai vegetali) anche noi riusciamo a respirare regolarmente
e a vivere la nostra vita sulla terraferma.
E così,
durante il Primario alcuni pesci cominciarono a mettere la testa fuori
dall’acqua e a respirare l’ossigeno dell’aria. Alcuni ci
rinunciarono, e restarono pesci per sempre. Altri, dopo vari tentativi, ci
riuscirono, e diventarono anfibi, cioè animali che possono vivere
indifferentemente nell’acqua e fuori dall’acqua, come le rane che
tutti voi conoscete.
Gli
anfibi pian piano cominciarono ad esplorare quel mondo di terraferma che
per loro era tutto una novità. Dapprima si trascinavano faticosamente da
un laghetto all’altro, spingendosi come potevano con la coda e con le
pinne. Poi le pinne si irrobustirono, fino a diventare vere e proprie
zampe, i polmoni si abituarono sempre più a respirare l’ossigeno
dell’aria anzicchè quello dell’acqua, e tutto il loro fisico si
trasformò progressivamente, per abituarsi sempre meglio al nuovo tipo di
vita.
In
questo modo la Terra si popolò sempre più di nuovi esseri viventi, i
rettili. Ma l’evoluzione del regno animale non si ferma certo qui; altre
grosse innovazioni attendono la Terra prima di arrivare alla comparsa
dell’uomo.
Circa
230 milioni di anni fa anche il Primario finisce e la storia della Terra
conosce una nuova Era, il Secondario, che molti chiamano anche con un
termine tanto caro ai ragazzi: l’Era dei Dinosauri.
E chi
non conosce i Dinosauri, quei simpatici “animaletti”, lunghi fino a 25
metri, che, col loro passo “felpato”, facevano tremare la terra quando
passavano? Certo li avete visti tutti nei cartoni animati de “Gli
antenati” o in qualche Parco Zoo Safari della Preistoria.
In realtà,
i Dinosauri, sebbene di dimensioni impressionanti, non erano animali
pericolosi, perché, almeno gli esemplari più grossi, erano tutti
erbivori. E poi, per chi avrebbero potuto essere pericolosi? Non certo per
l’uomo, che non esisteva ancora.
Sulla
Terra del Secondario praticamente vivevano solo loro, i rettili e i pesci.
Ma ben presto la Terra si popolò di altri animali: gli uccelli e i
mammiferi.
I
mammiferi erano piccoli animali a sangue caldo, a differenza dei rettili
che erano a sangue freddo. Si nascondevano nelle foreste e non avevano
certo nulla da temere da parte dei Dinosauri, se non di essere schiacciati
per sbaglio. In realtà chi era in pericolo erano proprio i Dinosauri, ma
essi non sapevano che i piccoli mammiferi costituivano per loro un
pericolo mortale. Infatti i mammiferi sono i principali responsabili della
scomparsa dei Dinosauri.
I
mammiferi mangiavano tutto ciò che trovavano, dal piccolo filo d’erba
alle grosse uova di Dinosauro. E questa fu la fine per i simpatici
bestioni del Secondario. E’ chiaro che, se voi vi mettete a mangiare
tutte le uova di gallina senza permettere più la nascita dei pulcini, in
breve tempo avremmo la scomparsa dei polli dalla faccia della Terra.
Ed è
quello che avvenne per i Dinosauri. Alla fine del Secondario, i vecchi
padroni del mondo, con i loro nomi altisonanti quali Tyrannosaurus,
Brontosaurus, etc., non c’erano più, e il predominio sulla Terra passò
ai nuovi dominatori: i piccoli mammiferi.
Il
Secondario è terminato circa 70 milioni di anni fa, lasciando il posto
all’Era successiva che, come avrete già immaginato, si chiamerà
Terziario. Il Terziario vede il massimo sviluppo dei mammiferi, dagli
equini ai bovini, dai felini ai grossi pachidermi. Tra tutti questi
mammiferi, una particolare famiglia ci interessa in special modo nella
nostra storia: quella dei Primati.
La
famiglia dei Primati è quella che comprende tutti i tipi di scimmia,
dalla piccola Tupaia al grosso Gorilla e all’Uomo.
La
famiglia dei Primati si divide sostanzialmente in tre gruppi:
I gruppo
|
Scimmie
inferiori, o proscimmie
|
Tupaia,
Lemure, Tarsio, etc.
|
|
II gruppo
|
Scimmie
vere e proprie
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Macaco,
Babbuino, Mandrillo, etc.
|
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III
gruppo
|
Scimmie
superiori, o umanoidi
|
Gibbone,
Orango, Scimpanzè, Gorilla, Uomo
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Capitolo Secondo
LE DIFFERENZE
TRA L’UOMO E LA SCIMMIA
Quando
andiamo a scavare nei terreni del Terziario, troviamo denti e ossa di ogni
genere. Allora il nostro primo problema sarà quello di stabilire quali
appartengono al genere umano, o a qualche suo antenato, e quali no. E’
quindi estremamente importante avere ben chiare, se possibile, le
differenze tra le ossa e i denti dell’uomo e le corrispondenti ossa e
denti degli altri Primati.
Non
voglio spaventarvi, ma devo dirvi subito che la cosa è tutt’altro che
facile. Infatti, se guardiamo lo scheletro di un uomo o di un gorilla o di
uno scimpanzè attuali, dobbiamo riconoscere che gli scheletri sono
veramente molto simili.
Se poi
consideriamo che gli antenati vissuti nel Terziario erano spesso comuni a
tutte le scimmie superiori, ci rendiamo conto di come sia difficoltoso
stabilire se un osso ritrovato apparteneva ad un essere destinato a
diventare un uomo piuttosto che uno scimpanzè.
Incominciamo
col prendere in considerazione le ossa della testa. Noteremo innanzitutto
che la testa è divisa in due grossi blocchi: la faccia e la scatola
cranica. La prima differenza che balza subito all’occhio è che
nell’uomo moderno la scatola cranica è più grande della faccia, mentre
nelle altre scimmie superiori la faccia è più grande della scatola
cranica. Poiché è la scatola cranica quella che contiene il cervello, è
facile dedurre che l’uomo moderno ha un cervello più voluminoso di
quello delle altre scimmie; infatti, se il cervello di un gorilla può
raggiungere i 600 centimetri cubi di volume, quello dell’uomo attuale è
mediamente due volte e mezzo più grande, arrivando a 1400 centimetri cubi
di media.
Al di là
delle dimensioni, non possiamo fare a meno di notare che anche la
struttura del cervello umano è diversa, non solo da quella delle scimmie,
ma da quella di tutti gli altri animali.
Infatti
nel cervello umano predomina la parte destinata al coordinamento dei
movimenti (area associativa), mentre in altri animali predomina, ad
esempio, l’area olfattiva, cioè la parte destinata a ricevere gli
odori, percepiti mediante il naso. Avete senz’altro visto tante volte,
dal vivo oppure in televisione, un cane appoggiare il naso al suolo e
fiutare la pista di qualche odore da seguire. Provate a farlo voi. Sono
convinto che non ci riuscirete, perché l’area olfattiva del vostro
cervello non è sviluppata come quella del cane.
Concludendo,
il cervello dell’uomo è di grandi dimensioni e specializzato nella
associazione, il che è testimoniato dalle dimensioni e dalla forma della
scatola cranica.
Per
contro, la faccia dell’uomo moderno è molto più piccola di quella
delle altre scimmie superiori. Si dice che l’uomo è caratterizzato da
una faccia appiattita, mentre la scimmia ha una faccia prognata, cioè con
muso sporgente.
Detto
questo, se ci troviamo in mano due crani completi, uno di uomo moderno e
uno, ad esempio, di orango moderno, è abbastanza facile riconoscere quale
sia quello dell’uomo e quale quello della scimmia.
Purtroppo
la realtà degli scavi preistorici è ben diversa, in quanto difficilmente
si trova un cranio completo, ma è ben più frequente trovare un singolo
osso, o un frammento di osso. Di particolare importanza è l’osso
occipitale, cioè quell’osso della scatola cranica che contiene un
grosso buco (il foro occipitale), nel quale passa la colonna vertebrale
per collegare la testa al resto del corpo. Orbene, nelle scimmie il foro
occipitale si trova molto più spostato all’indietro che non
nell’uomo. Perché? E perché l’uomo ha un cervello più voluminoso di
quello delle altre scimmie?
A questo
punto è necessario capire quale è stato il processo evolutivo
dell’uomo e quali fenomeni gli hanno permesso di diventare sempre più
diverso dalle scimmie.
I
Primati ancestrali, cioè quegli animali che sono stati gli antenati
comuni sia dell’uomo che della scimmia attuale, vivevano nelle foreste
del Terziario, passando di ramo in ramo aggrappati per le braccia, o
saltellando a quattro zampe sul suolo erboso. Solo raramente si ergevano
sulle zampe posteriori e riuscivano a fare qualche passo sui due piedi. Ma
le variazioni climatiche portarono sempre più ad una riduzione del suolo
forestale e conseguentemente ad un aumento del terreno a steppa e
cespugli.
In tali
condizioni avvenne di necessità la prima importante variazione
nell’evoluzione dei nostri antenati. Alcune famiglie di essi, infatti,
dovettero adattarsi, per sopravvivere, alla vita fuori dalla foresta,
specializzandosi sempre più nell’andatura bipede, cioè camminando
sulle sole zampe posteriori, così come fate voi.
E questa
è stata una vera rivoluzione evolutiva. Infatti camminare su due sole
zampe significa avere libere le altre due per qualsiasi altra attività.
Avete mai provato a lanciare un sasso mantenendo a terra sia i piedi che
le mani? Impossibile, mi direte voi! Potete quindi facilmente capire
quanto sia vantaggioso avere le mani libere nella lotta, nella raccolta
della frutta, nel lancio dei sassi o nell’utilizzo dei bastoni.
Il
bipedismo dei Primati ancestrali ha portato a due importantissimi
risultati per quanto riguarda lo sviluppo del cervello.
Il primo
risultato è una conseguenza della liberazione delle mani. Col passare del
tempo e col continuo esercizio nelle attività manuali, da un lato le mani
stesse si sono rese sempre più agili e mobili, dall’altro il cervello
si è progressivamente sviluppato, soprattutto nell’area associativa,
per poter coordinare tutti i movimenti che le mani riuscivano a fare.
Il
secondo risultato è una conseguenza della statura eretta, che ha permesso
la cresita del cervello, sostenendone il peso in continuo aumento.
Mi
spiego. Se voi prendete un quadrupede, per esempio un cane, e gli mettete
un forte peso sulla testa, vedrete che la testa del cane si abbasserà, e
non riuscirà a sopportare il peso. Infatti, la testa dei quadrupedi non
è appoggiata sulla colonna vertebrale, ma ha il vuoto sotto di sé;
pertanto il peso della testa è sostenuto solo dai muscoli del collo.
Invece
il peso della testa dell’uomo è sostenuto dalla colonna vertebrale e,
più in basso, dal bacino, fino a ripartirsi sulle due gambe. Pertanto
l’uomo, in quanto bipede, può sopportare una testa molto più pesante
che non se fosse un quadrupede.
Non
solo, ma il fatto che la testa dell’uomo sia appoggiata sulla colonna
vertebrale significa anche che il punto di collegamento, il foro
occipitale che già abbiamo visto, deve necessariamente trovarsi nella
parte inferiore della testa, mentre per un quadrupede esso si trova più
spostato all’indietro, in corrispondenza cioè del collo.
Ma
torniamo all’ampliamento del cervello. E’ evidente che, se il cervello
aumenta di volume, anche la scatola cranica deve aumentare di conseguenza.
Assistiamo pertanto ad un processo di continuo aumento della scatola
cranica, con conseguente passaggio da una fronte estremamente sfuggente,
quasi inesistente nei primati ancestrali, fino ad arrivare alla fronte
verticale dell’uomo moderno.
Anche la
faccia ha avuto notevolissime variazioni. Il fatto di nutrirsi con le
mani, anzicchè mordere direttamente col muso, unitamente allo
sconvolgimento di tutte le ossa della testa provocato dalla crescita del
cervello, ha portato ad una progressiva diminuzione del muso, o scomparsa
del prognatismo, fino ad arrivare alla forma attuale della faccia umana,
che è completamente piatta.
Riassumendo,
il cranio del primate ancestrale presentava numerose differenze rispetto
al cranio dell’uomo moderno.
Le
principali sono le seguenti:
Primate ancestrale
|
Uomo
moderno
|
|
Capacità
cranica ridotta (cervello piccolo)
|
Capacità
cranica maggiore (cervello grande)
|
|
Fronte
sfuggente
|
Fronte
verticale
|
|
Foro
occipitale spostato all’indietro
|
Foro
occipitale al centro
|
|
Muso
sporgente (prognatismo)
|
Faccia
piatta
|
Capitolo Terzo
LE DIFFERENZE
NEI DENTI, NEL BACINO E NEI PIEDI
E’
chiaro che le caratteristiche di questo primate ancestrale erano comuni
tanto alla evoluzione dell’uomo quanto a quella delle scimmie
antropomorfe (gibbone, orango, scimpanzè o gorilla).
L’essere
così descritto era un antenato comune sia alla linea evolutiva degli
uomini sia a quella delle antropomorfe. Ma presto le due linee evolutive
cominciarono a presentare delle differenze: negli antenati dell’uomo il
cervello cominciò a svilupparsi più rapidamente che non negli antenati
della scimmia, la fronte diventò sempre meno sfuggente, il foro
occipitale si spostò sempre più verso una posizione centrale e il
prognatismo diminuì in modo sempre più evidente.
E questo
non è tutto. Importantissime variazioni si notano anche nei denti e nella
forma dell’arcata dentaria.
I motivi
più probabili sono tre, e precisamente:
1)
Le variazioni di forma e dimensioni della faccia, di cui abbiamo già
parlato.
2)
Il progressivo passaggio da una alimentazione di tipo vegetariano,
cioè a base erba, ad una alimentazione a base di carne, in principio
cruda successivamente cotta sul fuoco.
3)
Il fatto di utilizzare le mani per nutrirsi, anzicchè strappare il
cibo direttamente con i denti, come fanno gli altri animali.
La
conseguenza di tale processo evolutivo è stata, da un lato
l’accorciamento progressivo dell’arcata dentaria, che è passata da
una forma a U (cioè con i lati paralleli) oppure a V (cioè molto
appuntita) ad una forma di parabola (cioè molto arrotondata e con i lati
che si allontanano tra di loro); dall’altro un rimpicciolimento delle
dimensioni dei denti, in particolare dei canini, che sono i denti usati
dal primate ancestrale per strappare il cibo.
Oltre
alle variazioni della scatola cranica e della faccia, l’evoluzione ha
portato mutamenti in tutte le ossa del corpo. Vi do solo gli accenni più
importanti.
Per
quanto riguarda le ossa del bacino, la posizione eretta dell’uomo ha
portato ad un allargamento delle ossa, per permettergli maggiore stabilità
nell’andatura bipede e maggiori punti di attacco per i muscoli che
servono a mantenerlo in piedi.
I piedi
dell’uomo sono invece estremamente rigidi rispetto a quelli del primate
ancestrale e della scimmia moderna. Infatti l’uomo attuale utilizza i
piedi solo per camminare, mentre le altre scimmie, e il primate
ancestrale, li utilizzavano per aggrapparsi ai rami delle piante.
E’
quindi evidente che la forma dei piedi dei nostri antenati assomigliava
molto a quella delle mani, con le dita estremamente mobili e con i muscoli
dell’alluce particolarmente robusti.
Per
concludere, i primati del Terziario avevano generalmente le braccia più
lunghe delle gambe, mentre l’uomo attuale ha le gambe più lunghe delle
braccia. Anche questo è chiaramente dovuto al passaggio da una vita nella
foresta, dove i primi uomini si spostavano da un ramo all’altro
utilizzando le braccia, ad una vita su terreno aperto, dove l’andatura
bipede richiede l’uso delle gambe per gli spostamenti.
Sono
riuscito a confondervi abbastanza le idee? Non ditemi che vi ricordate già
tutto quello che abbiamo detto sulle variazioni delle ossa
nell’evoluzione dell’uomo, perché non vi credo.
Proviamo
allora a fare un riassunto di tutte queste variazioni, cosicchè poi
potremo riprendere il nostro discorso sull’evoluzione dell’uomo,
avendo ben chiaro da dove siamo partiti e dove dobbiamo arrivare.
Primate ancestrale
|
Uomo
moderno
|
|
Capacità
cranica ridotta (cervello piccolo)
|
Capacità
cranica maggiore (cervello grande)
|
|
Fronte
sfuggente
|
Fronte
verticale
|
|
Foro
occipitale spostato all’indietro
|
Foro
occipitale al centro
|
|
Muso
sporgente (prognatismo)
|
Faccia
piatta
|
|
Arcata
dentaria a U oppure a V
|
Arcata
dentaria parabolica
|
|
Denti
grossi (soprattutto i canini)
|
Denti
piccoli
|
|
Piedi
prensili (o mobili)
|
Piedi
rigidi
|
|
Ossa
del bacino lunghe e strette
|
Ossa
del bacino corte e larghe
|
|
Braccia
più lunghe delle gambe
|
Gambe
più lunghe delle braccia
|
Capitolo Quarto
GLI OMINOIDI
DEL TERZIARIO
E
ritorniamo finalmente al nostro Terziario, cioè a quel periodo della
storia della Terra in cui si sono sviluppati i Primati, e in particolare
le scimmie superiori, tra cui gli antenati dell’uomo.
Purtroppo
dei Primati del Terziario si trovano, spesso e volentieri, soltanto dei
frammenti mandibola, quando non solamente dei denti sciolti.
Il più
antico ominoide attualmente conosciuto, che può essere antenato tanto
dell’uomo attuale quanto delle moderne antropomorfe (gibbone, orango,
scimpanzè e gorilla), è il Propliopithecus. Vi piace come nome? Provate
a ripeterlo come scioglilingua. Questo simpatico scimmiotto viveva tra i
40 e i 30 milioni di anni fa. Di lui si sa ben poco; si nota tuttavia che
i pochi denti ritrovati sono di piccole dimensioni, ed è questo
particolare che ci fa pensare che il Propliopithecus possa essere uno dei
nostri più antichi antenati.
In epoca
più recente, tra i 25 e i 15 milioni di anni fa, troviamo invece un
primate che sembra essere già più specializzato nella linea
antropomorfa, cioè con caratteristiche che lo avvicinano di più alle
scimmie antropomorfe che non all'uomo. Si tratta di resti fossili
ritrovati in Africa, e più precisamente nel Kenia, cui è stato dato il
nome di Proconsul.
Poiché
le attuali antropomorfe che vivono in Africa sono il gorilla e scimpanzè,
è probabile che il Proconsul sia uno dei loro antenati. Difficilmente può
invece essere considerato come antenato del gibbone e dell’orango, che
vivono nell’Asia orientale.
La
mandibola del Proconsul è piuttosto allungata e i suoi denti sono grossi.
I canini in particolare hanno una forma piuttosto tagliente.
Ma la
vera separazione dei vari tipi di scimmie superiori avviene poco dopo, tra
i 15 e i 10 milioni di anni fa. In questo periodo troviamo altri quattro
bei nomi per i vostri scioglilingua.
Essi
sono:
·
Il Dryopithecus; ha la mandibola molto allungata; i denti
sono voluminosi e i canini sporgono rispetto agli altri denti.
Probabilmente discende dal Proconsul e, come questo, è antenato dei
moderni gorilla e scimpanzè.
·
Il Sivapithecus; ha l’arcata dentaria a forma di U; i
denti sono voluminosi con canini sporgenti. Probabilmente è antenato del
moderno orango.
·
Il Limnopithecus; anche il Limnopithecus ha canini massicci
e sporgenti. Probabilmente è antenato del moderno gibbone.
·
Il Ramapithecus; ha un’arcata dentaria quasi parabolica e
accorciata anteriormente; i denti sono di piccole dimensioni.
Probabilmente è antenato dell’uomo attuale.
Il
Ramapithecus sembra essere il più antico primate con caratteristiche
particolarmente vicine a quelle dell’uomo. Resti di Ramapithecus sono
stati trovati sia in Asia che in Africa, con piccole differenze dovute
probabilmente solo al diverso ambiente in cui vivevano. Col Ramapithecus
termina praticamente il gruppo degli ominoidi del Terziario, cioè di
quegli esseri abbastanza simili all’uomo, ma che ancora non hanno
caratteristiche umane così precise da poter dire con certezza: quello era
un uomo.
Ma quali
sono quelle caratteristiche che ci fanno distinguere l’uomo dalle altre
scimmie? Provate a dire al vostro papà o alla vostra mamma: tu sei una
scimmia. Probabilmente il vostro papà o la vostra mamma si offenderanno.
Evidentemente l’uomo ha qualcosa di diverso rispetto alle scimmie.
Del
resto io sto scrivendo le differenze tra l’uomo e la scimmia e voi le
state leggendo. Le scimmie non hanno mai scritto certe cose e non si
sognerebbero neppure di leggerle. Eh, già. L’unico animale capace di
scrivere e leggere è l’uomo.
Ma la
scrittura rappresenta già uno stadio molto avanzato nell’evoluzione
dell’uomo. Probabilmente essa è nata a seguito della scoperta della
coltivazione, e quindi della necessità di catalogare in qualche modo le
derrate giacenti nei magazzini.
Ma anche
la coltivazione è uno stadio evolutivo molto avanzato. Nessun animale ha
mai pensato di dedicarsi all’agricoltura o all’allevamento del
bestiame. Per fare queste cose occorre una intelligenza superiore di tipo
umano.
Quali
sono i risultati tuttora visibili di questa intelligenza superiore? O,
meglio ancora, che cosa hanno fatto i primi uomini di diverso da ciò che
facevano le scimmie della loro epoca? A queste domande il pensiero va
ovviamente alle prime lavorazioni della pietra, brutte e grossolane finchè
si vuole, ma comunque lavorazioni intenzionali.
Intenzionali.
Questa è la parola che ci spiega più di ogni altra la differenza tra
l’uomo e qualsiasi altro animale. Anche lo scimpanzè, come l’uomo, è
in grado di prendere un bastone e difendersi. Ma l’uomo fa qualcosa di
più. Mentre l’animale utilizza qualche cosa che trova a portata di mano
per risolvere il problema del momento, l’uomo prevede la possibilità di
aver bisogno di certi oggetti e li prepara in anticipo.
Pertanto
la caratteristica principale dell’uomo è la capacità di prevedere
certe situazioni, di pianificare il suo futuro, di predisporre gli oggetti
con l’intenzione di utilizzarli quando saranno necessari. E’ evidente
che questo è un vantaggio enorme per l’uomo. Infatti, mentre
l’animale utilizza ciò che trova, e solo se trova qualcosa, al momento
del bisogno, l’uomo seleziona in anticipo gli oggetti che sono più
adatti allo scopo per cui li ha scelti.
Non
solo. Scegliendoli in anticipo ha ancvhe la possibilità di modificarli,
di correggerne la forma in modo che possano essergli più utili.
Concludendo,
diciamo che i primi veri uomini sono quelli che per primi hanno
incominciato a lavorare la pietra. Poiché questi uomini lavoravano la
pietra in modo grossolano, chiamiamo il periodo in cui essi vissero Età
della Pietra Antica, o Paleolitico.
Capitolo Quinto
IL PALEOLITICO
INFERIORE
Il
Paleolitico va da circa due milioni e mezzo di anni fa a circa 12.000 anni
fa. Si suddivide in tre grossi periodi, che costituiscono tre diversi
stadi nell’evoluzione dell’uomo: Paleolitico inferiore, Paleolitico
medio e Paleolitico superiore.
Del
Paleolitico inferiore sono note due tipologie umane. La prima, che ha
occupato il periodo che va due milioni e mezzo di anni fa fino a circa un
milione di anni fa, è quella degli Australopiteci (tra cui l’Homo
habilis). La seconda, vissuta da circa un milione di anni fa a circa
500.000 anni fa, è quella dei Pitecantropi (o Homo erectus).
Gli
Australopiteci vivevano soprattutto in Africa. Le ossa ritrovate ci
dimostrano che avevano una scatola cranica di dimensioni assai ridotte,
con una capacità media di circa 500 centimetri cubi. Ovviamente la fronte
era molto sfuggente e il prognatismo (sporgenza del muso) era fortissimo.
Mancava
completamente il mento, caratteristica questa comune a tutti gli ominidi
del Paleolitico inferiore e medio. La statura media degli Australopiteci
era di circa 120 centimetri.
Il più
importante tra loro è quello che è stato chiamato col significativo nome
di Homo habilis. In che cosa era abile l’Australopiteco?
E’
evidente che tutta la sua abilità, le cui testimonianze sono arrivate
fino a noi, consisteva nella lavorazione della pietra, la più antica che
si conosca. Ma che cosa significa lavorare la pietra?
Nel
Paleolitico troviamo due diversi tipi di industria (cioè due diversi tipi
di lavorazione della pietra): una industria pesante e una industria
leggera.
Se voi
prendete un ciottolo e, battendolo contro un altro sasso più duro, fate
saltare via delle schegge, vi ritroverete con il nucleo del ciottolo, cioè
con la parte centrale, che avrà così acquisito dei lati più o meno
taglienti. E’ chiaro che il nucleo così ottenuto è molto più grande
delle piccole schegge che avete tolto. Lo strumento che avete costruito è
uno strumento di industria pesante, cioè costituito dal nucleo del
ciottolo, cui avete tolto alcune schegge.
Ma, se
invece di buttare via le schegge voi le conservate, le picchiate
leggermente fino a che diventino ben appuntite e taglienti, e utilizzate
le schegge stesse come strumenti, avrete costruito degli strumenti di
industria leggera.
Quindi,
è industria pesante quando si utilizza il nucleo e si buttano via le
schegge, è industria leggera quando si utilizzano le schegge e si butta
via il nucleo.
Durante
il Paleolitico inferiore troviamo soprattutto industria pesante, durante
il Paleolitico medio e il Paleolitico superiore troviamo soprattutto
industria leggera.
L’Australopiteco
produceva quindi strumenti di industria pesante. Erano strumenti molto
grezzi, primitivi, cui è stato dato il nome di choppers, che in inglese
significa asce. I choppers erano ottenuti probabilmente prendendo due
ciottoli, uno per mano, e battendoli uno contro l’altro fino a che da
uno dei due ciottoli non si fossero staccate alcune schegge e il ciottolo
stesso avesse così acquisito uno o più lati taglienti.
In tempi
relativamente più recenti troviamo esempi di industria pesante più
raffinata: quella delle amigdale e dei bifacciali.
Amigdala,
in latino, significa mandorla. Gli strumenti di cui ci accingiamo a
parlare avevano infatti la forma di grosse mandorle.
E’
probabile che i nostri antenati, per ottenere degli strumenti così
lavorati, usassero la tecnica dell’incudine e del martello, perché è
impensabile che potessero lavorare così bene i ciottoli semplicemente
battendoli uno contro l’altro, mentre li tenevano stretti nelle due
mani.
In che
cosa consiste la tecnica dell’incudine e del martello? Avete mai visto
un fabbro che lavora un pezzo di ferro a colpi di martello? E se non
l’avete mai visto, è sufficiente che prendiate una moneta da cinquanta
lire, dove su un lato è rappresentata proprio questa immagine. Ebbene,
l’uomo primitivo probabilmente faceva proprio così. Utilizzava un
grosso sasso, appoggiato a terra, che gli faceva da incudine; su questa
incudine naturale appoggiava il ciottolo che voleva lavorare, tenendolo
fermo con una mano, mentre con l’altra mano lo batteva, tenendo
saldamente un terzo sasso, che gli serviva da martello.
Così
facendo, con tanti colpi ben assestati, riusciva a dare al ciottolo la
forma voluta, fino a ridurlo a quella grossa mandorla, chiamata amigdala,
che abbiamo visto essere la caratteristica principale del Paleolitico
inferiore.
Quando
poi l’amigdala era ben lavorata da entrambe le parti, e quindi aveva
raggiunto una forma particolarmente affusolata, all’amigdala stessa
diamo il nome di bifacciale, che significa lavorato su tutte e due le
facce.
Le
amigdale e i bifacciali, che sono sempre strumenti di industria pesante
come il chopper, sono l’industria tipica dei Pitecantropi.
I
Pitecantropi sono più recenti degli Australopiteci. Essi vivevano
probabilmente nel periodo di tempo che va da circa un milione a circa
500.000 anni fa. Il Pitecantropo viene comunemente chiamato Homo erectus,
per evidenziare la sua normale andatura su due piedi, ma oggi sappiamo per
certo che anche ominidi di molto precedenti ai Pitecantropi camminavano su
due piedi, come l’uomo attuale.
Resti di
Pitecantropi, o Homo erectus, sono stati trovati in molte località. I
tipi più importanti sono quattro, e vi dico i nomi scientifici, perché
sono molto simpatici e penso vi possano divertire:
·
Pithecanthropus erectus (o Uomo di Giava); ritrovato
nell’isola di Giava, in Asia.
·
Homo erectus pekinensis (o Sinanthropus pekinensis, o Uomo
di Pechino); ritrovato in Cina, vicino a Pechino, in Asia.
·
Homo erectus heidelbergensis (o Uomo di Mauer); ritrovato in
Germania, in Europa.
·
Atlanthropus mauritanicus (o Homo erectus mauritanicus);
ritrovato in Mauritania, in Africa.
Al di là
delle diverse ubicazioni geografiche, le caratteristiche del Pitecantropo
sono più o meno sempre le stesse.
La
scatola cranica è molto più grande di quella dell’Australopiteco, il
che significa che il cervello del Pitecantropo aveva una maggiore
voluminosità. Infatti, la capacità media della scatola cranica è di
circa 900-1000 centimetri cubi, contro i 500 centimetri cubi della scatola
cranica dell’Australopiteco.
Di
conseguenza la fronte del Pitecantropo è meno sfuggente di quella dell’Australopiteco
e il prognatismo (muso sporgente) meno evidente.
Si sa
per certo che il Pitecantropo conosceva il fuoco e lo utilizzava per la
cottura dei cibi. Ciò risulta chiaramente dall’analisi chimica dei
coproliti, cioè delle feci fossilizzate. Quello che non sappiamo è se
era capace di accendere il fuoco o se si limitava a conservarlo, dopo che
era stato acceso magari da qualche fulmine.
Probabilmente
il Pitecantropo è il progenitore di due razze diverse: quella dell’Homo
sapiens, cui apparteniamo anche noi, e quella dell’Homo Neanderthalensis,
che invece si è estinta circa 40.000 anni fa.
Capitolo Sesto
IL PALEOLITICO
MEDIO E IL PALEOLITICO SUPERIORE
Nel
Paleolitico medio si trovano pochissimi resti di Homo sapiens; al
contrario i resti di Homo neanderthalensis sono così abbondanti che
normalmente si identifica il Paleolitico medio con l’epoca dell’Homo
neanderthalensis, o Uomo di Neanderthal.
L’Uomo di Neanderthal aveva un cervello molto voluminoso, che
raggiungeva una capacità media di circa 1450 centimetri cubi. Era quindi
un po’ più grosso del cervello medio dell’uomo attuale, ma la sua
forma era differente.
Infatti,
mentre il cervello dell’uomo attuale è tendenzialmente gonfio nella
parte superiore, quello dell’Uomo di Neanderthal è più lungo e
schiacciato. E’ un po’ come se mettessimo a confronto un pallone da
football con un pallone da rugby.
Questa
differenza nella forma del cervello è dimostrata ovviamente dalla forma
della scatola cranica. La scatola cranica dell’uomo attuale è
caratterizzata da un processo di frontalizzazione, cioè è
particolarmente ampia nella zona della fronte. Invece la scatola cranica
dell’Uomo di Neanderthal è caratterizzata da un processo di
occipitalizzazione, cioè è particolarmente estesa nella zona della nuca.
Di
conseguenza anche l’Uomo di Neanderthal, pur avendo un cervello molto
voluminoso, ha una fronte piuttosto sfuggente, in contrapposizione con la
fronte verticale dell’uomo attuale.
Sotto la fronte si nota
inoltre una notevole sporgenza ossea, quasi una visiera al di sopra degli
occhi, che i tecnici chiamano toro sopraorbitario. Probabilmente questa
sporgenza è provocata dal processo di spostamento e assestamento delle
ossa, e comunque è caratteristica dell’Uomo di Neanderthal e non si
trova nell’uomo moderno.
Il
prognatismo è assai ridotto, soprattutto negli esemplari del tipo
classico francese (La Chapelle aux Saints). Ma il fenomeno più
interessante che si riscontra è la dilatazione artificiale dei fori
orbitari e occipitale.
E’
evidente, osservando i crani di Uomo di Neanderthal ritrovati, che i fori
orbitari (cioè i fori che si trovano nelle ossa attorno agli occhi) e il
foro occipitale (cioè il foro, nella parte inferiore del cranio,
attraverso il quale passa la colonna vertebrale) sono stati allargati
volutamente, probabilmente con strumenti di pietra.
E’
chiaro che questa operazione è stata fatta sui crani dei defunti.
L’unica spiegazione logica è che i neanderthaliani allargassero i fori
orbitari e il foro occipitale dei defunti per estrarre il cervello e
probabilmente mangiarlo.
Non vi
piace? Eppure è molto importante. Per i popoli che vivevano, o che vivono
tuttora, ad uno stadio preistorico, mangiare il cervello dei defunti
significa mettere nel proprio corpo la parte migliore dei defunti stessi
e, di conseguenza, aggiungere alle proprie capacità quelle del morto.
Pertanto i neanderthaliani pensavano così di diventare più forti, più
abili, più coraggiosi, perché aggiungevano alla loro forza, alla loro
abilità e al loro coraggio anche quelle dei loro morti.
Bisogna
inoltre fare una considerazione molto importante: perché proprio il
cervello? E’ evidente che i neanderthaliani erano ad uno stadio
evolutivo tanto avanzato che avevano già capito che il cervello è la
parte più importante del corpo umano, in quanto sede dell’intelligenza
e del coordinamento di tutte le attività.
Anche
per quanto riguarda la lavorazione della pietra, l’Uomo di Neanderthal
ci mostra un progresso non indifferente rispetto agli ominidi precedenti.
La pietra lavorata dall’Uomo di Neanderthal è tutta costituita di
manufatti di industria leggera, cioè eseguita su scheggia. L’elemento
più caratteristico è il raschiatoio, o grattatoio, che consiste in una
scheggia piatta, lavorata sui lati, utilizzata probabilmente per raschiare
l’interno delle pelli degli animali, con le quali l’Uomo di
Neanderthal forse si riparava dal freddo.
L’Uomo
di Neanderthal era un grande cacciatore di orsi. Probabilmente
approfittava del letargo di questi animali per coglierli di sorpresa e
ucciderli.
Tuttavia,
nonostante la sua intelligenza e la sua abilità, l’Uomo di Neanderthal
non è giunto fino a noi, ma la sua razza si è estinta a metà
dell’ultima glaciazione. I motivi della sua scomparsa non sono molto
chiari e sono, ancora oggi, oggetto di studio da parte degli scienziati.
Fatto è che, alla fine dell’ultima glaciazione, troviamo una sola razza
umana, dominatrice del mondo animale: quella dell’Homo sapiens, alla
quale apparteniamo anche noi.
E’
inutile che vi descriva le caratteristiche fisiche dell’Homo sapiens.
E’ sufficiente che vi guardiate allo specchio o che osserviate le
persone che passano per strada e vedrete tutte quelle caratteristiche, così
come si presentavano nel Paleolitico superiore, che da circa 40.000 anni
fa a circa 12.000 anni fa.
La
capacità cranica media di circa 1400 centimetri cubi, la fronte
verticale, l’assenza di prognatismo, la comparsa del mento, sono tutte
caratteristiche che ritroviamo tanto nell’Homo sapiens del Paleolitico
superiore quanto nell’uomo attuale.
La
lavorazione della pietra era ovviamente tutta su scheggia, ma molto più
varia e più raffinata di quella del Paleolitico medio, fatta dall’Uomo
di Neanderthal. Il raschiatoio del Paleolitico medio si trasforma fino a
diventare una lametta ben rifinita e perfezionata (lama aurignaciana), le
schegge appuntite diventano sottilissime (punta gravettiana) o assumono la
forma caratteristica del punteruolo o del bulino (bulino maddaleniano).
Particolare
importanza riveste la lavorazione delle ossa e delle corna degli animali,
da cui si ricavano gli arpioni, sia semplici che doppi.
Ma
l’innovazione più importante del Paleolitico superiore è la comparsa
dell’arte figurativa. Le forme di arte figurativa che ritroviamo nel
Paleolitico superiore sono quattro: scultura, bassorilievi, pittura e
incisioni rupestri.
La
scultura riguarda soprattutto una grande quantità di statuette che
raffigurano delle donne, comunemente chiamate le “Veneri” del
Paleolitico superiore. Queste statuette sono in genere scolpite su pietra
e con scalpelli pure di pietra. E’ quindi evidente che non possiamo
aspettarci la perfezione delle forme e la ricchezza di espressione che
ammiriamo nelle sculture di Michelangelo, o in quelle del Bernini o del
Canova.
Le
statuette paleolitiche sono spesso molto stilizzate; a volte non è
neppure stata scolpita la testa e non sono delineate le braccia e le
gambe. Quello che invece è sempre molto evidente sono i seni e il ventre.
Si ha la netta impressione che lo scultore del Paleolitico superiore desse
molta più importanza al sno e al ventre delle sue “Veneri” che non
alle altre parti del corpo. Non solo, a il seno e il ventre sono sempre
molto voluminosi, mostrandoci l’aspetto di una donna incinta.
Da
questi elementi è quasi certo che le “Veneri” paleolitiche sono in
realtà delle rappresentazioni della gravidanza, e quindi della fertilità.
Pertanto è forse più opportuno chiamare le “Veneri” con
l’appellativo di “Dee madri”, ovvero divinità femminili che
presiedono la fertilità e la fecondità.
Il culto
della dea madre è un fenomeno molto comune nell’antichità, soprattutto
presso le popolazioni neolitiche o dell’età dei metalli. Non è da
escludere che molte popolazioni antiche vivessero in regime di
matriarcato: mentre l’uomo era spesso assente per la caccia degli
animali o, più tardi, per le guerre, la donna era, come diremmo noi oggi,
la regina della casa.
Era la
donna che metteva al mondo nuovi cacciatori; probabilmente era la donna
che cucinava sul fuoco gli animali cacciati fagli uomini. Più tardi, era
la donna che coltivava i campi, dando sostentamento all’intera tribù, o
che allevava gli animali, procurando così cibo, lana, pelli per coprirsi.
In ogni caso era la donna che accudiva alle rozze capanne, in attesa del
ritorno degli uomini.
L’assenza
degli uomini durante l’intera giornata aveva evidentemente dato alla
donna quella sicurezza e quella padronanza delle situazioni che,
probabilmente, non riuscì più ad abbandonare, neppure col ritorno dei
cacciatori. Questi, dal canto loro, vedevano in lei un punto di
riferimento, fisso nel travagliato girovagare della giornata
all’inseguimento degli animali, e molto probabilmente accettavano di
buon grado la crescente supremazia che la donna andava sempre più
acquisendo, sentendosi ad un tempo aiutati e protetti.
E’
probabile che questa supremazia sulle cose terrene abbia portato col tempo
ad attribuire alla donna anche una supremazia sulle cose ultraterrene,
divinizzandola e originando il culto della dea madre. Ritorneremo
sull’importanza della donna nell’evoluzione del genere umano più
avanti, quando arriveremo alla “Rivoluzione neolitica”.
La dea
madre si trova spesso raffigurata anche nei bassorilievi. I bassorilievi
sono dei disegni in rilievo sulla roccia, sulla quale sono scolpiti
direttamente. Sebbene le raffigurazioni della dea madre siano le più
abbondanti tra le sculture e i bassorilievi del Paleolitico superiore, non
mancano raffigurazioni di tutt’altro genere, soprattutto di animali.
Dove invece gli animali hanno, si può dire, il monopolio della
rappresentazione, è nelle pitture rupestri.
Le
pitture rupestri sono assai abbondanti, soprattutto nella Spagna
settentrionale e nella Francia meridionale, e rappresentano quasi
esclusivamente animali. Sono fatte generalmente molto bene, in stile
naturalistico, cioè in modo da assomigliare il più possibile
all’animale vero, e rappresentano praticamente tutti i tipi di animali
cui l’uomo dava la caccia.
Dai
robusti bisonti di Altamira agli agili cavalli di Lascaux, dagli strani
animali pelosi di Pech Merle (forse mammut) ai meravigliosi profili di
bovidi che si trovano, un po’ ovunque, nelle grotte abitate dall’Homo
sapiens; tutti questi dipinti ci illustrano animali in movimento, di una
bellezza e di una potenza espressiva inaspettata per quell’epoca remota.
Perché
gli uomini primitivi dipingevano tutti questi animali? La risposta più
logica è che gli uomini dipingevano gli animali, prima di dar loro la
caccia, per fare riti propiziatori davanti alle immagini dipinte. Sembra
infatti di notare, su alcuni dei dipinti, tracce di colpi di bastone o di
pietra. Probabilmente i cacciatori dipingevano gli animali che volevano
cacciare e colpivano i dipinti con le loro armi, convinti che, così
facendo, sarebbe stato più facile riuscire a colpire e uccidere gli
animali veri. Questa spiegazione sembra essere confermata da fatto che
praticamente tutte le pitture rupestri di quest’epoca sono
raffigurazioni di animali oggetto di caccia.
Non
molto diversa è la situazione per quanto riguarda le incisioni rupestri.
Le incisioni rupestri sono disegni fatti sulla parete delle rocce,
eseguiti incidendo la roccia stessa con pietre dure e facendo così un
solco lungo tutto il contorno e i tratti essenziali del disegno. E’
possibile ammirare un esempio meraviglioso di incisioni rupestri in
Sicilia, nell’isola di Levanzo, dove è rappresentato un cerbiatto col
muso dolcemente rivolto all’indietro.
Avete
notato che non abbiamo mai parlato di raffigurazioni umane? Come è
pensabile che l’artista che sapeva dipingere e incidere sulla roccia
degli animali così belli non fosse capace di dipingere o incidere anche
degli uomini altrettanto belli? Eppure non si trovano quasi mai
rappresentazioni della figura umana. Perché?
Ci
possono essere due spiegazioni logiche a questa domanda.
La prima
è che gli uomini dipingevano solo quegli animali che dovevano cacciare,
allo scopo di rendere migliore la caccia stessa. Quindi non avrebbe avuto
scopo alcuno dipingere esseri umani.
La
seconda è che, probabilmente, esisteva una sorta di tabù, di divieto
religioso a rappresentare la figura umana. Ciò sembra essere confermato
dalle incisioni rupestri dell’Addaura, presso Palermo, dove sono
raffigurati diversi personaggi, molti dei quali sembrano avere la faccia
coperta da una maschera a forma di uccello, mentre altri hanno il volto
rappresentato solo da un contorno ovale, senza alcuna traccia di segni
interni, quali bocca, occhi o naso.
E’
quindi abbastanza credibile che quel divieto di rappresentare la figura
umana si sia manifestato anche qui, sebbene in misura minore, non
permettendo di rappresentare il viso degli uomini raffigurati, ma
limitandosi al solo contorno o mascherando il viso stesso in modo che non
fosse riconoscibile.
La
rappresentazione più interessante del complesso dell’Addaura è
costituita da una decina di personaggi. Due sono disposti al centro, altri
sembrano danzare intorno ai due centrali, mentre un ultimo personaggio,
leggermente più grande degli altri e con un lungo bastone in mano, sembra
arrivare in quel momento.
I
“ballerini dell’Addaura” sembrano, a prima vista, abbandonati in una
danza spensierata e allegra, ma c’è qualcosa di estraneo a tale
presunta allegria. Se osserviamo con attenzione i due personaggi centrali,
ci rendiamo conto che essi hanno le gambe piegate all’indietro e i piedi
legati al collo con una fune.
Le
interpretazioni possibili sono molteplici: forse i due personaggi centrali
sono due prigionieri di guerra e stanno per essere sacrificati a qualche
strana divinità, mentre il personaggio più grande è il capo della tribù
o il sommo sacerdote che sta arrivando per dirigere il sacrificio; oppure
si tratta di un rito di iniziazione di due giovani che entrano nella
maggiore età, mentre gli altri membri della tribù effettuano attorno a
loro danze propiziatorie.
Quello
che è veramente bello, al di là del significato che possa avere la
raffigurazione, è l’armonia dei movimenti dei ballerini, la proporzione
delle forme, la suggestione del quadro d’insieme.
Ma nella
stessa parete della roccia si trovano anche altre incisioni, senz’altro
di epoca più recente, che fanno netto contrasto con quelle dei ballerini
per la differenza dello stile. Si tratta di rappresentazioni, questa volta
di animali, estremamente stilizzate. Evidentemente la grotta dell’Addaura
è stata abitata dagli uomini anche in epoche successive, quando gli stili
di raffigurazione erano completamente differenti.
Ma non
solo gli stili cambiano con i tempi. Pian piano cambia tutto il modo di
vivere, di procurarsi il cibo, di nutrirsi. Si passa da uno stadio
primordiale ad uno stadio leggermente più moderno. Finisce il Paleolitico
ed inizia un’epoca nuova: il Mesolitico
Capitolo Settimo
IL MESOLITICO
E LA RIVOLUZIONE NEOLITICA
Circa
12.000 anni fa anche l’ultima glaciazione, quella di Wurm, arrivò alla
sua fine, iniziando così il periodo di clima temperato nel quale stiamo
vivendo ancora oggi. La fine dell’ultima glaciazione fu catastrofica per
gli uomini. Infatti, durante tutto il Paleolitico, l’uomo si era
specializzato sempre più nella caccia grossa, indirizzata negli ultimi
periodi verso animali che vivono in ambienti particolarmente freddi.
Le sue
vittime preferite erano il mammut e l’orso delle caverne, la renna e il
cervo. Oltre a nutrirsi con le carni di questi animali, l’uomo del
Paleolitico superiore utilizzava le loro ossa e le loro corna per
costruirsi armi da caccia e strumenti vari.
Con la
fine dell’ultima glaciazione, e con il conseguente ritirarsi dei
ghiacci, questi animali migravano sempre più verso il nord, quando non
morivano nella lotta per la sopravvivenza. Il povero uomo era così
rimasto senza selvaggina. Camminava per giorni e giorni in cerca di
qualche animale ritardatario, ma il più delle volte doveva ritornare a
mani vuote, triste e sconsolato.
Alcuni
gruppi di uomini probabilmente tentarono il disperato esperimento di
migrare verso il nord, inseguendo i branchi degli animali, nel vano
tentativo di mantenere il loro standard di vita di cacciatori. Altri si
accontentarono di rimanere sugli antichi campi di caccia, ricercando il
nutrimento nella pesca o nella caccia a piccoli mammiferi e uccellini.
Questo ha significato per loro un radicale cambiamento, oltre che nel
regime alimentare, anche nelo stile di vita, con due importantissime
conseguenze: l’industria microlitica e il decadimento dell’arte.
E’
evidente che le grosse amigdale del Paleolitico inferiore o le punte del
Paleolitico medio e superiore non potevano più essere di alcuna utilità
nella caccia a piccoli animali. Allo stesso modo erano ormai inutili i
raschiatoi, le lame, e tutti quegli strumenti che presumibilmente erano
serviti ai loro antenati per scuoiare i grossi animali cacciati in
precedenza.
L’industria
litica si trasformò completamente, nel Mesolitico, specializzandosi nella
lavorazione dei microliti (che vuol dire pietre piccolissime) e degli ami
da pesca. I microliti erano in genere punte di freccia. Probabilmente
venivano fissati su frecce di legno, utilizzate per la caccia agli uccelli
e ai piccoli mammiferi. Gli ami, generalmente fatti di osso, venivano
utilizzati per pescare i pesci nei numerosi laghi che si erano formati con
lo scioglimento dei ghiacci.
E’
probabile che tutto ciò fosse causa di tristezza per il grande cacciatore
che, nelle epoche precedenti, aveva soggiogato al suo potere i grossi orsi
delle caverne e le veloci renne. L’uomo, che era abituato a dipingere
sulle pareti delle grotte mammut e bisonti da cacciare, probabilmente si
sarebbe sentito molto umiliato a dover dipingere piccoli scoiattoli, pesci
e uccellini.
L’inevitabile
risultato di questo disinteresse per la caccia e di questa depressione
morale è stato il totale decadimento dell’arte. Nel Mesolitico non
troviamo più i meravigliosi affreschi parietali che abbiamo trovato nel
Paleolitico superiore, non troviamo più le deliziose “Veneri” o le
numerose sculture di animali in avorio. Praticamente tutta l’arte del
Mesolitico si riduce a pochi segni, palline o brevi tratti rettilinei,
dipinti con l’ocra rossa su ciottoli informi.
Ma il
tardo Mesolitico incomincia a presentare i segni della sua importanza
storica. Con tutte le sue limitazioni, con tutte le sue tracce di
decadimento culturale, artistico e spirituale, il Mesolitico non è altro
che il periodo di passaggio da un tipo di vita estremamente primitiva,
quella del Paleolitico, ad un tipo di vita completamente nuovo, più
moderno, più chiaramente umano, quello del Neolitico.
Già nel
tardo Mesolitico, dicevo, si cominciano a vedere i fondamenti di quel
mutamento radicale che molti chiamano “Rivoluzione neolitica”. Che
cosa è la “Rivoluzione neolitica”? Il termine “rivoluzione”
significa cambiamento totale di qualche cosa. Se una nazione è governata
da un re, ci può essere una rivoluzione che scaccia il re e mette al suo
posto, ad esempio, un governo democratico. Questo è un cambiamento
totale.
Il
Neolitico rappresenta anche lui un cambiamento totale nel modo di vivere
degli uomini. Gli elementi più significativi di questo cambiamento,
rispetto al Paleolitico, sono tre:
Paleolitico
|
Neolitico
|
|
Abitazione
in grotte o capanne isolate
|
Abitazione
in villaggi stabili
|
|
Nomadismo
|
Sedentarietà
|
|
Caccia
a grossi animali
|
Coltivazione
dei campi e allevamento del bestiame
|
E il
Mesolitico? Il Mesolitico rappresenta una via di mezzo, un periodo di
passaggio da un tipo di vita all’altro.
Dicevamo
che già nel tardo Mesolitico si cominciano a vedere alcuni elementi di
cambiamento. Ad esempio, già nel Mesolitico si formano i primi villaggi,
in alcuni dei quali si comincia ad addomesticare il cane. Già nel
Mesolitico la vita incomincia a diventare più sedentaria che nel
Paleolitico. Infatti gli uomini non devono più spostarsi in continuazione
all’inseguimento degli animali da cacciare, ma si limitano a perlustrare
con attenzione terreni più ridotti, in cerca di molluschi, piccoli
mammiferi, pesci e uccelli.
Nel
frattempo le donne accudivano alle capanne. Non erano più quelle piccole
capanne provvisorie dell’ultimo Paleolitico, ma erano capanne più
stabili, nelle quali gli uomini avrebbero dovuto vivere per un certo
periodo di tempo. Così le donne avevano la possibilità di familiarizzare
meglio con un certo ambiente, con la natura che le circondava e nella
quale avrebbero dovuto restare immerse in modo più stabile.
Nulla
vieta di pensare che le donne del tardo Mesolitico cominciassero così ad
osservare la crescita naturale delle erbe intorno alle loro capanne e
magari anche a scoprire gi effetti curativi di alcune di esse. Non sol, ma
osservando il ciclo naturale di riproduzione dei vegetali, si resero conto
di come un seme, messo nella terra, potesse crescere fino a diventare una
pianta, che a sua volta forniva nuovi semi per nuove piante.
E’
probabile che, vinte dalla curiosità, provassero esse stesse a seminare
qualche seme per vedere i risultati, ringraziando le divinità
ogniqualvolta nasceva una nuova piantina. Il successo di tali operazioni
portò ad intensificare gli esperimenti, concentrandoli su quelle
coltivazioni che producevano vegetali commestibili e che quindi potevano
partecipare alla risoluzione del problema del cibo quotidiano.
Parallelamente
alla coltivazione si sviluppò l’allevamento. E’ probabile che alcuni
tipi di animali fossero attirati dai fuochi dei villaggi e si fermassero
intorno ad essi, incuriositi dal movimento degli abitanti. Forse qualche
cucciolo ferito ha risvegliato gli istinti materni delle donne mesolitiche,
che l’hanno portato nel villaggio, curato e nutrito.
Esperimenti
di questo genere possono aver fatto loro notare come certi animali, ben
curati e alimentati, crescano più rapidamente e si riproducano con più
facilità, fornendo così latte e carne in abbondanza per i villaggi
umani.
Alfine,
anche gli uomini si resero conto della validità delle scoperte fatte
dalle loro donne e rinunciarono, almeno in gran parte, alle inutili
fatiche della caccia, per dedicarsi loro stessi alla coltivazione dei
vegetali e all’allevamento degli animali, divenuti ormai domestici.
Ma la
lavorazione dei terreni per la coltivazione richiedeva strumenti ben
diversi dai loro microliti. L’uomo fu quindi costretto ad inventare
nuovi utensili, sempre di pietra, più adatti alle nuove esigenze: aratri,
falcetti, scuri, etc. Da queste esigenze nacque la pietra nuova, la pietra
levigata, che dà il nome di Neolitico a questo periodo dell’evoluzione
umana.
La
parola “Neolitico” significa infatti, in greco, “pietra nuova”, in
contrapposizione con “Paleolitico” che significa “pietra antica”.
La novità consiste, come abbiamo detto, nella levigazione della pietra,
cioè nel renderla perfettamente liscia, sfregandola ripetutamente contro
un’altra pietra. Con questa tecnologia venivano prodotti utensili molto
belli, generalmente a forma di goccia, ma piatti e taglienti nella parte
più larga, che veniva utilizzata come lato di taglio.
La parte
più stretta invece veniva incastrata in manici, solitamente di osso o di
corno. Quando poi occorrevano lunghe zappe per lavorare il terreno, i
manici venivano a loro volta incastrati o legati con lunghe aste di legno.
Che
differenza rispetto ai rozzi strumenti dei cacciatori paleolitici!
L’uomo del Neolitico è veramente un uomo nuovo. Lavora la terra, alleva
il bestiame, macina i cereali con rozze macine di pietra, tesse la lana
con telai di legno, vive in villaggi organizzati, si costruisce piccole
imbarcazioni per navigare sui fiumi e sui mari.
Ma c’è
un’altra invenzione che caratterizza il Neolitico e che merita di essere
descritta in modo particolareggiato: quella della ceramica, di cui
parleremo nel prossimo capitolo.
Capitolo Ottavo
LA CERAMICA NEOLITICA
La
ceramica è una necessità per il tipo di vita del Neolitico. La
coltivazione dei vegetali, e in particolare dei cereali, porta ben presto
alla scoperta dei grani e della farina. Erano necessari appositi
recipienti per conservare questi nuovi prodotti: recipienti di forme
adatte, facili da trasportare, veloci da fabbricare.
La
pietra non era idonea a questo scopo; era troppo pesante, troppo lunga e
limitata la sua lavorazione. Occorreva trovare un materiale nuovo,
particolarmente malleabile, in modo che gli si potesse dare qualsiasi
forma voluta.
La
scoperta del materiale avvenne nel Medio Oriente, in quella zona compresa
tra il moderno Iran e l’Egitto, che, a causa della sua antica prosperità,
viene comunemente chiamata “mezzaluna fertile”.
Come
quasi tutte le grandi scoperte di un tempo, probabilmente anche questa è
dovuta al caso. Qualche casuale impasto di argilla e acqua rimasto ad
essiccare al sole o finito per caso in un incendio ha fatto scoprire alle
popolazioni neolitiche della zona la sua capacità di indurirsi, per
effetto del calore, e di conservare così la forma precedente alla
“cottura”.
E’
probabile che gli uomini ripetessero l’esperimento artigianalmente,
amalgamando argilla con acqua, dando quindi all’impasto una certa forma
e lasciandolo infine essiccare al sole, pregando gli dei di effettuare il
prodigio e ringraziando meravigliati quando il calore naturale del sole
aveva solidificato l’impasto.
Dopo la
fase sperimentale incominciò la fase produttiva. Gli uomini cominciarono
a dare all’argilla impastata con acqua la forma di recipienti,
costruendo così i primi vasi di ceramica.
Ben
presto l’istinto artistico degli uomini non si accontentò più di dare
solo una forma ai loro manufatti, ma volle che questi diventassero anche
belli a vedersi. Nacque così l’arte della ceramica.
Il
Neolitico viene comunemente suddiviso in tre periodi, caratterizzati da
diversi livelli di lavorazione e
di decorazione della ceramica. Neolitico inferiore, medio e superiore.
Il
Neolitico inferiore è il periodo della “ceramica impressa”. Che cosa
vuol dire ceramica impressa? Per ceramica impressa si intende una ceramica
decorata a crudo con incisioni. Gli uomini della ceramica impressa
preparavano l’impasto di argilla e acqua, gli davano la forma del vaso
e, prima di farlo essiccare al sole, lo decoravano con incisioni varie,
effettuate con le unghie, con bastoncini, oppure col bordo delle
conchiglie. Dopo di che mettevano il vaso a cuocere al sole o, più tardi,
sul fuoco.
La
cultura della ceramica impressa, nata nella mezzaluna fertile, è giunta
in Italia circa 7.000 anni fa, probabilmente attraverso l’Africa
settentrionale e la Spagna, fino a fermarsi in Liguria. In Sicilia, dove
è arrivata probabilmente via mare, direttamente dall’Africa
settentrionale, tale cultura prende il nome di “Cultura di Stentinello”.
Il
Neolitico medio invece è caratterizzato dalla ceramica dipinta. Anche
volendo parlare soltanto dei tipi di ceramica dipinta presenti in Italia,
ci sono tante tipologie diverse, e quindi tante culture del Neolitico
medio, che, sono sicuro, potrei finire per annoiarvi, se volessi parlarvi
di tutte. Mi limito a dire che il Neolitico medio in Italia si può a
grandi linee suddividere in tre grossi blocchi: Sicilia, Italia
centro-meridionale e Italia settentrionale.
In
Sicilia primeggia la cultura eoliana. Non ditemi che è una parola
difficile, perché non è vero. La parola “eoliana” deriva dal nome
Eolie, e voi sapete che le isole Eolie sono al nord della Sicilia. Se non
ve lo ricordate, provate a guardare sull’Atlante e le troverete
senz’altro. Se poi avete occasione di andare da quelle parti in
villeggiatura, andate a vederle, perché sono anche molto belle. Quindi,
dalle isole Eolie nasce la cultura eoliana che, nella sua fase più
interessante, è la principale cultura del Neolitico medio siciliano.
La
cultura eoliana è caratterizzata da vasi dipinti con fiamme rosse sullo
sfondo giallino del vaso. Spesso queste fiamme sono bordate con un
contorno nero, cosicchè il vaso si presenta di tre colori: giallo, rosso
e nero. In tempi più recenti le fiamme sono sostituite da decorazioni a
forma di spirale.
Nell’Italia
centro-meridionale si trovano gli influssi delle ceramiche balcaniche,
evidentemente arrivate in Italia a seguito di immigrazione di popoli
provenienti dalla zona dei monti Balcani o attraverso lo scambio
commerciale. Queste culture balcaniche, mescolandosi con le precedenti
culture italiane, hanno dato vita a una cultura nuova, chiamata Fiorano
Modenese.
Volete
fare un vaso di Fiorano Modenese? Vi spiego come dovete fare. Preparate il
vaso col solito impasto di argilla e acqua, ma non fatelo cuocere,
aspettate. Quando il vaso è pronto, dovete decorarlo con incisioni a
forma di rombi o di triangoli, delle belle incisioni, che si vedano anche
dopo la cottura. Poi lo fate cuocere regolarmente sul fuoco.
Credete
di avere finito? Neanche per sogno. Il bello incomincia adesso, perchè
dovete dipingere di rosso l’interno dei rombi o dei triangoli che avete
inciso prima della cottura. Questo è un vaso della cultura di Fiorano
Modenese, che si presenta quindi con dei bei rombi o triangoli rossi sullo
sfondo giallino del vaso.
Nell’Italia
settentrionale troviamo invece l’influsso della cultura danubiana, che
deriva quindi dalle popolazioni che abitavano nella valle del fiume
Danubio. La caratteristica più curiosa di questa cultura sono i vasi a
bocca quadrata, nella cui produzione diventarono dei maestri i popoli
neolitici della Liguria.
Col
diffondersi di questa cultura arriviamo presto allo scontro con quella di
Fiorano Modenese, di cui abbiamo appena parlato. “Chi ha vinto?” mi
domanderete voi. Tutte e due, naturalmente. I nostri antenati del
Neolitico medio hanno trovato la soluzione ideale del problema. Hanno
inventato i vasi a bocca quadrata, incisi a crudo e dipinti dopo la
cottura con lo stile di Fiorano Modenese. Il risultato di questa fusione
è la cultura di Chiozza, diffusasi soprattutto nell’Emilia.
Del
Neolitico superiore mi limito a parlare delle due culture più
interessanti, per quanto riguarda la ceramica: la cultura della Lagozza,
al nord, e la cultura di Diana, in Sicilia.
Le
culture del Neolitico superiore sembrano mostrare una reazione al
proliferare di colori e di forme del Neolitico medio. Infatti, queste
nuove culture sono n genere molto più lineari e non sono più variopinte
di diversi colori come quelle che abbiamo visto in precedenza.
La
cultura ceramica della Lagozza è caratterizzata da grossi scodelloni, di
colore bruno, spesso completati da un coperchio con incisioni. Di
particolare interesse sono i villaggi, in cui abitavano i Lagozziani.
Questo popolo, infatti, è stato quello che maggiormente ha utilizzato le
palafitte come luogo di abitazione, probabilmente per la difesa notturna
dagli animali.
Le
popolazioni della cultura di Diana invece prediligevano dei vasi a forma
di tazza, con manici a forma di rocchetto, cioè di cilindro che si
allarga alle due estremità.
Non
voglio annoiarvi ulteriormente con i vari tipi di vaso del Neolitico. Se
quanto vi ho detto è sufficiente, saltate pure al capitolo successivo
“Conclusione”. Chi invece volesse avere una panoramica un pochino più
estesa, può osservare gli schemini che seguono, nei quali ho inserito le
caratteristiche più evidenti delle principali culture del Neolitico.
NEOLITICO
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CULTURA
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Inferiore
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·
Stentinello e 1° Eoliano
|
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Medio
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·
Fiorano Modenese
·
Ligure Danubiano
·
Chiozza
·
2° Eoliano
·
Serra d’Alto e 3° Eoliano
|
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Superiore
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·
Lagozza
·
Ripoli d’Abruzzo
·
Campignano
·
Diana e 4° Eoliano
|
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NEOLITICO INFERIORE
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Cultura di Stentinello e 1° Eoliano
·
Industria litica in selce e ossidiana (l’ossidiana
è un minerale vetroso di origine vulcanica)
·
Ceramica grossolana, impressa a crudo con unghie,
punzoni o conchiglie
·
Statuine in terracotta a forma umana o di animale
·
Villaggi fortificati (dimostrazione dell’inizio
delle guerre)
|
NEOLITICO MEDIO
|
Cultura di Fiorano Modenese
·
Impressione a crudo di segni geometrici, poi cottura
dei vasi, infine pittura in rosso su sfondo giallo pallido
|
Cultura ligure danubiana
·
Vasi emisferici a bocca quadrata
·
Motivi ornamentali che imitano l’incrociarsi dei
vimini
·
Colori spalmati su fondo nero dopo la cottura
·
Statuine in terracotta della dea madre seduta
·
Prima presenza sporadica di palafitte
|
Cultura di Chiozza
·
Scodelloni a bocca quadrata, incisi a crudo e dipinti
dopo la cottura (come Fiorano Modenese)
·
In epoca leggermente più recente, decorazioni a forma
di spirale
|
2° Eoliano
·
Prima fase: ceramica dipinta con bande e fiamme rosse
bordate di nero (stile di Capri)
·
Seconda fase: ceramica di impasto nero o bruno, incisa
ma non decorata
·
Terza fase: ceramica con decorazione a forma di
spirale e statuine in terracotta
|
Cultura di Serra d’Alto e 3° Eoliano
·
Ceramica dipinta con complicate derivazioni del
meandro e della spirale
·
Forme molto sofisticate
·
Manici a cartoccio (una lunghissima striscia di
impasto di ceramica veniva arrotolata numerose volte prima di essere
attaccata al vaso come manico)
|
|
NEOLITICO SUPERIORE
|
Cultura della Lagozza
·
Abitazioni su palafitte
·
Specializzazione nell’agricoltura e nella pesca
·
Grossi vasi tronco-conici, scodelloni e piatti a larga
tesa
·
Coperchi decorati con incisioni
·
Pesi di pietra per telai
|
Cultura di Ripoli d’Abruzzo
·
Capanne infossate nel terreno, coperte di frasche
cementate con fango
·
Agricoltura e artigianato
·
Vasi globosi, vasi tronco-conici, vasi a tulipano,
tazze emisferiche
·
Decorazione a bande o linee spezzate dipinte, con file
di puntini
|
Cultura campignana
·
Lavorazione della pietra:
a)
Picconi (grossolani strumenti litici a punta)
b)
Traccianti (strumenti litici con estremità rettilinea
tagliente)
·
Vasi e ciotole in legno
|
Cultura di Diana e 4° Eoliano
·
Prima fase: forme di vasi vicine a quelle di Serra
d’Alto; orli svasati; manici a forma di cilindro o a rocchetto
·
Seconda fase: bordi più ridotti, manici più lunghi e
sottili, superficie rossa corallina
·
Terza fase: gli orli scompaiono, i manici si riducono
a un simbolo, la vernice diventa brunoviolacea
|
CONCLUSIONE
E dopo?
Non penserete che l’evoluzione sia finita? L’evoluzione è un processo
continuo, un continuo scoprire cose nuove, ricercare nuove tecnologie,
capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.
Dopo la
pietra lavorata, dopo il fuoco, dopo l’agricoltura e l’allevamento,
dopo la ceramica, la nuova scoperta fatta dall’uomo è quella della
lavorazione dei metalli. L’Età dei metalli inizia con una sporadica
lavorazione del rame, col quale gli uomini sostituirono parte
dei loro manufatti in pietra. Ma ben presto si resero conto che il
rame era un materiale troppo tenero e che dovevano ricercare un materiale
più resistente per la costruzione delle armi da guerra.
Perché,
purtroppo, la guerra era divenuta ormai frequente presso molti popoli. Il
progresso tecnologico, infatti, porta normalmente ad un maggior benessere,
ad una maggiore ricchezza. La ricchezza stimola l’invidia dei popoli
vicini e l’invidia porta spesso alla rapina, e quindi alla guerra di
conquista.
Per fare
la guerra occorrono le armi, e normalmente la guerra è vinta da chi ha le
armi più potenti. Nell’Età dei metalli vediamo un susseguirsi di
vittorie tecnologiche: il rame e il bronzo che vincono contro la pietra,
il ferro che vince contro il bronzo, i carri trainati da cavalli che
vincono contro gli uomini a piedi.
Ma
andiamo per gradi. Ben presto gli uomini si sono accorti che, fondendo il
rame con lo stagno, potevano ottenere un materiale
molto più resistente che non il rame o lo stagno usati da soli.
Questo nuovo materiale si chiama bronzo.
Il
problema era quello di rintracciare il rame e lo stagno, che si trovavano
molto distanti uno dall’altro, almeno nell’area mediterranea. Infatti,
mentre il rame era soprattutto nel Mediterraneo orientale, come
nell’isola di Cipro, lo stagno era abbondante nel Mediterraneo
occidentale, soprattutto in Spagna e in Etruria, da dove le carovane lo
trasportavano fino alle coste della Sicilia.
Un
popolo di navigatori e di commercianti che fosse stato in grado di
acquistare sia il rame di Cipro che lo stagno del Mediterraneo occidentale
avrebbe avuto il monopolio del bronzo, e di conseguenza ricchezza e
prosperità. E’ quello che avvenne con i Cretesi.
I
Cretesi dell’età minoica erano, in pratica, i padroni del Mediterraneo.
La loro isola, Creta, si trova proprio nel mezzo del Mediterraneo, a metà
strada tra la Grecia e l’Egitto. I Cretesi, che probabilmente
discendevano dagli antichi Fenici, erano dei grandi navigatori e degli
abili commercianti. Nessuno poteva competere con loro sul mare. La più
grande potenza dell’epoca, l’Egitto, non aveva una flotta di navi.
Pertanto i Cretesi commerciavano sia con gli Achei, in Grecia, che con gli
Egiziani.
Ma la
ricchezza dei Cretesi ben presto fece nascere le invidie dei vicini. Gli
Achei volevano per se il monopolio dei commerci; invasero l’isola di
Creta e distrussero tutte le città, massacrando tutti gli abitanti.
Allora (siamo attorno al 1400 a.C.) gli Achei divennero i nuovi padroni
del Mediterraneo.
Ma la
loro era una civiltà del bronzo, quindi destinata ad essere superata
dalla civiltà del ferro. E questa arrivò dall’Oriente, attorno al 1200
a.C., con l’invasione dei Dori.
I Dori,
feroci e ben armati di ferro, distrussero le città achee e diventarono i
nuovi padroni del Mediterraneo. E così via. La storia è un continuo
succedersi di guerre e di invasioni, dove il più forte prende il posto
del più debole, per essere poi a sua volta sostituito da qualcun altro,
ancora più forte di lui.
Ma
l’Età dei metalli, che abbiamo visto essere anche l’età dei grandi
commerci, porta un’altra importantissima novità: l’invenzione della
scrittura. Probabilmente la scrittura è nata con la necessità di
prendere nota delle quantità di merci giacenti nei magazzini, delle
ordinazioni ricevute e delle produzioni giornaliere.
Si
scriveva in genere per incisione, tracciando i segni della scrittura su
tavolette di argilla impastata con acqua, che poi venivano fatte essiccare
al sole. Con l’invenzione della scrittura, però, inizia un’era nuova:
convenzionalmente la scrittura viene riconosciuta come l’elemento
differenziatore tra la preistoria e la storia vera e propria.
Ormai la
preistoria è finita, almeno nell’area mediterranea, e con la fine della
preistoria è finito anche il nostro racconto. Quello che avviene dopo è
la storia dei vari popoli, che avete studiato e che studierete sempre di
più a scuola: la storia degli Egiziani, la storia dei Fenici, la storia
dei Greci, la storia dei Romani, etc.
A me non
resta che augurarmi che il mio racconto non sia stato troppo noioso e che
vi sia servito a conoscere, se pure in grandi linee, le tappe
dell’evoluzione dell’uomo, dalle sue origini all’inizio della
storia. Una evoluzione nella quale c’è qualcosa di tutti noi, perché
è stata l’inizio di tutta la nostra cultura, in arte come in
tecnologia, in religione come in politica, e senza la quale ci troveremmo
ancora tutti agli stadi iniziali dell’Età della pietra.
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