MEDIAMARES.it

home page

 

 

INDICE   UMBERTO GARIBOLDI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 LA PREISTORIA RACCONTA   VOL.1

 Introduzione

 

I primi esemplari fossili che si collegano all’evoluzione degli ominidi vanno ricercati tra i Primati che abitavano le foreste del Terziario.

 

Immagino che abbiate sentito parlare qualche volta del Terziario e dei Primati. No? Non avete mai sentito queste parole? Allora dovrò incominciare tutto dal principio? E va bene, incominciamo dall’inizio.

 

Il Terziario non è altro che uno dei periodi di tempo in cui si divide la storia della Terra sulla quale viviamo.

Questi periodi di tempo sono chiamati Ere. La storia della Terra è divisa in cinque Ere.

 

E’ una storia lunga, iniziata circa cinque miliardi di anni fa, quando nè voi nè io eravamo ancora nati.

 

Quando incominciò la vita, la Terra era completamente ricoperta dal mare. Non c’erano le montagne, dove andate a sciare d’inverno, né le spiagge, dove andate a prendere il sole d’estate. Non c’erano le città, non c’erano i prati, non c’erano le strade.

 

Non c’era niente, insomma. Solo acqua, acqua e acqua ancora.


Capitolo Primo

 

 

LA TERRA PRIMA DELL’UOMO

 

 

Indovinate un po’ dove è incominciata la vita? Nell’acqua, naturalmente. E le cose sono andate così per più di quattro miliardi di anni, cioè per tutta la durata del primo periodo, o Era, della storia della Terra. Questa prima Era si chiama Precambrico.

 

Ma dopo questa lunghissima Era le cose cambiano. Finalmente il Precambrico finisce, circa seicento milioni di anni fa, e incomincia la seconda Era della storia della Terra, che si chiama Primario.

 

Durante il Primario le terre asciutte emergono dalle acque, si formano le prime montagne, e se voi aveste potuto vedere la Terra in quell’epoca, avreste visto, oltre all’azzurro del mare, anche grandi distese di verde. Proprio così: la terraferma si era tutta ricoperta di verdi prati e foreste.

 

Questa è stata una vera e propria rivoluzione della vita sulla Terra. Infatti la vegetazione della terraferma, assorbendo anidride carbonica e generando ossigeno, ha permesso la formazione di ossigeno nell’aria, consentendo così la vita animale anche al di fuori dell’acqua.

 

Eh, sì, cari ragazzi, perché nell’acqua possono vivere solo i pesci. Gli animali di terraferma non sono capaci di ricavare ossigeno dall’acqua. Provate voi a mettere la testa sott’acqua, quando andate al mare a nuotare. Scommetto che il più bravo tra voi non resiste più di un minuto. Invece con l’ossigeno dell’aria, frutto della fotosintesi clorofilliana (cioè della trasformazione di anidride carbonica in ossigeno fatta dai vegetali) anche noi riusciamo a respirare regolarmente e a vivere la nostra vita sulla terraferma.

 

E così, durante il Primario alcuni pesci cominciarono a mettere la testa fuori dall’acqua e a respirare l’ossigeno dell’aria. Alcuni ci rinunciarono, e restarono pesci per sempre. Altri, dopo vari tentativi, ci riuscirono, e diventarono anfibi, cioè animali che possono vivere indifferentemente nell’acqua e fuori dall’acqua, come le rane che tutti voi conoscete.

 

Gli anfibi pian piano cominciarono ad esplorare quel mondo di terraferma che per loro era tutto una novità. Dapprima si trascinavano faticosamente da un laghetto all’altro, spingendosi come potevano con la coda e con le pinne. Poi le pinne si irrobustirono, fino a diventare vere e proprie zampe, i polmoni si abituarono sempre più a respirare l’ossigeno dell’aria anzicchè quello dell’acqua, e tutto il loro fisico si trasformò progressivamente, per abituarsi sempre meglio al nuovo tipo di vita.

 

In questo modo la Terra si popolò sempre più di nuovi esseri viventi, i rettili. Ma l’evoluzione del regno animale non si ferma certo qui; altre grosse innovazioni attendono la Terra prima di arrivare alla comparsa dell’uomo.

 

Circa 230 milioni di anni fa anche il Primario finisce e la storia della Terra conosce una nuova Era, il Secondario, che molti chiamano anche con un termine tanto caro ai ragazzi: l’Era dei Dinosauri.

 

E chi non conosce i Dinosauri, quei simpatici “animaletti”, lunghi fino a 25 metri, che, col loro passo “felpato”, facevano tremare la terra quando passavano? Certo li avete visti tutti nei cartoni animati de “Gli antenati” o in qualche Parco Zoo Safari della Preistoria.

 

In realtà, i Dinosauri, sebbene di dimensioni impressionanti, non erano animali pericolosi, perché, almeno gli esemplari più grossi, erano tutti erbivori. E poi, per chi avrebbero potuto essere pericolosi? Non certo per l’uomo, che non esisteva ancora.

Sulla Terra del Secondario praticamente vivevano solo loro, i rettili e i pesci. Ma ben presto la Terra si popolò di altri animali: gli uccelli e i mammiferi.

 

I mammiferi erano piccoli animali a sangue caldo, a differenza dei rettili che erano a sangue freddo. Si nascondevano nelle foreste e non avevano certo nulla da temere da parte dei Dinosauri, se non di essere schiacciati per sbaglio. In realtà chi era in pericolo erano proprio i Dinosauri, ma essi non sapevano che i piccoli mammiferi costituivano per loro un pericolo mortale. Infatti i mammiferi sono i principali responsabili della scomparsa dei Dinosauri.

 

I mammiferi mangiavano tutto ciò che trovavano, dal piccolo filo d’erba alle grosse uova di Dinosauro. E questa fu la fine per i simpatici bestioni del Secondario. E’ chiaro che, se voi vi mettete a mangiare tutte le uova di gallina senza permettere più la nascita dei pulcini, in breve tempo avremmo la scomparsa dei polli dalla faccia della Terra.

 

Ed è quello che avvenne per i Dinosauri. Alla fine del Secondario, i vecchi padroni del mondo, con i loro nomi altisonanti quali Tyrannosaurus, Brontosaurus, etc., non c’erano più, e il predominio sulla Terra passò ai nuovi dominatori: i piccoli mammiferi.

 

Il Secondario è terminato circa 70 milioni di anni fa, lasciando il posto all’Era successiva che, come avrete già immaginato, si chiamerà Terziario. Il Terziario vede il massimo sviluppo dei mammiferi, dagli equini ai bovini, dai felini ai grossi pachidermi. Tra tutti questi mammiferi, una particolare famiglia ci interessa in special modo nella nostra storia: quella dei Primati.

 

La famiglia dei Primati è quella che comprende tutti i tipi di scimmia, dalla piccola Tupaia al grosso Gorilla e all’Uomo.

La famiglia dei Primati si divide sostanzialmente in tre gruppi:

 

I gruppo

Scimmie inferiori, o proscimmie

Tupaia, Lemure, Tarsio, etc.

II gruppo

Scimmie vere e proprie

Macaco, Babbuino, Mandrillo, etc.

III gruppo

Scimmie superiori, o umanoidi

Gibbone, Orango, Scimpanzè, Gorilla, Uomo

 


Capitolo Secondo

 

 

LE DIFFERENZE TRA L’UOMO E LA SCIMMIA

 

 

 

Quando andiamo a scavare nei terreni del Terziario, troviamo denti e ossa di ogni genere. Allora il nostro primo problema sarà quello di stabilire quali appartengono al genere umano, o a qualche suo antenato, e quali no. E’ quindi estremamente importante avere ben chiare, se possibile, le differenze tra le ossa e i denti dell’uomo e le corrispondenti ossa e denti degli altri Primati.

 

Non voglio spaventarvi, ma devo dirvi subito che la cosa è tutt’altro che facile. Infatti, se guardiamo lo scheletro di un uomo o di un gorilla o di uno scimpanzè attuali, dobbiamo riconoscere che gli scheletri sono veramente molto simili.

 

Se poi consideriamo che gli antenati vissuti nel Terziario erano spesso comuni a tutte le scimmie superiori, ci rendiamo conto di come sia difficoltoso stabilire se un osso ritrovato apparteneva ad un essere destinato a diventare un uomo piuttosto che uno scimpanzè.

 

Incominciamo col prendere in considerazione le ossa della testa. Noteremo innanzitutto che la testa è divisa in due grossi blocchi: la faccia e la scatola cranica. La prima differenza che balza subito all’occhio è che nell’uomo moderno la scatola cranica è più grande della faccia, mentre nelle altre scimmie superiori la faccia è più grande della scatola cranica. Poiché è la scatola cranica quella che contiene il cervello, è facile dedurre che l’uomo moderno ha un cervello più voluminoso di quello delle altre scimmie; infatti, se il cervello di un gorilla può raggiungere i 600 centimetri cubi di volume, quello dell’uomo attuale è mediamente due volte e mezzo più grande, arrivando a 1400 centimetri cubi di media.

 

Al di là delle dimensioni, non possiamo fare a meno di notare che anche la struttura del cervello umano è diversa, non solo da quella delle scimmie, ma da quella di tutti gli altri animali.

 

Infatti nel cervello umano predomina la parte destinata al coordinamento dei movimenti (area associativa), mentre in altri animali predomina, ad esempio, l’area olfattiva, cioè la parte destinata a ricevere gli odori, percepiti mediante il naso. Avete senz’altro visto tante volte, dal vivo oppure in televisione, un cane appoggiare il naso al suolo e fiutare la pista di qualche odore da seguire. Provate a farlo voi. Sono convinto che non ci riuscirete, perché l’area olfattiva del vostro cervello non è sviluppata come quella del cane.

 

Concludendo, il cervello dell’uomo è di grandi dimensioni e specializzato nella associazione, il che è testimoniato dalle dimensioni e dalla forma della scatola cranica.

 

Per contro, la faccia dell’uomo moderno è molto più piccola di quella delle altre scimmie superiori. Si dice che l’uomo è caratterizzato da una faccia appiattita, mentre la scimmia ha una faccia prognata, cioè con muso sporgente.

Detto questo, se ci troviamo in mano due crani completi, uno di uomo moderno e uno, ad esempio, di orango moderno, è abbastanza facile riconoscere quale sia quello dell’uomo e quale quello della scimmia.

 

Purtroppo la realtà degli scavi preistorici è ben diversa, in quanto difficilmente si trova un cranio completo, ma è ben più frequente trovare un singolo osso, o un frammento di osso. Di particolare importanza è l’osso occipitale, cioè quell’osso della scatola cranica che contiene un grosso buco (il foro occipitale), nel quale passa la colonna vertebrale per collegare la testa al resto del corpo. Orbene, nelle scimmie il foro occipitale si trova molto più spostato all’indietro che non nell’uomo. Perché? E perché l’uomo ha un cervello più voluminoso di quello delle altre scimmie?

 

A questo punto è necessario capire quale è stato il processo evolutivo dell’uomo e quali fenomeni gli hanno permesso di diventare sempre più diverso dalle scimmie.

 

I Primati ancestrali, cioè quegli animali che sono stati gli antenati comuni sia dell’uomo che della scimmia attuale, vivevano nelle foreste del Terziario, passando di ramo in ramo aggrappati per le braccia, o saltellando a quattro zampe sul suolo erboso. Solo raramente si ergevano sulle zampe posteriori e riuscivano a fare qualche passo sui due piedi. Ma le variazioni climatiche portarono sempre più ad una riduzione del suolo forestale e conseguentemente ad un aumento del terreno a steppa e cespugli.

 

In tali condizioni avvenne di necessità la prima importante variazione nell’evoluzione dei nostri antenati. Alcune famiglie di essi, infatti, dovettero adattarsi, per sopravvivere, alla vita fuori dalla foresta, specializzandosi sempre più nell’andatura bipede, cioè camminando sulle sole zampe posteriori, così come fate voi.

 

E questa è stata una vera rivoluzione evolutiva. Infatti camminare su due sole zampe significa avere libere le altre due per qualsiasi altra attività. Avete mai provato a lanciare un sasso mantenendo a terra sia i piedi che le mani? Impossibile, mi direte voi! Potete quindi facilmente capire quanto sia vantaggioso avere le mani libere nella lotta, nella raccolta della frutta, nel lancio dei sassi o nell’utilizzo dei bastoni.

 

Il bipedismo dei Primati ancestrali ha portato a due importantissimi risultati per quanto riguarda lo sviluppo del cervello.

 

Il primo risultato è una conseguenza della liberazione delle mani. Col passare del tempo e col continuo esercizio nelle attività manuali, da un lato le mani stesse si sono rese sempre più agili e mobili, dall’altro il cervello si è progressivamente sviluppato, soprattutto nell’area associativa, per poter coordinare tutti i movimenti che le mani riuscivano a fare.

 

Il secondo risultato è una conseguenza della statura eretta, che ha permesso la cresita del cervello, sostenendone il peso in continuo aumento.

Mi spiego. Se voi prendete un quadrupede, per esempio un cane, e gli mettete un forte peso sulla testa, vedrete che la testa del cane si abbasserà, e non riuscirà a sopportare il peso. Infatti, la testa dei quadrupedi non è appoggiata sulla colonna vertebrale, ma ha il vuoto sotto di sé; pertanto il peso della testa è sostenuto solo dai muscoli del collo.

Invece il peso della testa dell’uomo è sostenuto dalla colonna vertebrale e, più in basso, dal bacino, fino a ripartirsi sulle due gambe. Pertanto l’uomo, in quanto bipede, può sopportare una testa molto più pesante che non se fosse un quadrupede.

 

Non solo, ma il fatto che la testa dell’uomo sia appoggiata sulla colonna vertebrale significa anche che il punto di collegamento, il foro occipitale che già abbiamo visto, deve necessariamente trovarsi nella parte inferiore della testa, mentre per un quadrupede esso si trova più spostato all’indietro, in corrispondenza cioè del collo.

 

Ma torniamo all’ampliamento del cervello. E’ evidente che, se il cervello aumenta di volume, anche la scatola cranica deve aumentare di conseguenza. Assistiamo pertanto ad un processo di continuo aumento della scatola cranica, con conseguente passaggio da una fronte estremamente sfuggente, quasi inesistente nei primati ancestrali, fino ad arrivare alla fronte verticale dell’uomo moderno.

 

Anche la faccia ha avuto notevolissime variazioni. Il fatto di nutrirsi con le mani, anzicchè mordere direttamente col muso, unitamente allo sconvolgimento di tutte le ossa della testa provocato dalla crescita del cervello, ha portato ad una progressiva diminuzione del muso, o scomparsa del prognatismo, fino ad arrivare alla forma attuale della faccia umana, che è completamente piatta.

 

Riassumendo, il cranio del primate ancestrale presentava numerose differenze rispetto al cranio dell’uomo moderno.

 

Le principali sono le seguenti:

 

Primate ancestrale

Uomo moderno

Capacità cranica ridotta (cervello piccolo)

Capacità cranica maggiore (cervello grande)

Fronte sfuggente

Fronte verticale

Foro occipitale spostato all’indietro

Foro occipitale al centro

Muso sporgente (prognatismo)

Faccia piatta

 


Capitolo Terzo

 

 

LE DIFFERENZE NEI DENTI, NEL BACINO E NEI PIEDI

 

 

 

E’ chiaro che le caratteristiche di questo primate ancestrale erano comuni tanto alla evoluzione dell’uomo quanto a quella delle scimmie antropomorfe (gibbone, orango, scimpanzè o gorilla).

 

L’essere così descritto era un antenato comune sia alla linea evolutiva degli uomini sia a quella delle antropomorfe. Ma presto le due linee evolutive cominciarono a presentare delle differenze: negli antenati dell’uomo il cervello cominciò a svilupparsi più rapidamente che non negli antenati della scimmia, la fronte diventò sempre meno sfuggente, il foro occipitale si spostò sempre più verso una posizione centrale e il prognatismo diminuì in modo sempre più evidente.

 

E questo non è tutto. Importantissime variazioni si notano anche nei denti e nella forma dell’arcata dentaria.

 

I motivi più probabili sono tre, e precisamente:

 

1)      Le variazioni di forma e dimensioni della faccia, di cui abbiamo già parlato.

2)      Il progressivo passaggio da una alimentazione di tipo vegetariano, cioè a base erba, ad una alimentazione a base di carne, in principio cruda successivamente cotta sul fuoco.

3)      Il fatto di utilizzare le mani per nutrirsi, anzicchè strappare il cibo direttamente con i denti, come fanno gli altri animali.

 

La conseguenza di tale processo evolutivo è stata, da un lato l’accorciamento progressivo dell’arcata dentaria, che è passata da una forma a U (cioè con i lati paralleli) oppure a V (cioè molto appuntita) ad una forma di parabola (cioè molto arrotondata e con i lati che si allontanano tra di loro); dall’altro un rimpicciolimento delle dimensioni dei denti, in particolare dei canini, che sono i denti usati dal primate ancestrale per strappare il cibo.

 

Oltre alle variazioni della scatola cranica e della faccia, l’evoluzione ha portato mutamenti in tutte le ossa del corpo. Vi do solo gli accenni più importanti.

 

Per quanto riguarda le ossa del bacino, la posizione eretta dell’uomo ha portato ad un allargamento delle ossa, per permettergli maggiore stabilità nell’andatura bipede e maggiori punti di attacco per i muscoli che servono a mantenerlo in piedi.

 

I piedi dell’uomo sono invece estremamente rigidi rispetto a quelli del primate ancestrale e della scimmia moderna. Infatti l’uomo attuale utilizza i piedi solo per camminare, mentre le altre scimmie, e il primate ancestrale, li utilizzavano per aggrapparsi ai rami delle piante.

 

E’ quindi evidente che la forma dei piedi dei nostri antenati assomigliava molto a quella delle mani, con le dita estremamente mobili e con i muscoli dell’alluce particolarmente robusti.

 

Per concludere, i primati del Terziario avevano generalmente le braccia più lunghe delle gambe, mentre l’uomo attuale ha le gambe più lunghe delle braccia. Anche questo è chiaramente dovuto al passaggio da una vita nella foresta, dove i primi uomini si spostavano da un ramo all’altro utilizzando le braccia, ad una vita su terreno aperto, dove l’andatura bipede richiede l’uso delle gambe per gli spostamenti.

 

Sono riuscito a confondervi abbastanza le idee? Non ditemi che vi ricordate già tutto quello che abbiamo detto sulle variazioni delle ossa nell’evoluzione dell’uomo, perché non vi credo.

 

Proviamo allora a fare un riassunto di tutte queste variazioni, cosicchè poi potremo riprendere il nostro discorso sull’evoluzione dell’uomo, avendo ben chiaro da dove siamo partiti e dove dobbiamo arrivare.

 

Primate ancestrale

Uomo moderno

Capacità cranica ridotta (cervello piccolo)

Capacità cranica maggiore (cervello grande)

Fronte sfuggente

Fronte verticale

Foro occipitale spostato all’indietro

Foro occipitale al centro

Muso sporgente (prognatismo)

Faccia piatta

Arcata dentaria a U oppure a V

Arcata dentaria parabolica

Denti grossi (soprattutto i canini)

Denti piccoli

Piedi prensili (o mobili)

Piedi rigidi

Ossa del bacino lunghe e strette

Ossa del bacino corte e larghe

Braccia più lunghe delle gambe

Gambe più lunghe delle braccia

 


Capitolo Quarto

 

 

GLI OMINOIDI DEL TERZIARIO

 

 

 

E ritorniamo finalmente al nostro Terziario, cioè a quel periodo della storia della Terra in cui si sono sviluppati i Primati, e in particolare le scimmie superiori, tra cui gli antenati dell’uomo.

Purtroppo dei Primati del Terziario si trovano, spesso e volentieri, soltanto dei frammenti mandibola, quando non solamente dei denti sciolti.

 

Il più antico ominoide attualmente conosciuto, che può essere antenato tanto dell’uomo attuale quanto delle moderne antropomorfe (gibbone, orango, scimpanzè e gorilla), è il Propliopithecus. Vi piace come nome? Provate a ripeterlo come scioglilingua. Questo simpatico scimmiotto viveva tra i 40 e i 30 milioni di anni fa. Di lui si sa ben poco; si nota tuttavia che i pochi denti ritrovati sono di piccole dimensioni, ed è questo particolare che ci fa pensare che il Propliopithecus possa essere uno dei nostri più antichi antenati.

 

In epoca più recente, tra i 25 e i 15 milioni di anni fa, troviamo invece un primate che sembra essere già più specializzato nella linea antropomorfa, cioè con caratteristiche che lo avvicinano di più alle scimmie antropomorfe che non all'uomo. Si tratta di resti fossili ritrovati in Africa, e più precisamente nel Kenia, cui è stato dato il nome di Proconsul.

Poiché le attuali antropomorfe che vivono in Africa sono il gorilla e scimpanzè, è probabile che il Proconsul sia uno dei loro antenati. Difficilmente può invece essere considerato come antenato del gibbone e dell’orango, che vivono nell’Asia orientale.

La mandibola del Proconsul è piuttosto allungata e i suoi denti sono grossi. I canini in particolare hanno una forma piuttosto tagliente.

 

Ma la vera separazione dei vari tipi di scimmie superiori avviene poco dopo, tra i 15 e i 10 milioni di anni fa. In questo periodo troviamo altri quattro bei nomi per i vostri scioglilingua.

 

Essi sono:

 

·        Il Dryopithecus; ha la mandibola molto allungata; i denti sono voluminosi e i canini sporgono rispetto agli altri denti. Probabilmente discende dal Proconsul e, come questo, è antenato dei moderni gorilla e scimpanzè.

·        Il Sivapithecus; ha l’arcata dentaria a forma di U; i denti sono voluminosi con canini sporgenti. Probabilmente è antenato del moderno orango.

·        Il Limnopithecus; anche il Limnopithecus ha canini massicci e sporgenti. Probabilmente è antenato del moderno gibbone.

·        Il Ramapithecus; ha un’arcata dentaria quasi parabolica e accorciata anteriormente; i denti sono di piccole dimensioni. Probabilmente è antenato dell’uomo attuale.

 

Il Ramapithecus sembra essere il più antico primate con caratteristiche particolarmente vicine a quelle dell’uomo. Resti di Ramapithecus sono stati trovati sia in Asia che in Africa, con piccole differenze dovute probabilmente solo al diverso ambiente in cui vivevano. Col Ramapithecus termina praticamente il gruppo degli ominoidi del Terziario, cioè di quegli esseri abbastanza simili all’uomo, ma che ancora non hanno caratteristiche umane così precise da poter dire con certezza: quello era un uomo.

 

Ma quali sono quelle caratteristiche che ci fanno distinguere l’uomo dalle altre scimmie? Provate a dire al vostro papà o alla vostra mamma: tu sei una scimmia. Probabilmente il vostro papà o la vostra mamma si offenderanno. Evidentemente l’uomo ha qualcosa di diverso rispetto alle scimmie.

 

Del resto io sto scrivendo le differenze tra l’uomo e la scimmia e voi le state leggendo. Le scimmie non hanno mai scritto certe cose e non si sognerebbero neppure di leggerle. Eh, già. L’unico animale capace di scrivere e leggere è l’uomo.

 

Ma la scrittura rappresenta già uno stadio molto avanzato nell’evoluzione dell’uomo. Probabilmente essa è nata a seguito della scoperta della coltivazione, e quindi della necessità di catalogare in qualche modo le derrate giacenti nei magazzini.

Ma anche la coltivazione è uno stadio evolutivo molto avanzato. Nessun animale ha mai pensato di dedicarsi all’agricoltura o all’allevamento del bestiame. Per fare queste cose occorre una intelligenza superiore di tipo umano.

 

Quali sono i risultati tuttora visibili di questa intelligenza superiore? O, meglio ancora, che cosa hanno fatto i primi uomini di diverso da ciò che facevano le scimmie della loro epoca? A queste domande il pensiero va ovviamente alle prime lavorazioni della pietra, brutte e grossolane finchè si vuole, ma comunque lavorazioni intenzionali.

 

Intenzionali. Questa è la parola che ci spiega più di ogni altra la differenza tra l’uomo e qualsiasi altro animale. Anche lo scimpanzè, come l’uomo, è in grado di prendere un bastone e difendersi. Ma l’uomo fa qualcosa di più. Mentre l’animale utilizza qualche cosa che trova a portata di mano per risolvere il problema del momento, l’uomo prevede la possibilità di aver bisogno di certi oggetti e li prepara in anticipo.

 

Pertanto la caratteristica principale dell’uomo è la capacità di prevedere certe situazioni, di pianificare il suo futuro, di predisporre gli oggetti con l’intenzione di utilizzarli quando saranno necessari. E’ evidente che questo è un vantaggio enorme per l’uomo. Infatti, mentre l’animale utilizza ciò che trova, e solo se trova qualcosa, al momento del bisogno, l’uomo seleziona in anticipo gli oggetti che sono più adatti allo scopo per cui li ha scelti.

 

Non solo. Scegliendoli in anticipo ha ancvhe la possibilità di modificarli, di correggerne la forma in modo che possano essergli più utili.

 

Concludendo, diciamo che i primi veri uomini sono quelli che per primi hanno incominciato a lavorare la pietra. Poiché questi uomini lavoravano la pietra in modo grossolano, chiamiamo il periodo in cui essi vissero Età della Pietra Antica, o Paleolitico.


Capitolo Quinto

 

 

IL PALEOLITICO INFERIORE

 

 

 

Il Paleolitico va da circa due milioni e mezzo di anni fa a circa 12.000 anni fa. Si suddivide in tre grossi periodi, che costituiscono tre diversi stadi nell’evoluzione dell’uomo: Paleolitico inferiore, Paleolitico medio e Paleolitico superiore.

 

Del Paleolitico inferiore sono note due tipologie umane. La prima, che ha occupato il periodo che va due milioni e mezzo di anni fa fino a circa un milione di anni fa, è quella degli Australopiteci (tra cui l’Homo habilis). La seconda, vissuta da circa un milione di anni fa a circa 500.000 anni fa, è quella dei Pitecantropi (o Homo erectus).

 

Gli Australopiteci vivevano soprattutto in Africa. Le ossa ritrovate ci dimostrano che avevano una scatola cranica di dimensioni assai ridotte, con una capacità media di circa 500 centimetri cubi. Ovviamente la fronte era molto sfuggente e il prognatismo (sporgenza del muso) era fortissimo.

Mancava completamente il mento, caratteristica questa comune a tutti gli ominidi del Paleolitico inferiore e medio. La statura media degli Australopiteci era di circa 120 centimetri.

 

Il più importante tra loro è quello che è stato chiamato col significativo nome di Homo habilis. In che cosa era abile l’Australopiteco?

E’ evidente che tutta la sua abilità, le cui testimonianze sono arrivate fino a noi, consisteva nella lavorazione della pietra, la più antica che si conosca. Ma che cosa significa lavorare la pietra?

 

Nel Paleolitico troviamo due diversi tipi di industria (cioè due diversi tipi di lavorazione della pietra): una industria pesante e una industria leggera.

 

Se voi prendete un ciottolo e, battendolo contro un altro sasso più duro, fate saltare via delle schegge, vi ritroverete con il nucleo del ciottolo, cioè con la parte centrale, che avrà così acquisito dei lati più o meno taglienti. E’ chiaro che il nucleo così ottenuto è molto più grande delle piccole schegge che avete tolto. Lo strumento che avete costruito è uno strumento di industria pesante, cioè costituito dal nucleo del ciottolo, cui avete tolto alcune schegge.

 

Ma, se invece di buttare via le schegge voi le conservate, le picchiate leggermente fino a che diventino ben appuntite e taglienti, e utilizzate le schegge stesse come strumenti, avrete costruito degli strumenti di industria leggera.

Quindi, è industria pesante quando si utilizza il nucleo e si buttano via le schegge, è industria leggera quando si utilizzano le schegge e si butta via il nucleo.

 

Durante il Paleolitico inferiore troviamo soprattutto industria pesante, durante il Paleolitico medio e il Paleolitico superiore troviamo soprattutto industria leggera.

 

L’Australopiteco produceva quindi strumenti di industria pesante. Erano strumenti molto grezzi, primitivi, cui è stato dato il nome di choppers, che in inglese significa asce. I choppers erano ottenuti probabilmente prendendo due ciottoli, uno per mano, e battendoli uno contro l’altro fino a che da uno dei due ciottoli non si fossero staccate alcune schegge e il ciottolo stesso avesse così acquisito uno o più lati taglienti.

 

In tempi relativamente più recenti troviamo esempi di industria pesante più raffinata: quella delle amigdale e dei bifacciali.

Amigdala, in latino, significa mandorla. Gli strumenti di cui ci accingiamo a parlare avevano infatti la forma di grosse mandorle.

 

E’ probabile che i nostri antenati, per ottenere degli strumenti così lavorati, usassero la tecnica dell’incudine e del martello, perché è impensabile che potessero lavorare così bene i ciottoli semplicemente battendoli uno contro l’altro, mentre li tenevano stretti nelle due mani.

 

In che cosa consiste la tecnica dell’incudine e del martello? Avete mai visto un fabbro che lavora un pezzo di ferro a colpi di martello? E se non l’avete mai visto, è sufficiente che prendiate una moneta da cinquanta lire, dove su un lato è rappresentata proprio questa immagine. Ebbene, l’uomo primitivo probabilmente faceva proprio così. Utilizzava un grosso sasso, appoggiato a terra, che gli faceva da incudine; su questa incudine naturale appoggiava il ciottolo che voleva lavorare, tenendolo fermo con una mano, mentre con l’altra mano lo batteva, tenendo saldamente un terzo sasso, che gli serviva da martello.

 

Così facendo, con tanti colpi ben assestati, riusciva a dare al ciottolo la forma voluta, fino a ridurlo a quella grossa mandorla, chiamata amigdala, che abbiamo visto essere la caratteristica principale del Paleolitico inferiore.

Quando poi l’amigdala era ben lavorata da entrambe le parti, e quindi aveva raggiunto una forma particolarmente affusolata, all’amigdala stessa diamo il nome di bifacciale, che significa lavorato su tutte e due le facce.

Le amigdale e i bifacciali, che sono sempre strumenti di industria pesante come il chopper, sono l’industria tipica dei Pitecantropi.

 

I Pitecantropi sono più recenti degli Australopiteci. Essi vivevano probabilmente nel periodo di tempo che va da circa un milione a circa 500.000 anni fa. Il Pitecantropo viene comunemente chiamato Homo erectus, per evidenziare la sua normale andatura su due piedi, ma oggi sappiamo per certo che anche ominidi di molto precedenti ai Pitecantropi camminavano su due piedi, come l’uomo attuale.

 

Resti di Pitecantropi, o Homo erectus, sono stati trovati in molte località. I tipi più importanti sono quattro, e vi dico i nomi scientifici, perché sono molto simpatici e penso vi possano divertire:

 

·        Pithecanthropus erectus (o Uomo di Giava); ritrovato nell’isola di Giava, in Asia.

·        Homo erectus pekinensis (o Sinanthropus pekinensis, o Uomo di Pechino); ritrovato in Cina, vicino a Pechino, in Asia.

·        Homo erectus heidelbergensis (o Uomo di Mauer); ritrovato in Germania, in Europa.

·        Atlanthropus mauritanicus (o Homo erectus mauritanicus); ritrovato in Mauritania, in Africa.

 

Al di là delle diverse ubicazioni geografiche, le caratteristiche del Pitecantropo sono più o meno sempre le stesse.

 

La scatola cranica è molto più grande di quella dell’Australopiteco, il che significa che il cervello del Pitecantropo aveva una maggiore voluminosità. Infatti, la capacità media della scatola cranica è di circa 900-1000 centimetri cubi, contro i 500 centimetri cubi della scatola cranica dell’Australopiteco.

Di conseguenza la fronte del Pitecantropo è meno sfuggente di quella dell’Australopiteco e il prognatismo (muso sporgente) meno evidente.

 

Si sa per certo che il Pitecantropo conosceva il fuoco e lo utilizzava per la cottura dei cibi. Ciò risulta chiaramente dall’analisi chimica dei coproliti, cioè delle feci fossilizzate. Quello che non sappiamo è se era capace di accendere il fuoco o se si limitava a conservarlo, dopo che era stato acceso magari da qualche fulmine.

 

Probabilmente il Pitecantropo è il progenitore di due razze diverse: quella dell’Homo sapiens, cui apparteniamo anche noi, e quella dell’Homo Neanderthalensis, che invece si è estinta circa 40.000 anni fa.


Capitolo Sesto

 

 

IL PALEOLITICO MEDIO E IL PALEOLITICO SUPERIORE

 

 

 

Nel Paleolitico medio si trovano pochissimi resti di Homo sapiens; al contrario i resti di Homo neanderthalensis sono così abbondanti che normalmente si identifica il Paleolitico medio con l’epoca dell’Homo neanderthalensis, o Uomo di Neanderthal.

 

L’Uomo  di Neanderthal aveva un cervello molto voluminoso, che raggiungeva una capacità media di circa 1450 centimetri cubi. Era quindi un po’ più grosso del cervello medio dell’uomo attuale, ma la sua forma era differente.

Infatti, mentre il cervello dell’uomo attuale è tendenzialmente gonfio nella parte superiore, quello dell’Uomo di Neanderthal è più lungo e schiacciato. E’ un po’ come se mettessimo a confronto un pallone da football con un pallone da rugby.

 

Questa differenza nella forma del cervello è dimostrata ovviamente dalla forma della scatola cranica. La scatola cranica dell’uomo attuale è caratterizzata da un processo di frontalizzazione, cioè è particolarmente ampia nella zona della fronte. Invece la scatola cranica dell’Uomo di Neanderthal è caratterizzata da un processo di occipitalizzazione, cioè è particolarmente estesa nella zona della nuca.

Di conseguenza anche l’Uomo di Neanderthal, pur avendo un cervello molto voluminoso, ha una fronte piuttosto sfuggente, in contrapposizione con la fronte verticale dell’uomo attuale.

 

Sotto la fronte si nota inoltre una notevole sporgenza ossea, quasi una visiera al di sopra degli occhi, che i tecnici chiamano toro sopraorbitario. Probabilmente questa sporgenza è provocata dal processo di spostamento e assestamento delle ossa, e comunque è caratteristica dell’Uomo di Neanderthal e non si trova nell’uomo moderno.

 

Il prognatismo è assai ridotto, soprattutto negli esemplari del tipo classico francese (La Chapelle aux Saints). Ma il fenomeno più interessante che si riscontra è la dilatazione artificiale dei fori orbitari e occipitale.

 

E’ evidente, osservando i crani di Uomo di Neanderthal ritrovati, che i fori orbitari (cioè i fori che si trovano nelle ossa attorno agli occhi) e il foro occipitale (cioè il foro, nella parte inferiore del cranio, attraverso il quale passa la colonna vertebrale) sono stati allargati volutamente, probabilmente con strumenti di pietra.

E’ chiaro che questa operazione è stata fatta sui crani dei defunti. L’unica spiegazione logica è che i neanderthaliani allargassero i fori orbitari e il foro occipitale dei defunti per estrarre il cervello e probabilmente mangiarlo.

 

Non vi piace? Eppure è molto importante. Per i popoli che vivevano, o che vivono tuttora, ad uno stadio preistorico, mangiare il cervello dei defunti significa mettere nel proprio corpo la parte migliore dei defunti stessi e, di conseguenza, aggiungere alle proprie capacità quelle del morto. Pertanto i neanderthaliani pensavano così di diventare più forti, più abili, più coraggiosi, perché aggiungevano alla loro forza, alla loro abilità e al loro coraggio anche quelle dei loro morti.

 

Bisogna inoltre fare una considerazione molto importante: perché proprio il cervello? E’ evidente che i neanderthaliani erano ad uno stadio evolutivo tanto avanzato che avevano già capito che il cervello è la parte più importante del corpo umano, in quanto sede dell’intelligenza e del coordinamento di tutte le attività.

 

Anche per quanto riguarda la lavorazione della pietra, l’Uomo di Neanderthal ci mostra un progresso non indifferente rispetto agli ominidi precedenti. La pietra lavorata dall’Uomo di Neanderthal è tutta costituita di manufatti di industria leggera, cioè eseguita su scheggia. L’elemento più caratteristico è il raschiatoio, o grattatoio, che consiste in una scheggia piatta, lavorata sui lati, utilizzata probabilmente per raschiare l’interno delle pelli degli animali, con le quali l’Uomo di Neanderthal forse si riparava dal freddo.

 

L’Uomo di Neanderthal era un grande cacciatore di orsi. Probabilmente approfittava del letargo di questi animali per coglierli di sorpresa e ucciderli.

Tuttavia, nonostante la sua intelligenza e la sua abilità, l’Uomo di Neanderthal non è giunto fino a noi, ma la sua razza si è estinta a metà dell’ultima glaciazione. I motivi della sua scomparsa non sono molto chiari e sono, ancora oggi, oggetto di studio da parte degli scienziati. Fatto è che, alla fine dell’ultima glaciazione, troviamo una sola razza umana, dominatrice del mondo animale: quella dell’Homo sapiens, alla quale apparteniamo anche noi.

 

E’ inutile che vi descriva le caratteristiche fisiche dell’Homo sapiens. E’ sufficiente che vi guardiate allo specchio o che osserviate le persone che passano per strada e vedrete tutte quelle caratteristiche, così come si presentavano nel Paleolitico superiore, che da circa 40.000 anni fa a circa 12.000 anni fa.

La capacità cranica media di circa 1400 centimetri cubi, la fronte verticale, l’assenza di prognatismo, la comparsa del mento, sono tutte caratteristiche che ritroviamo tanto nell’Homo sapiens del Paleolitico superiore quanto nell’uomo attuale.

 

La lavorazione della pietra era ovviamente tutta su scheggia, ma molto più varia e più raffinata di quella del Paleolitico medio, fatta dall’Uomo di Neanderthal. Il raschiatoio del Paleolitico medio si trasforma fino a diventare una lametta ben rifinita e perfezionata (lama aurignaciana), le schegge appuntite diventano sottilissime (punta gravettiana) o assumono la forma caratteristica del punteruolo o del bulino (bulino maddaleniano).

Particolare importanza riveste la lavorazione delle ossa e delle corna degli animali, da cui si ricavano gli arpioni, sia semplici che doppi.

 

Ma l’innovazione più importante del Paleolitico superiore è la comparsa dell’arte figurativa. Le forme di arte figurativa che ritroviamo nel Paleolitico superiore sono quattro: scultura, bassorilievi, pittura e incisioni rupestri.

 

La scultura riguarda soprattutto una grande quantità di statuette che raffigurano delle donne, comunemente chiamate le “Veneri” del Paleolitico superiore. Queste statuette sono in genere scolpite su pietra e con scalpelli pure di pietra. E’ quindi evidente che non possiamo aspettarci la perfezione delle forme e la ricchezza di espressione che ammiriamo nelle sculture di Michelangelo, o in quelle del Bernini o del Canova.

 

Le statuette paleolitiche sono spesso molto stilizzate; a volte non è neppure stata scolpita la testa e non sono delineate le braccia e le gambe. Quello che invece è sempre molto evidente sono i seni e il ventre. Si ha la netta impressione che lo scultore del Paleolitico superiore desse molta più importanza al sno e al ventre delle sue “Veneri” che non alle altre parti del corpo. Non solo, a il seno e il ventre sono sempre molto voluminosi, mostrandoci l’aspetto di una donna incinta.

 

Da questi elementi è quasi certo che le “Veneri” paleolitiche sono in realtà delle rappresentazioni della gravidanza, e quindi della fertilità. Pertanto è forse più opportuno chiamare le “Veneri” con l’appellativo di “Dee madri”, ovvero divinità femminili che presiedono la fertilità e la fecondità.

 

Il culto della dea madre è un fenomeno molto comune nell’antichità, soprattutto presso le popolazioni neolitiche o dell’età dei metalli. Non è da escludere che molte popolazioni antiche vivessero in regime di matriarcato: mentre l’uomo era spesso assente per la caccia degli animali o, più tardi, per le guerre, la donna era, come diremmo noi oggi, la regina della casa.

 

Era la donna che metteva al mondo nuovi cacciatori; probabilmente era la donna che cucinava sul fuoco gli animali cacciati fagli uomini. Più tardi, era la donna che coltivava i campi, dando sostentamento all’intera tribù, o che allevava gli animali, procurando così cibo, lana, pelli per coprirsi. In ogni caso era la donna che accudiva alle rozze capanne, in attesa del ritorno degli uomini.

 

L’assenza degli uomini durante l’intera giornata aveva evidentemente dato alla donna quella sicurezza e quella padronanza delle situazioni che, probabilmente, non riuscì più ad abbandonare, neppure col ritorno dei cacciatori. Questi, dal canto loro, vedevano in lei un punto di riferimento, fisso nel travagliato girovagare della giornata all’inseguimento degli animali, e molto probabilmente accettavano di buon grado la crescente supremazia che la donna andava sempre più acquisendo, sentendosi ad un tempo aiutati e protetti.

 

E’ probabile che questa supremazia sulle cose terrene abbia portato col tempo ad attribuire alla donna anche una supremazia sulle cose ultraterrene, divinizzandola e originando il culto della dea madre. Ritorneremo sull’importanza della donna nell’evoluzione del genere umano più avanti, quando arriveremo alla “Rivoluzione neolitica”.

 

La dea madre si trova spesso raffigurata anche nei bassorilievi. I bassorilievi sono dei disegni in rilievo sulla roccia, sulla quale sono scolpiti direttamente. Sebbene le raffigurazioni della dea madre siano le più abbondanti tra le sculture e i bassorilievi del Paleolitico superiore, non mancano raffigurazioni di tutt’altro genere, soprattutto di animali. Dove invece gli animali hanno, si può dire, il monopolio della rappresentazione, è nelle pitture rupestri.

 

Le pitture rupestri sono assai abbondanti, soprattutto nella Spagna settentrionale e nella Francia meridionale, e rappresentano quasi esclusivamente animali. Sono fatte generalmente molto bene, in stile naturalistico, cioè in modo da assomigliare il più possibile all’animale vero, e rappresentano praticamente tutti i tipi di animali cui l’uomo dava la caccia.

 

Dai robusti bisonti di Altamira agli agili cavalli di Lascaux, dagli strani animali pelosi di Pech Merle (forse mammut) ai meravigliosi profili di bovidi che si trovano, un po’ ovunque, nelle grotte abitate dall’Homo sapiens; tutti questi dipinti ci illustrano animali in movimento, di una bellezza e di una potenza espressiva inaspettata per quell’epoca remota.

 

Perché gli uomini primitivi dipingevano tutti questi animali? La risposta più logica è che gli uomini dipingevano gli animali, prima di dar loro la caccia, per fare riti propiziatori davanti alle immagini dipinte. Sembra infatti di notare, su alcuni dei dipinti, tracce di colpi di bastone o di pietra. Probabilmente i cacciatori dipingevano gli animali che volevano cacciare e colpivano i dipinti con le loro armi, convinti che, così facendo, sarebbe stato più facile riuscire a colpire e uccidere gli animali veri. Questa spiegazione sembra essere confermata da fatto che praticamente tutte le pitture rupestri di quest’epoca sono raffigurazioni di animali oggetto di caccia.

 

Non molto diversa è la situazione per quanto riguarda le incisioni rupestri. Le incisioni rupestri sono disegni fatti sulla parete delle rocce, eseguiti incidendo la roccia stessa con pietre dure e facendo così un solco lungo tutto il contorno e i tratti essenziali del disegno. E’ possibile ammirare un esempio meraviglioso di incisioni rupestri in Sicilia, nell’isola di Levanzo, dove è rappresentato un cerbiatto col muso dolcemente rivolto all’indietro.

 

Avete notato che non abbiamo mai parlato di raffigurazioni umane? Come è pensabile che l’artista che sapeva dipingere e incidere sulla roccia degli animali così belli non fosse capace di dipingere o incidere anche degli uomini altrettanto belli? Eppure non si trovano quasi mai rappresentazioni della figura umana. Perché?

 

Ci possono essere due spiegazioni logiche a questa domanda.

La prima è che gli uomini dipingevano solo quegli animali che dovevano cacciare, allo scopo di rendere migliore la caccia stessa. Quindi non avrebbe avuto scopo alcuno dipingere esseri umani.

 

La seconda è che, probabilmente, esisteva una sorta di tabù, di divieto religioso a rappresentare la figura umana. Ciò sembra essere confermato dalle incisioni rupestri dell’Addaura, presso Palermo, dove sono raffigurati diversi personaggi, molti dei quali sembrano avere la faccia coperta da una maschera a forma di uccello, mentre altri hanno il volto rappresentato solo da un contorno ovale, senza alcuna traccia di segni interni, quali bocca, occhi o naso.

 

E’ quindi abbastanza credibile che quel divieto di rappresentare la figura umana si sia manifestato anche qui, sebbene in misura minore, non permettendo di rappresentare il viso degli uomini raffigurati, ma limitandosi al solo contorno o mascherando il viso stesso in modo che non fosse riconoscibile.

 

La rappresentazione più interessante del complesso dell’Addaura è costituita da una decina di personaggi. Due sono disposti al centro, altri sembrano danzare intorno ai due centrali, mentre un ultimo personaggio, leggermente più grande degli altri e con un lungo bastone in mano, sembra arrivare in quel momento.

 

I “ballerini dell’Addaura” sembrano, a prima vista, abbandonati in una danza spensierata e allegra, ma c’è qualcosa di estraneo a tale presunta allegria. Se osserviamo con attenzione i due personaggi centrali, ci rendiamo conto che essi hanno le gambe piegate all’indietro e i piedi legati al collo con una fune.

 

Le interpretazioni possibili sono molteplici: forse i due personaggi centrali sono due prigionieri di guerra e stanno per essere sacrificati a qualche strana divinità, mentre il personaggio più grande è il capo della tribù o il sommo sacerdote che sta arrivando per dirigere il sacrificio; oppure si tratta di un rito di iniziazione di due giovani che entrano nella maggiore età, mentre gli altri membri della tribù effettuano attorno a loro danze propiziatorie.

 

Quello che è veramente bello, al di là del significato che possa avere la raffigurazione, è l’armonia dei movimenti dei ballerini, la proporzione delle forme, la suggestione del quadro d’insieme.

 

Ma nella stessa parete della roccia si trovano anche altre incisioni, senz’altro di epoca più recente, che fanno netto contrasto con quelle dei ballerini per la differenza dello stile. Si tratta di rappresentazioni, questa volta di animali, estremamente stilizzate. Evidentemente la grotta dell’Addaura è stata abitata dagli uomini anche in epoche successive, quando gli stili di raffigurazione erano completamente differenti.

 

Ma non solo gli stili cambiano con i tempi. Pian piano cambia tutto il modo di vivere, di procurarsi il cibo, di nutrirsi. Si passa da uno stadio primordiale ad uno stadio leggermente più moderno. Finisce il Paleolitico ed inizia un’epoca nuova: il Mesolitico


Capitolo Settimo

 

 

IL MESOLITICO E LA RIVOLUZIONE NEOLITICA

 

 

 

Circa 12.000 anni fa anche l’ultima glaciazione, quella di Wurm, arrivò alla sua fine, iniziando così il periodo di clima temperato nel quale stiamo vivendo ancora oggi. La fine dell’ultima glaciazione fu catastrofica per gli uomini. Infatti, durante tutto il Paleolitico, l’uomo si era specializzato sempre più nella caccia grossa, indirizzata negli ultimi periodi verso animali che vivono in ambienti particolarmente freddi.

 

Le sue vittime preferite erano il mammut e l’orso delle caverne, la renna e il cervo. Oltre a nutrirsi con le carni di questi animali, l’uomo del Paleolitico superiore utilizzava le loro ossa e le loro corna per costruirsi armi da caccia e strumenti vari.

 

Con la fine dell’ultima glaciazione, e con il conseguente ritirarsi dei ghiacci, questi animali migravano sempre più verso il nord, quando non morivano nella lotta per la sopravvivenza. Il povero uomo era così rimasto senza selvaggina. Camminava per giorni e giorni in cerca di qualche animale ritardatario, ma il più delle volte doveva ritornare a mani vuote, triste e sconsolato.

 

Alcuni gruppi di uomini probabilmente tentarono il disperato esperimento di migrare verso il nord, inseguendo i branchi degli animali, nel vano tentativo di mantenere il loro standard di vita di cacciatori. Altri si accontentarono di rimanere sugli antichi campi di caccia, ricercando il nutrimento nella pesca o nella caccia a piccoli mammiferi e uccellini. Questo ha significato per loro un radicale cambiamento, oltre che nel regime alimentare, anche nelo stile di vita, con due importantissime conseguenze: l’industria microlitica e il decadimento dell’arte.

 

E’ evidente che le grosse amigdale del Paleolitico inferiore o le punte del Paleolitico medio e superiore non potevano più essere di alcuna utilità nella caccia a piccoli animali. Allo stesso modo erano ormai inutili i raschiatoi, le lame, e tutti quegli strumenti che presumibilmente erano serviti ai loro antenati per scuoiare i grossi animali cacciati in precedenza.

 

L’industria litica si trasformò completamente, nel Mesolitico, specializzandosi nella lavorazione dei microliti (che vuol dire pietre piccolissime) e degli ami da pesca. I microliti erano in genere punte di freccia. Probabilmente venivano fissati su frecce di legno, utilizzate per la caccia agli uccelli e ai piccoli mammiferi. Gli ami, generalmente fatti di osso, venivano utilizzati per pescare i pesci nei numerosi laghi che si erano formati con lo scioglimento dei ghiacci.

 

E’ probabile che tutto ciò fosse causa di tristezza per il grande cacciatore che, nelle epoche precedenti, aveva soggiogato al suo potere i grossi orsi delle caverne e le veloci renne. L’uomo, che era abituato a dipingere sulle pareti delle grotte mammut e bisonti da cacciare, probabilmente si sarebbe sentito molto umiliato a dover dipingere piccoli scoiattoli, pesci e uccellini.

 

L’inevitabile risultato di questo disinteresse per la caccia e di questa depressione morale è stato il totale decadimento dell’arte. Nel Mesolitico non troviamo più i meravigliosi affreschi parietali che abbiamo trovato nel Paleolitico superiore, non troviamo più le deliziose “Veneri” o le numerose sculture di animali in avorio. Praticamente tutta l’arte del Mesolitico si riduce a pochi segni, palline o brevi tratti rettilinei, dipinti con l’ocra rossa su ciottoli informi.

 

Ma il tardo Mesolitico incomincia a presentare i segni della sua importanza storica. Con tutte le sue limitazioni, con tutte le sue tracce di decadimento culturale, artistico e spirituale, il Mesolitico non è altro che il periodo di passaggio da un tipo di vita estremamente primitiva, quella del Paleolitico, ad un tipo di vita completamente nuovo, più moderno, più chiaramente umano, quello del Neolitico.

 

Già nel tardo Mesolitico, dicevo, si cominciano a vedere i fondamenti di quel mutamento radicale che molti chiamano “Rivoluzione neolitica”. Che cosa è la “Rivoluzione neolitica”? Il termine “rivoluzione” significa cambiamento totale di qualche cosa. Se una nazione è governata da un re, ci può essere una rivoluzione che scaccia il re e mette al suo posto, ad esempio, un governo democratico. Questo è un cambiamento totale.

 

Il Neolitico rappresenta anche lui un cambiamento totale nel modo di vivere degli uomini. Gli elementi più significativi di questo cambiamento, rispetto al Paleolitico, sono tre:

 

Paleolitico

Neolitico

Abitazione in grotte o capanne isolate

Abitazione in villaggi stabili

Nomadismo

Sedentarietà

Caccia a grossi animali

Coltivazione dei campi e allevamento del bestiame

 

E il Mesolitico? Il Mesolitico rappresenta una via di mezzo, un periodo di passaggio da un tipo di vita all’altro.

Dicevamo che già nel tardo Mesolitico si cominciano a vedere alcuni elementi di cambiamento. Ad esempio, già nel Mesolitico si formano i primi villaggi, in alcuni dei quali si comincia ad addomesticare il cane. Già nel Mesolitico la vita incomincia a diventare più sedentaria che nel Paleolitico. Infatti gli uomini non devono più spostarsi in continuazione all’inseguimento degli animali da cacciare, ma si limitano a perlustrare con attenzione terreni più ridotti, in cerca di molluschi, piccoli mammiferi, pesci e uccelli.

 

Nel frattempo le donne accudivano alle capanne. Non erano più quelle piccole capanne provvisorie dell’ultimo Paleolitico, ma erano capanne più stabili, nelle quali gli uomini avrebbero dovuto vivere per un certo periodo di tempo. Così le donne avevano la possibilità di familiarizzare meglio con un certo ambiente, con la natura che le circondava e nella quale avrebbero dovuto restare immerse in modo più stabile.

 

Nulla vieta di pensare che le donne del tardo Mesolitico cominciassero così ad osservare la crescita naturale delle erbe intorno alle loro capanne e magari anche a scoprire gi effetti curativi di alcune di esse. Non sol, ma osservando il ciclo naturale di riproduzione dei vegetali, si resero conto di come un seme, messo nella terra, potesse crescere fino a diventare una pianta, che a sua volta forniva nuovi semi per nuove piante.

 

E’ probabile che, vinte dalla curiosità, provassero esse stesse a seminare qualche seme per vedere i risultati, ringraziando le divinità ogniqualvolta nasceva una nuova piantina. Il successo di tali operazioni portò ad intensificare gli esperimenti, concentrandoli su quelle coltivazioni che producevano vegetali commestibili e che quindi potevano partecipare alla risoluzione del problema del cibo quotidiano.

 

Parallelamente alla coltivazione si sviluppò l’allevamento. E’ probabile che alcuni tipi di animali fossero attirati dai fuochi dei villaggi e si fermassero intorno ad essi, incuriositi dal movimento degli abitanti. Forse qualche cucciolo ferito ha risvegliato gli istinti materni delle donne mesolitiche, che l’hanno portato nel villaggio, curato e nutrito.

 

Esperimenti di questo genere possono aver fatto loro notare come certi animali, ben curati e alimentati, crescano più rapidamente e si riproducano con più facilità, fornendo così latte e carne in abbondanza per i villaggi umani.

 

Alfine, anche gli uomini si resero conto della validità delle scoperte fatte dalle loro donne e rinunciarono, almeno in gran parte, alle inutili fatiche della caccia, per dedicarsi loro stessi alla coltivazione dei vegetali e all’allevamento degli animali, divenuti ormai domestici.

 

Ma la lavorazione dei terreni per la coltivazione richiedeva strumenti ben diversi dai loro microliti. L’uomo fu quindi costretto ad inventare nuovi utensili, sempre di pietra, più adatti alle nuove esigenze: aratri, falcetti, scuri, etc. Da queste esigenze nacque la pietra nuova, la pietra levigata, che dà il nome di Neolitico a questo periodo dell’evoluzione umana.

 

La parola “Neolitico” significa infatti, in greco, “pietra nuova”, in contrapposizione con “Paleolitico” che significa “pietra antica”. La novità consiste, come abbiamo detto, nella levigazione della pietra, cioè nel renderla perfettamente liscia, sfregandola ripetutamente contro un’altra pietra. Con questa tecnologia venivano prodotti utensili molto belli, generalmente a forma di goccia, ma piatti e taglienti nella parte più larga, che veniva utilizzata come lato di taglio.

 

La parte più stretta invece veniva incastrata in manici, solitamente di osso o di corno. Quando poi occorrevano lunghe zappe per lavorare il terreno, i manici venivano a loro volta incastrati o legati con lunghe aste di legno.

 

Che differenza rispetto ai rozzi strumenti dei cacciatori paleolitici! L’uomo del Neolitico è veramente un uomo nuovo. Lavora la terra, alleva il bestiame, macina i cereali con rozze macine di pietra, tesse la lana con telai di legno, vive in villaggi organizzati, si costruisce piccole imbarcazioni per navigare sui fiumi e sui mari.

 

Ma c’è un’altra invenzione che caratterizza il Neolitico e che merita di essere descritta in modo particolareggiato: quella della ceramica, di cui parleremo nel prossimo capitolo.


 

Capitolo Ottavo

LA CERAMICA NEOLITICA

 

 

 

 

La ceramica è una necessità per il tipo di vita del Neolitico. La coltivazione dei vegetali, e in particolare dei cereali, porta ben presto alla scoperta dei grani e della farina. Erano necessari appositi recipienti per conservare questi nuovi prodotti: recipienti di forme adatte, facili da trasportare, veloci da fabbricare.

 

La pietra non era idonea a questo scopo; era troppo pesante, troppo lunga e limitata la sua lavorazione. Occorreva trovare un materiale nuovo, particolarmente malleabile, in modo che gli si potesse dare qualsiasi forma voluta.

 

La scoperta del materiale avvenne nel Medio Oriente, in quella zona compresa tra il moderno Iran e l’Egitto, che, a causa della sua antica prosperità, viene comunemente chiamata “mezzaluna fertile”.

 

Come quasi tutte le grandi scoperte di un tempo, probabilmente anche questa è dovuta al caso. Qualche casuale impasto di argilla e acqua rimasto ad essiccare al sole o finito per caso in un incendio ha fatto scoprire alle popolazioni neolitiche della zona la sua capacità di indurirsi, per effetto del calore, e di conservare così la forma precedente alla “cottura”.

 

E’ probabile che gli uomini ripetessero l’esperimento artigianalmente, amalgamando argilla con acqua, dando quindi all’impasto una certa forma e lasciandolo infine essiccare al sole, pregando gli dei di effettuare il prodigio e ringraziando meravigliati quando il calore naturale del sole aveva solidificato l’impasto.

 

Dopo la fase sperimentale incominciò la fase produttiva. Gli uomini cominciarono a dare all’argilla impastata con acqua la forma di recipienti, costruendo così i primi vasi di ceramica.

Ben presto l’istinto artistico degli uomini non si accontentò più di dare solo una forma ai loro manufatti, ma volle che questi diventassero anche belli a vedersi. Nacque così l’arte della ceramica.

 

Il Neolitico viene comunemente suddiviso in tre periodi, caratterizzati da diversi livelli di lavorazione  e di decorazione della ceramica. Neolitico inferiore, medio e superiore.

 

Il Neolitico inferiore è il periodo della “ceramica impressa”. Che cosa vuol dire ceramica impressa? Per ceramica impressa si intende una ceramica decorata a crudo con incisioni. Gli uomini della ceramica impressa preparavano l’impasto di argilla e acqua, gli davano la forma del vaso e, prima di farlo essiccare al sole, lo decoravano con incisioni varie, effettuate con le unghie, con bastoncini, oppure col bordo delle conchiglie. Dopo di che mettevano il vaso a cuocere al sole o, più tardi, sul fuoco.

 

La cultura della ceramica impressa, nata nella mezzaluna fertile, è giunta in Italia circa 7.000 anni fa, probabilmente attraverso l’Africa settentrionale e la Spagna, fino a fermarsi in Liguria. In Sicilia, dove è arrivata probabilmente via mare, direttamente dall’Africa settentrionale, tale cultura prende il nome di “Cultura di Stentinello”.

 

Il Neolitico medio invece è caratterizzato dalla ceramica dipinta. Anche volendo parlare soltanto dei tipi di ceramica dipinta presenti in Italia, ci sono tante tipologie diverse, e quindi tante culture del Neolitico medio, che, sono sicuro, potrei finire per annoiarvi, se volessi parlarvi di tutte. Mi limito a dire che il Neolitico medio in Italia si può a grandi linee suddividere in tre grossi blocchi: Sicilia, Italia centro-meridionale e Italia settentrionale.

 

In Sicilia primeggia la cultura eoliana. Non ditemi che è una parola difficile, perché non è vero. La parola “eoliana” deriva dal nome Eolie, e voi sapete che le isole Eolie sono al nord della Sicilia. Se non ve lo ricordate, provate a guardare sull’Atlante e le troverete senz’altro. Se poi avete occasione di andare da quelle parti in villeggiatura, andate a vederle, perché sono anche molto belle. Quindi, dalle isole Eolie nasce la cultura eoliana che, nella sua fase più interessante, è la principale cultura del Neolitico medio siciliano.

 

La cultura eoliana è caratterizzata da vasi dipinti con fiamme rosse sullo sfondo giallino del vaso. Spesso queste fiamme sono bordate con un contorno nero, cosicchè il vaso si presenta di tre colori: giallo, rosso e nero. In tempi più recenti le fiamme sono sostituite da decorazioni a forma di spirale.

 

Nell’Italia centro-meridionale si trovano gli influssi delle ceramiche balcaniche, evidentemente arrivate in Italia a seguito di immigrazione di popoli provenienti dalla zona dei monti Balcani o attraverso lo scambio commerciale. Queste culture balcaniche, mescolandosi con le precedenti culture italiane, hanno dato vita a una cultura nuova, chiamata Fiorano Modenese.

 

Volete fare un vaso di Fiorano Modenese? Vi spiego come dovete fare. Preparate il vaso col solito impasto di argilla e acqua, ma non fatelo cuocere, aspettate. Quando il vaso è pronto, dovete decorarlo con incisioni a forma di rombi o di triangoli, delle belle incisioni, che si vedano anche dopo la cottura. Poi lo fate cuocere regolarmente sul fuoco.

Credete di avere finito? Neanche per sogno. Il bello incomincia adesso, perchè dovete dipingere di rosso l’interno dei rombi o dei triangoli che avete inciso prima della cottura. Questo è un vaso della cultura di Fiorano Modenese, che si presenta quindi con dei bei rombi o triangoli rossi sullo sfondo giallino del vaso.

 

Nell’Italia settentrionale troviamo invece l’influsso della cultura danubiana, che deriva quindi dalle popolazioni che abitavano nella valle del fiume Danubio. La caratteristica più curiosa di questa cultura sono i vasi a bocca quadrata, nella cui produzione diventarono dei maestri i popoli neolitici della Liguria.

 

Col diffondersi di questa cultura arriviamo presto allo scontro con quella di Fiorano Modenese, di cui abbiamo appena parlato. “Chi ha vinto?” mi domanderete voi. Tutte e due, naturalmente. I nostri antenati del Neolitico medio hanno trovato la soluzione ideale del problema. Hanno inventato i vasi a bocca quadrata, incisi a crudo e dipinti dopo la cottura con lo stile di Fiorano Modenese. Il risultato di questa fusione è la cultura di Chiozza, diffusasi soprattutto nell’Emilia.

 

Del Neolitico superiore mi limito a parlare delle due culture più interessanti, per quanto riguarda la ceramica: la cultura della Lagozza, al nord, e la cultura di Diana, in Sicilia.

Le culture del Neolitico superiore sembrano mostrare una reazione al proliferare di colori e di forme del Neolitico medio. Infatti, queste nuove culture sono n genere molto più lineari e non sono più variopinte di diversi colori come quelle che abbiamo visto in precedenza.

 

La cultura ceramica della Lagozza è caratterizzata da grossi scodelloni, di colore bruno, spesso completati da un coperchio con incisioni. Di particolare interesse sono i villaggi, in cui abitavano i Lagozziani. Questo popolo, infatti, è stato quello che maggiormente ha utilizzato le palafitte come luogo di abitazione, probabilmente per la difesa notturna dagli animali.

 

Le popolazioni della cultura di Diana invece prediligevano dei vasi a forma di tazza, con manici a forma di rocchetto, cioè di cilindro che si allarga alle due estremità.

 

Non voglio annoiarvi ulteriormente con i vari tipi di vaso del Neolitico. Se quanto vi ho detto è sufficiente, saltate pure al capitolo successivo “Conclusione”. Chi invece volesse avere una panoramica un pochino più estesa, può osservare gli schemini che seguono, nei quali ho inserito le caratteristiche più evidenti delle principali culture del Neolitico.

 

NEOLITICO

CULTURA

Inferiore

·        Stentinello e 1° Eoliano

Medio

·        Fiorano Modenese

·        Ligure Danubiano

·        Chiozza

·        2° Eoliano

·        Serra d’Alto e 3° Eoliano

Superiore

·        Lagozza

·        Ripoli d’Abruzzo

·        Campignano

·        Diana e 4° Eoliano

 


NEOLITICO INFERIORE

Cultura di Stentinello e 1° Eoliano

 

·        Industria litica in selce e ossidiana (l’ossidiana è un minerale vetroso di origine vulcanica)

·        Ceramica grossolana, impressa a crudo con unghie, punzoni o conchiglie

·        Statuine in terracotta a forma umana o di animale

·        Villaggi fortificati (dimostrazione dell’inizio delle guerre)

 

NEOLITICO MEDIO

Cultura di Fiorano Modenese

 

·        Impressione a crudo di segni geometrici, poi cottura dei vasi, infine pittura in rosso su sfondo giallo pallido

Cultura ligure danubiana

 

·        Vasi emisferici a bocca quadrata

·        Motivi ornamentali che imitano l’incrociarsi dei vimini

·        Colori spalmati su fondo nero dopo la cottura

·        Statuine in terracotta della dea madre seduta

·        Prima presenza sporadica di palafitte

Cultura di Chiozza

 

·        Scodelloni a bocca quadrata, incisi a crudo e dipinti dopo la cottura (come Fiorano Modenese)

·        In epoca leggermente più recente, decorazioni a forma di spirale

2° Eoliano

 

·        Prima fase: ceramica dipinta con bande e fiamme rosse bordate di nero (stile di Capri)

·        Seconda fase: ceramica di impasto nero o bruno, incisa ma non decorata

·        Terza fase: ceramica con decorazione a forma di spirale e statuine in terracotta

Cultura di Serra d’Alto e 3° Eoliano

 

·        Ceramica dipinta con complicate derivazioni del meandro e della spirale

·        Forme molto sofisticate

·        Manici a cartoccio (una lunghissima striscia di impasto di ceramica veniva arrotolata numerose volte prima di essere attaccata al vaso come manico)

 


NEOLITICO SUPERIORE

Cultura della Lagozza

 

·        Abitazioni su palafitte

·        Specializzazione nell’agricoltura e nella pesca

·        Grossi vasi tronco-conici, scodelloni e piatti a larga tesa

·        Coperchi decorati con incisioni

·        Pesi di pietra per telai

Cultura di Ripoli d’Abruzzo

 

·        Capanne infossate nel terreno, coperte di frasche cementate con fango

·        Agricoltura e artigianato

·        Vasi globosi, vasi tronco-conici, vasi a tulipano, tazze emisferiche

·        Decorazione a bande o linee spezzate dipinte, con file di puntini

Cultura campignana

 

·        Lavorazione della pietra:

a)    Picconi (grossolani strumenti litici a punta)

b)   Traccianti (strumenti litici con estremità rettilinea tagliente)

·        Vasi e ciotole in legno

Cultura di Diana e 4° Eoliano

 

·        Prima fase: forme di vasi vicine a quelle di Serra d’Alto; orli svasati; manici a forma di cilindro o a rocchetto

·        Seconda fase: bordi più ridotti, manici più lunghi e sottili, superficie rossa corallina

·        Terza fase: gli orli scompaiono, i manici si riducono a un simbolo, la vernice diventa brunoviolacea

 

 


CONCLUSIONE

 

 

E dopo? Non penserete che l’evoluzione sia finita? L’evoluzione è un processo continuo, un continuo scoprire cose nuove, ricercare nuove tecnologie, capire meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

 

Dopo la pietra lavorata, dopo il fuoco, dopo l’agricoltura e l’allevamento, dopo la ceramica, la nuova scoperta fatta dall’uomo è quella della lavorazione dei metalli. L’Età dei metalli inizia con una sporadica lavorazione del rame, col quale gli uomini sostituirono parte  dei loro manufatti in pietra. Ma ben presto si resero conto che il rame era un materiale troppo tenero e che dovevano ricercare un materiale più resistente per la costruzione delle armi da guerra.

 

Perché, purtroppo, la guerra era divenuta ormai frequente presso molti popoli. Il progresso tecnologico, infatti, porta normalmente ad un maggior benessere, ad una maggiore ricchezza. La ricchezza stimola l’invidia dei popoli vicini e l’invidia porta spesso alla rapina, e quindi alla guerra di conquista.

 

Per fare la guerra occorrono le armi, e normalmente la guerra è vinta da chi ha le armi più potenti. Nell’Età dei metalli vediamo un susseguirsi di vittorie tecnologiche: il rame e il bronzo che vincono contro la pietra, il ferro che vince contro il bronzo, i carri trainati da cavalli che vincono contro gli uomini a piedi.

 

Ma andiamo per gradi. Ben presto gli uomini si sono accorti che, fondendo il rame con lo stagno, potevano ottenere un materiale  molto più resistente che non il rame o lo stagno usati da soli. Questo nuovo materiale si chiama bronzo.

 

Il problema era quello di rintracciare il rame e lo stagno, che si trovavano molto distanti uno dall’altro, almeno nell’area mediterranea. Infatti, mentre il rame era soprattutto nel Mediterraneo orientale, come nell’isola di Cipro, lo stagno era abbondante nel Mediterraneo occidentale, soprattutto in Spagna e in Etruria, da dove le carovane lo trasportavano fino alle coste della Sicilia.

 

Un popolo di navigatori e di commercianti che fosse stato in grado di acquistare sia il rame di Cipro che lo stagno del Mediterraneo occidentale avrebbe avuto il monopolio del bronzo, e di conseguenza ricchezza e prosperità. E’ quello che avvenne con i Cretesi.

 

I Cretesi dell’età minoica erano, in pratica, i padroni del Mediterraneo. La loro isola, Creta, si trova proprio nel mezzo del Mediterraneo, a metà strada tra la Grecia e l’Egitto. I Cretesi, che probabilmente discendevano dagli antichi Fenici, erano dei grandi navigatori e degli abili commercianti. Nessuno poteva competere con loro sul mare. La più grande potenza dell’epoca, l’Egitto, non aveva una flotta di navi. Pertanto i Cretesi commerciavano sia con gli Achei, in Grecia, che con gli Egiziani.

 

Ma la ricchezza dei Cretesi ben presto fece nascere le invidie dei vicini. Gli Achei volevano per se il monopolio dei commerci; invasero l’isola di Creta e distrussero tutte le città, massacrando tutti gli abitanti. Allora (siamo attorno al 1400 a.C.) gli Achei divennero i nuovi padroni del Mediterraneo.

 

Ma la loro era una civiltà del bronzo, quindi destinata ad essere superata dalla civiltà del ferro. E questa arrivò dall’Oriente, attorno al 1200 a.C., con l’invasione dei Dori.

 

I Dori, feroci e ben armati di ferro, distrussero le città achee e diventarono i nuovi padroni del Mediterraneo. E così via. La storia è un continuo succedersi di guerre e di invasioni, dove il più forte prende il posto del più debole, per essere poi a sua volta sostituito da qualcun altro, ancora più forte di lui.

 

Ma l’Età dei metalli, che abbiamo visto essere anche l’età dei grandi commerci, porta un’altra importantissima novità: l’invenzione della scrittura. Probabilmente la scrittura è nata con la necessità di prendere nota delle quantità di merci giacenti nei magazzini, delle ordinazioni ricevute e delle produzioni giornaliere.

 

Si scriveva in genere per incisione, tracciando i segni della scrittura su tavolette di argilla impastata con acqua, che poi venivano fatte essiccare al sole. Con l’invenzione della scrittura, però, inizia un’era nuova: convenzionalmente la scrittura viene riconosciuta come l’elemento differenziatore tra la preistoria e la storia vera e propria.

 

Ormai la preistoria è finita, almeno nell’area mediterranea, e con la fine della preistoria è finito anche il nostro racconto. Quello che avviene dopo è la storia dei vari popoli, che avete studiato e che studierete sempre di più a scuola: la storia degli Egiziani, la storia dei Fenici, la storia dei Greci, la storia dei Romani, etc.

 

A me non resta che augurarmi che il mio racconto non sia stato troppo noioso e che vi sia servito a conoscere, se pure in grandi linee, le tappe dell’evoluzione dell’uomo, dalle sue origini all’inizio della storia. Una evoluzione nella quale c’è qualcosa di tutti noi, perché è stata l’inizio di tutta la nostra cultura, in arte come in tecnologia, in religione come in politica, e senza la quale ci troveremmo ancora tutti agli stadi iniziali dell’Età della pietra.