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LA
PREISTORIA RACCONTA VOL.3
Introduzione
Eh, sì, ragazzi, avete ragione. Davvero ci sto
prendendo gusto a scrivervi. E così, dopo i primi due libri intitolati
“La Preistoria raccontata ai ragazzi – Volume Primo” e “La
Preistoria raccontata ai ragazzi – Volume Secondo”, eccomi di nuovo a
voi con questo “La Preistoria raccontata ai ragazzi – Volume Terzo”,
col quale andremo a scoprire i primi popoli d’Italia.
Vi ricordate, vero, qual’è la differenza tra
Storia e Preistoria? Ripetiamo insieme: la Storia è un insieme di fatti,
scritti da qualcuno che è vissuto al tempo in cui quei fatti sono
avvenuti. Quindi, per conoscere la Storia, è sufficiente leggere i
documenti scritti dagli uomini vissuti nella Storia.
La Preistoria è invece un insieme di fatti avvenuti
in epoca precedente l’invenzione della scrittura e che, pertanto, non
possono essere stati scritti da nessuno, vissuto contemporaneamente ai
fatti stessi. Per cui, tutto ciò che sappiamo sulla Preistoria
l’abbiamo scoperto attraverso gli scavi nel terreno.
Abbiamo così scoperto che i primi uomini del
Paleolitico lavoravano la pietra, costruendosi grossi coltelli per la
caccia agli animali. E che animali cacciavano! Ve li ricordate? Gli orsi,
i mammut, le renne, i rinoceronti lanosi, tutti animali molto grossi e che
vivevano al freddo provocato dalle glaciazioni.
Eh, già, perché allora ci sono state anche le
glaciazioni. Ve le eravate dimenticate? Quei lunghi periodi in cui tutta
l’Europa settentrionale si era ricoperta di ghiaccio e anche in Italia
faceva tanto freddo! Brr! Mi vengono i brividi solo a pensarci. Poi, per
fortuna, le glaciazioni sono finite e i grossi animali sono scappati al
Nord, perché a loro piaceva il freddo. Come non capivano niente!
E allora gli uomini non potevano più cacciare. Così
furono costretti ad inventare un nuovo sistema per procurarsi da mangiare.
Iniziò dunque il Neolitico, il periodo in cui gli uomini scoprirono
l’agricoltura e l’allevamento, in modo da poter trovare sempre da
mangiare anche senza andare a caccia di animali.
Di conseguenza, gli uomini smisero di spostarsi da un
posto all’altro all’inseguimento degli animali e si fermarono in
villaggi stabili, dove impararono a lavorare la terracotta per fare i vasi
e la lana per fare i vestiti. I villaggi divennero sempre più grandi, vi
ricordate? Fino a trasformarsi in vere e proprie città. Intanto avvenne
la scoperta dei metalli. Dapprima il rame, facile da lavorare come la
terracotta, poi il bronzo, con cui iniziarono i grandi commerci, sia per
terra sia per mare, infine il ferro, con cui iniziò il periodo delle
grandi guerre.
Ma col bronzo sono iniziati anche i primi tipi di
scrittura, per cui qualche popolo è passato dalla Preistoria alla Storia.
Ora voi mi direte: ma allora, se è incominciata la Storia, non occorre più
fare gli scavi nel terreno, ma è sufficiente leggerei libri degli
storici. Invece no, gli scavi sono sempre necessari, perché gli storici
dicono anche le bugie. Non che siano dei bugiardi, ma gli scrittori
storici non possono essere sempre presenti di persona dappertutto per
vedere quello che succede. Allora devono chiedere, informarsi, e tante
volte credono vere tante cose che vengono loro raccontate.
Immaginatevi di voler scrivere la storia di una
persona importante, che chiameremo l’Ing. Magno Profitti, e di andare in
giro a chiedere informazioni sulla sua vita e sulle cose che ha fatto. Se
interrogate un amico dell’Ing. Profitti, vi racconterà tante cose
belle, magari più belle della verità; se invece interrogate una persona
a cui l’Ing. Profitti è antipatico, vi racconterà tante cose meno
belle, che magari non sono proprio così come lui le racconta.
Inoltre, tornando al passato, non sempre gli storici
potevano scrivere quello che volevano. Pensate a uno storico dei tempi di
Nerone che avesse voluto parlarne male. L’avrebbero ammazzato subito.
Ecco perché, oltre a leggere gli scritti degli storici, è necessario
fare ancora gli scavi, per verificare, dove possibile, quanto c’è di
vero in ciò che gli storici hanno scritto.
Con il libro che state leggendo, terminiamo la
Preistoria e incominciamo a ficcare il maso nelle avventure di alcuni
popoli, vissuti in Italia in tempi non più lontanissimi. Sono popoli
vissuti a cavallo tra la Preistoria e la Storia. Alcuni conoscevano già
la scrittura, altri non la conoscevano ancora, ma vivevano
contemporaneamente e a contatto con i popoli della scrittura.
Popoli venuti chissà da dove, che si sono fermati
nella nostra bella Italia e che qui hanno costruito i loro villaggi, qui
hanno fondato i loro commerci e qui hanno combattuto le loro battaglie. E
sono popoli molto importanti. Pensate, ad esempio, ai Micenei, ai Camuni,
ai popoli dei Nuraghi, ai Villanoviani. E poi, tanti e tanti altri, che
sarebbe impossibile parlare di tutti, anche se tutti hanno contribuito al
passaggio dalla Preistoria alla prima Storia dell’Italia.
Ma non corriamo. Li vedremo insieme nelle pagine che
seguono. Siete pronti? L’Italia delle origini ci attende. Girate pagina
e visitiamo insieme questa Italia.
Capitolo Primo
CHE
COS’E’ L’ITALIA?
Vi sembra una domanda strana? Può essere, però è
necessaria. Se vogliamo parlare dell’Italia prima di Roma, dobbiamo
innanzi tutto sapere che cos’è l’Italia, non vi pare?
A proposito, lo sapete che cosa vuol dire la parola
“Italia”? Sembra che un tempo la parola “Italia” indicasse
soltanto la Calabria, popolata da gente che adorava il dio Toro. Come si
chiamano i figli del toro? Beh, questa è facile, i figli del toro sono i
vitelli. Bene, quel popolo, che adorava il dio Toro, venne chiamato il
popolo dei “Vitelli”, o meglio, come si diceva allora, “Vituli”.
La terra abitata dai Vituli non poteva essere chiamata che “Vitalia”,
da cui deriva il nome “Italia” che tutti conosciamo bene.
Conclusione. Siamo tutti dei vitelli, o meglio dei
“Vitelli”, cioè discendenti dagli adoratori del dio Toro. Ma
ritorniamo adesso al problema iniziale: che cos’è l’Italia? Cerco la
pagina giusta in una Enciclopedia e leggo, sotto la voce “Italia”:
L’Italia è uno Stato dell’Europa meridionale che si identifica con
una penisola, nel Mar Mediterraneo, a mezza strada tra la penisola Iberica
e la penisola Balcanica.
Quindi oggi l’Italia è uno Stato, diviso
politicamente in Regioni, Province e Comuni, ed ha la forma di una
penisola lunga e stretta, rassomigliante vagamente ad uno stivale.
Lo sapevate già? Vi credo sulla parola. Ma siete
davvero così convinti di conoscere bene la forma dell’Italia di oggi?
Ad esempio, lo sapete che Roma si trova più a est di Venezia? Se non mi
credete, provate a prendere una cartina dell’Italia e vedrete che Roma
è segnata più a destra. E ancora, secondo voi è più a nord (più in
alto sulla cartina) Roma o il Gargano? A prima vista si direbbe che Roma
è molto più a nord, poiché si trova nel Lazio, che fa parte
dell’Italia centrale, mentre il Gargano si trova nelle Puglie, che fanno
parte dell’Italia meridionale. Invece, se guardate bene la cartina,
noterete che si trovano alla stessa altezza.
Ancora un esempio, e poi smetto: lo sapete che la
Corsica e la Sardegna si trovano esattamente sotto Milano? E che Palermo
è esattamente sotto Ancona? Vedete quanto è strana questa nostra Italia?
E’ sì uno stivale, ma è uno stivale talmente storto che la parte più
in basso, l’Italia meridionale, è così spostata verso destra che
potrebbe benissimo essere chiamata “Italia orientale”.
Eppure l’Italia non è sempre stata così. Voi
conoscete oggi il Mare Mediterraneo, che si allunga a baciare le coste
dell’Italia prendendo i nomi a voi tanto cari di Mar Ligure, Mar
Tirreno, Mar Ionio e Mar Adriatico. Circa seicento milioni di anni fa,
invece, l’Italia era completamente sotto il mare. Il Mare Mediterraneo
allora era grandissimo, copriva tutta l’Italia ed arrivava, pensate un
po’, fino all’Asia orientale.
Oggi noi chiamiamo questo enorme mare del passato con
un nome bellissimo: Tetide. Pensate che bello! Se voi foste vissuti
allora, non avreste dovuto fare tanta strada per arrivare al mare. Era
tutto mare! Già, ma se era tutto mare, dove sarebbe stata la vostra casa?
No, forse è meglio che Tetide non ci sia più e che ci sia la nostra
bella Italia con i suoi mari, più piccoli, ma tanto belli lo stesso.
Come mai non c’è più Tetide? Evidentemente perché
molte terre. Che erano sommerse, hanno incominciato ad emergere, e tra
esse l’Italia. Hanno incominciato a spuntare le vette delle Alpi, che
probabilmente apparivano come tanti isolotti sparsi in mezzo al mare. Poi
tutta l’Italia venne in superficie, ma non era quella che conosciamo
noi.
Immaginatevi di essere a mare e di osservare un
lenzuolo di plastica che galleggia sul mare in tempesta. Il mare è molto
mosso e il lenzuolo viene sommerso dall’acqua, poi torna in superficie,
poi viene di nuovo sommerso, e così via. Ma ogni volta che ritorna in
superficie, emerge con una forma diversa dalla precedente, ora più
arricciato, ora più disteso.
Così è avvenuto per l’Italia. Più volte è
venuta in superficie e più volte alcune parti o tutta è risprofondata
nel mare, così che la sua forma cambiava in continuazione.
Oggi voi conoscete la Sicilia, la Sardegna e la
Corsica come tre isole distinte. Ebbene, ci sono stati periodi in cui la
Sicilia era attaccata alla Calabria, mentre la Sardegna e la Corsica
formavano un’isola sola. Circa seicentomila anni fa era addirittura
possibile andare a piedi dalla Toscana alla Corsica e alla Sardegna. Chi
di voi ha l’abitudine di andare in vacanza in Sardegna, prendendo il
traghetto che parte da Genova, oppure da Livorno o da Civitavecchia,
avrebbe potuto tranquillamente raggiungere l’isola a piedi, risparmiando
i soldi del traghetto.
Comunque, non preoccupatevi. Ormai l’Italia ha
raggiunto la forma che voi conoscete benissimo, o quasi benissimo, e ci
sono sia le strade che i traghetti, per cui potete sempre tornare in tempo
per la scuola.
Non con questo che la formazione dell’Italia sia
definitiva. Tutt’altro. Lo dimostrano i terremoti, ancora abbastanza
frequenti, e le eruzioni dei vulcani, sebbene più rare. Ci vuole tempo.
Portate pazienza. E’ una terra giovane, dato che si è formata solo
duecento milioni di anni fa!
Non parliamo poi della popolazione. Il più antico
uomo conosciuto in Italia, che si chiama Homo Aeserniensis, ha solo un
milione di anni! Ve lo ricordate? Ne abbiamo parlato nel secondo libro.
Quel simpatico signore che andava sempre in vacanza a Isernia e lì
costruiva dei villaggi di capanne con le zanne di elefante e le frasche.
Non ditemi che vi siete già dimenticato tutto! Solo più di recente sono
comparsi in Italia gli Uomini di Neanderthal, quelli con la testa
allungata, che seppellivano i loro morti e ne mangiavano il cervello.
Capitolo Secondo
TAGLIAMO
LA TORTA
Non lasciatevi ingannare dal titolo. Se avete capito
che è ora di andare a tavola e che ci sarà un bel dolce da mangiare,
beh, può essere, ma non è quello di cui parleremo adesso. Adesso
parleremo dell’Italia, dalla Preistoria all’Età del Bronzo, e la
faremo “a fette”, proprio come una torta. L’Italia è una torta
fatta di tanti strati, uno diverso dall’altro, per cui sarà
interessante andare a vedere come sono fatti i vari strati, e vedrete che
non sarà una cosa tanto semplice.
Cominciamo, prima di tutto, a capire bene come è
fatta la torta. Dite alla vostra mamma di prepararvi una torta, bella
alta, morbida, magari anche buona da mangiare, perché gli esperimenti
vengono meglio quando si festeggia la loro riuscita a tavola.
Quando la torta è pronta, le fate due buchi
dall’alto. Nel primo buco infilate un biscotto, in modo che arrivi fino
al fondo della torta, ma che non raggiunga la superficie. Nel secondo buco
infilate un altro biscotto, magari ricoperto di cioccolato per
distinguerlo dal primo, che non arrivi in fondo ma raggiunga la
superficie.
E’ complicato? No, non credo. In ogni caso, se
proprio non ci riuscite, fatelo fare alla mamma. Le dite che è un
esperimento di Storia e la mamma vi aiuterà senz’altro. Adesso state
attenti a cosa succede. Tagliate la torta, orizzontalmente, a tre diverse
altezze. Se avete preso le misure giuste noterete che, al taglio più
basso si vedrà solo il biscotto senza cioccolato, al taglio di mezzo ci
saranno sia il biscotto senza cioccolato che quello ricoperto di
cioccolato, mentre al taglio più alto ci sarà solo il biscotto ricoperto
di cioccolato.
Ma questo, dite voi, non c’entra con la Storia
d’Italia. Come no? Credete forse che, invece di scrivere un libro di
Storia, mi sia sbagliato e abbia scritto un libro di ricette? Niente
affatto. Questa è Storia.
Provate a dire che la torta è l’Italia, che il
biscotto senza cioccolato è il popolo degli Etruschi e che il biscotto
ricoperto di cioccolato è il popolo dei Romani. Che cosa abbiamo
scoperto, con questa torta? Che se facciamo uno scavo in un terreno comune
sia agli Etruschi che ai Romani, troveremo prima (taglio più alto della
torta) sol resti romani, poi (taglio di mezzo) resti sia romani che
etruschi, in fondo (tagli più basso) solo resti etruschi.
Impariamo così che c’è stato un tempo in cui, in
Italia, c’erano gli Etruschi, ma non c’erano ancora i Romani, poi c’è
stato un lungo periodo in cui gli Etruschi e i Romani erano vissuti
contemporaneamente, spesso in guerra tra di loro, infine gli Etruschi sono
scomparsi, sopraffatti dai Romani, per cui troviamo solo resti romani.
La Storia è sempre andata avanti così. L’Italia
è come una torta nella quale siano stati infilati numerosissimi biscotti,
uno diverso dall’altro. Se tagliamo l’Italia, orizzontalmente, facendo
un taglio per ogni anno di Storia, potremo vedere quali popoli abitavano
l’Italia, contemporaneamente, in quell’anno, dove abitavano, chi
avevano per vicini e cosa importantissima, che possibilità avevano di
imparare cose nuove dai popoli confinanti.
La Storia, studiata in questo modo, si chiama Storia
comparata, che non è una parolaccia, ma vuol semplicemente dire: Storia
di tanti popoli, visti contemporaneamente, in un solo momento della loro
vita.
Oltre alla Storia comparata, possiamo studiare la
Storia di un popolo, in tutti i momenti della sua vita. E’ come se
rimettessimo insieme la nostra torta e la tagliassimo di nuovo, ma questa
volta in verticale, in modo da avere due mezze torte, una metà contenente
tutto il biscotto senza cioccolato, ma solo quello, e l’altra metà
contenente tutto il biscotto ricoperto di cioccolato, ma non quello senza
cioccolato.
La metà contenente il biscotto senza cioccolato sarà
la Storia degli Etruschi, dall’inizio alla fine, mentre la metà
contenente il biscotto ricoperto di cioccolato sarà la Storia dei Romani,
anche questa dall’inizio alla fine.
A questo punto vi do un consiglio, da amico. Prima di
continuare, mangiatevi la torta, altrimenti rischiate che qualcuno, che
non ha capito che state studiando, se la mangi lui. Dopo averla mangiata,
ditemi, in confidenza, erano più buoni gli Etruschi o i Romani?
Adesso lasciamo da parte gli Etruschi e i Romani e
ritorniamo alla nostra Italia prima di Roma. Nella tabellina qui di
seguito trovate un esempio di Storia comparata. Sono elencati molti dei
popoli che andremo a visitare con questo libro e i periodi in cui sono
vissuti. E’ come se avessimo infilato nella torta-Italia dieci biscotti
diversi e avessimo fatto sei tagli orizzontali.
Scopriamo così che, ad esempio, nel taglio chiamato
“Bronzo antico”, si trovano il biscotto “Camuni” e il biscotto
“Micenei”, nel taglio chiamato “Bronzo finale” si trovano il
biscotto “Camuni”, il biscotto “Appenninici”, il biscotto
“Protovillanoviani” e il biscotto “Nuragici”, e così via.
Non ditemi che, da adesso in poi, non mangerete più
biscotti, per paura di trovarvi dentro un guerriero miceneo! State
tranquilli. I biscotti che vi dà la vostra mamma sono stati controllati
uno per uno.
Adesso divertitevi ad osservare la tabellina.
Scoprirete che i Camuni sono gli unici che hanno resistito per tutta
l’Età dei Metalli, mentre i popoli dell’Età de Rame sono durati ben
poco. Scoprirete che i Micenei e gli Appenninici sono vissuti
contemporaneamente durante il Bronzo Medio, commerciando tra di loro.
Attenzione però a non scoprire troppe cose, perché,
se scoprite tutto adesso, a cosa servono i capitoli che seguono?
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I popoli
dell’Età
del
Rame e del
Bronzo
in Italia
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Bronzo finale
dal 1000 al 900
a.C.
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Bronzo recente
dal 1150 al
1000a.C.
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Bronzo medio
dal 1500 al
1150 a.C.
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Bronzo antico
dal 1700 al
1500 a.C.
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Rame
dal 2000 al
1700 a.C.
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Età della
pietra
da circa 1
milione di
anni fa al 2000
a.C.
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POPOLI DELL’ETA’
DELLA PIETRA
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Capitolo Terzo
L’ETA’ DELLA PIETRA
Chi di voi ha già letto i miei primi due libri,
conosce già tante cose sull’Età della Pietra. Però un po’ di
ripasso non fa mai male. Per chi, invece, non li avesse ancora letti, le
parole che seguono in questo capitolo serviranno ad avere qualche
informazione su quel lunghissimo periodo della vita degli uomini
primitivi, che chiamiamo “Età della Pietra”.
Per avere una Età della Pietra occorrono
innanzitutto due cose: l’età e la pietra. L’età, o il periodo di
tempo, è veramente lunghissima, perché è incominciata circa due milioni
e mezzo di anni fa ed è finita circa nell’anno 3.000 prima della
nascita di Gesù Cristo.
Chiariamoci un momento le idee su queste date,
altrimenti rischieremo di fare una gran confusione.
Gli storici ci hanno insegnato a contare gli anni a
partire da una data fissa, quella della nascita di Gesù, che chiamiamo
anno zero. Tutti gli anni che vengono dopo la nascita di Gesù, si chiama
anni “dopo Cristo”, che si scrive semplicemente anni “d.C.”. Per
fare un esempio, io sto scrivendo questo libro nell’anno 1984 d.C.
Allo stesso modo, gli anni precedenti la nascita di
Gesù, quindi prima dell’anno zero, si chiamano anni “avanti
Cristo”, che si scrive semplicemente anni “a.C.”. Per fare un
esempio, la città di Roma è stata fondata nell’anno 753 a.C., cioè
753 anni prima dell’anno zero.
La cosa divertente, ma che fa sbagliare chi non sta
attento, è che gli anni dopo Cristo vanno avanti aumentando, mentre
quelli avanti Cristo vanno avanti diminuendo. E’ complicato? Cerchiamo
di spiegarci con un esempio. Che anno viene dopo il 1984 d.C.? E’
facile, il 1985. E’ venuto prima l’anno 2 a.C. o l’anno 1 a.C.? La
risposta è l’anno 2 a.C. Infatti, se mettiamo in ordine i tre anni
subito prima della nascita di Gesù e i tre anni subito dopo, il risultato
sarà:
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3
a.C.
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2
a.C.
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1
a.C.
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anno
zero
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1
d.C.
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2
d.C.
|
3
d.C.
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Problemino: Roma è stata fondata nel 753 a.C.,
mentre Ninive, la potente capitale degli Assiri, è stata distrutta nel
612 a.C. Che cosa è avvenuto prima: la fondazione di Roma o la
distruzione di Ninive? Avete pensato? Bravissimi! Lo sapevo che avreste
dato la risposta giusta. La fondazione di Roma è avvenuta prima della
distruzione di Ninive.
Torniamo alla nostra Età della Pietra. Che cosa
facevano gli uomini dell’Età della Pietra? Che domande! Lavoravano la
pietra. Però non pensate che lavoravano la pietra per divertirsi, come
fate voi quando costruite i castelli di sabbia sulla spiaggia. Niente
affatto. Lavoravano la pietra per costruire grossi coltelli da caccia.
Infatti, per quasi tutta l’Età della Pietra, gli uomini si procuravano
il cibo soltanto con la caccia e, se non trovavano animali da cacciare,
saltavano il pasto.
Per fortuna, di animali ce n’erano tanti ed era
facile trovare in tavola un bel pezzo di orso o una coscia di mammut. Cosa
dite? Che avreste preferito saltare il pasto? Eh, sì, vi capisco, ma gli
uomini dell’Età della Pietra non conoscevano la pastasciutta o le
patatine fritte. Dovevano accontentarsi.
Oltre tutto, la caccia era pericolosa ed è assai
probabile che, a volte, fossero gli orsi a farsi un bel pranzetto a base
di uomini primitivi. Perché la caccia finisse bene, era necessario che
gli uomini avessero delle armi da caccia sempre migliori. Così, il lavoro
più impegnativo degli uomini preistorici era, oltre la caccia, la
lavorazione della pietra, per costruire armi sempre più ben fatte.
Rivediamo brevemente questi miglioramenti. Le prime
armi costruite dall’uomo sono state i choppers. I choppers sono rossi
sassi picchiati uno contro l’altro fino a che, da uno dei due, si siano
staccate alcune schegge. I punti del sasso da cui sono venute via le
schegge rimangono taglienti, per cui il chopper è più utile, per la
caccia, di un sasso normale.
I difetti del chopper sono due: primo, è molto
pesante, e quindi il cacciatore poteva portarne pochi con sé; secondo, ha
pochi lati taglienti, per cui si consuma facilmente.
Col passare del tempo, l’uomo ha inventato delle
nuove armi di pietra, molto migliori dei choppers, che sono le amigdale.
Per fare un’amigdala si prende un sasso, lo si appoggia su una grossa
pietra e lo si picchia con un altro sasso, più duro, come se si usasse un
martello. Ecco, lo sapevo. Qualcuno si è schiacciato un dito. Non dovete
fare tutto quello che vi dico. Voi non siete uomini preistorici. Queste
cose lasciatele fare a loro, così almeno le dita se le schiacciano loro.
Non vi pare?
L’amigdala è molto più sottile del chopper, e
quindi più leggera. Ha la forma di una grossa mandorla e tutti i lati
esterni sono taglienti.
Ma i miglioramenti non sono finiti. E’ venuto il
giorno in cui l’uomo preistorico ha scoperto di avere sbagliato tutto.
Aveva sempre staccato delle schegge dai sassi, per renderli più sottili e
taglienti, quando invece le parti del sasso più sottili e più taglienti
erano proprio quelle schegge che lui aveva sempre buttato via.
Cominciò così il periodo della lavorazione della
scheggia. Dapprima l’uomo si costruì, con le schegge, dei raschiatoi,
per pulire le pelli degli animali cacciati, poi degli strumenti sempre più
sottili, dei veri e propri coltellini e punteruoli, con i quali riusciva
anche a tagliare le pelli in forma di vestito e a cucirle con fibre
vegetali.
E’ il periodo più bello dell’antica Età della
Pietra. La caccia era abbondante e l’uomo dipingeva e incideva nelle
grotte gli animali che voleva cacciare. Enormi dipinti, bellissimi, che
raffiguravano bisonti, cavalli, cervi, mammut, e tante, tante statuine che
rappresentavano la Dea Madre, l’unica divinità allora conosciuta, che
garantiva il benessere degli uomini.
Tutto andava bene fino a quando, circa dodicimila
anni fa, anche l’ultima glaciazione è finita. I grossi ghiacciai
perenni sono scomparsi e tutti quei grossi animali di clima freddo che
l’uomo cacciava, o sono morti o sono scappati.
E l’uomo? E l’uomo, poverino, è rimasto solo,
col problema della fame. Mangiava quello che trovava: marmotte, topi,
uccellini, molluschi. Ma che differenza rispetto a prima! No, così non
poteva andare avanti. Bisognava cambiare vita. Era necessario trovare un
sistema nuovo per procurarsi da mangiare.
Un altro modo per procurarsi da mangiare c’era, e
presto l’uomo lo scoprì. E’ un sistema tanto valido che lo usate
anche voi oggi. Non ditemi che il vostro papà va a caccia tutti giorni
per procurarvi da mangiare! Anche se qualcuno di voi è figlio di un
cacciatore, non credo che in casa vostra si mangino soltanto animali
cacciati. No. Le cose che mangiamo più facilmente, sono la pastasciutta,
il riso, la minestra di verdure, la bistecca, il pollo, il formaggio,
etc., tutte cose che si ottengono attraverso la coltivazione dei campi e
l'allevamento degli animali domestici.
E così, l’uomo dell’Età della Pietra scoprì
l’agricoltura e l’allevamento e si trasformò pian piano da cacciatore
a contadino.
Anche il contadino lavorava la pietra, ma in modo
diverso dal cacciatore. Il cacciatore scheggiava la pietra per costruire
pugnali da caccia; invece il contadino levigava, lisciava la pietra per
ottenere zappe e falcetti per i suoi campi.
Per questa differenza di lavorazione della pietra,
tutta l’Età della Pietra è stata divisa in tre grossi capitoli:
PALEOLITICO
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=
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Età della Pietra Antica, quella dei cacciatori,
che usavano la pietra scheggiata.
|
|
MESOLITICO
|
=
|
Età della Pietra di Mezzo, quella subito dopo la
scomparsa dei ghiacci, quando gli uomini usavano schegge
piccolissime per cacciare i topi e gli uccellini.
|
|
NEOLITICO
|
=
|
Età della Pietra Nuova, quella dei contadini, che
usavano la pietra levigata.
|
Che cosa coltivavano gli uomini del Neolitico? E’
evidente che, se la coltivazione serviva per procurarsi cibo, non
coltivavano né le margherite né le stelle alpine. Siete d’accordo?
Coltivavano soprattutto orzo e grano, con cui facevano la farina,
schiacciando i chicchi con dei sassi lavorati apposta.
Ma la coltivazione si può fare soltanto in certi
periodi dell’anno. Un problema importante divenne quindi la
conservazione dei cereali coltivati. Di grande aiuto per la conservazione
dei cereali fu la scoperta della ceramica.
Che cos’è la ceramica? La ceramica, o terracotta,
è semplicemente un impasto di argilla con acqua. L’argilla, impastata
con l’acqua, forma una sostanza morbida, un po’ come le plastiline che
voi usate a scuola per fare i regalini di Natale ai vostri genitori, cui
si può dare la forma che si vuole. Poi la si fa cuocere e diventa dura.
E’ quindi l’ideale per costruire vasi di ogni forma e misura.
Dal Neolitico in poi, ogni popolo costruirà vasi in
ceramica, secondo il proprio gusto e le proprie necessità. Non solo, ma i
vasi in ceramica venivano anche venduti o scambiati con altri popoli.
Perciò, quando facciamo uno scavo e troviamo dei vasi, possiamo
facilmente capire quale popolo abitava in quel posto e quali altri popoli
gli vendevano i loro vasi.
Oltre alla ceramica, ci sarà ben presto un altro
elemento che ci aiuterà a capire quali popoli abbiamo scoperto con i
nostri scavi. Questo nuovo elemento è il metallo: dapprima solo il rame,
poi il bronzo ed infine il ferro. Anche in Italia la presenza di popoli
che usavano il rame è stata molto importante, per cui voltiamo pagina ed
entriamo senza indugio nell’Età del Rame.
Capitolo Quarto
L’ETA’
DEL RAME
Perché il rame? Come mai all’uomo preistorico è
venuto in mente di lavorare il rame? E’ facile capire la lavorazione
della pietra: i sassi sono lì, per terra; basta prenderli, picchiarli un
po' tra di loro e il risultato è subito evidente. Ma il rame non si trova
per terra, come la pietra. Avete mai trovato, per terra, un pezzo di rame?
Non sto parlando della spilla di rame che la signora Distrattoni ha perso
l’anno scorso; sto parlando di rame naturale, non toccato dall’uomo.
Evidentemente no, perché non esiste. Il rame si
trova in natura soltanto nascosto in alcune pietre, che bisogna far
cuocere con tecniche particolari per liberare il rame in esse contenuto.
E’ troppo complicato? No, non credo: E’ come dire che ci sono delle
specie di sassi che contengono rame; se si mettono nel fuoco, il rame
diventa liquido e scorre, come un torrentello, fino a quando,
allontanandosi dal fuoco, si raffredda.
Cosa può essere successo allora, per invogliare gli
uomini a lavorare il rame? I minerali che contengono il rame sono molto
belli, colorati, e luccicano alla luce del sole. E’ probabile che gli
uomini li raccogliessero per la loro bellezza e li portassero nella loro
capanna, magari come regalo alla loro moglie. Era bello vederli brillare
alla luce del fuoco, con i loro riflessi gialli, ma a volte anche
rossastri e perfino azzurri.
Ma immaginate un po’ cosa può essere successo
quando uno di questi sassi, per errore, fosse caduto nel fuoco della
capanna. Il rame si fondeva, formava il torrentello liquido e si
raffreddava, man mano che si allontanava dal fuoco, ridiventando solido e
conservando la forma del torrentello. E gli uomini lì, meravigliati, a
guardare. Poi ci prendevano gusto e andavano apposta a cercare i minerali
che luccicavano per metterli nel fuoco.
Ben presto capirono che potevano dare al torrentello
la forma che volevano, e quindi costruire col rame sia le zappe per
coltivare i campi che le spade per combattere. Era sufficiente prendere
una pietra, scavarla in modo da ottenere una fossetta a forma di zappa o
di spada, e farvi colare dentro il torrentello di rame fuso. Quando il
rame si raffreddava, manteneva la forma della zappa o della spada. E che
vantaggio rispetto agli strumenti di pietra! Se una zappa o una spada in
pietra si spunta, non c’è niente da fare: bisogna buttarla via e
costruirne un’altra. Invece col rame le cose vanno ben diversamente. Se
si rompe una zappa o una spada di rame, è sempre possibile rimettere i
pezzi nel fuoco e ricostruirla di nuovo. Non vi sembra un bel vantaggio?
Però c’è anche da dire che, mentre tutti gli
uomini preistorici erano capaci di lavorare la pietra, la lavorazione dei
metalli, di cui il rame è solo il primo, è molto più difficile. Per
questo motivo, in ogni villaggio o città ci furono degli uomini che
impararono a lavorare i metalli, sistemarono la loro casa in modo da avere
sempre pronto il fuoco e gli attrezzi necessari, e si dedicarono a questo
lavoro, non solo per sé, ma per tutti coloro che glielo richiedevano.
Nacquero così i primi artigiani della storia
dell’umanità, che divennero presto importantissimi, perché tutti
avevano bisogno di loro. Chiaramente gli artigiani si rendevano conto
della loro importanza e si facevano pagare bene per il loro lavoro.
D’altra parte il rame non è facile da trovare come la pietra, per cui
solo gli uomini più ricchi potevano permettersi il lusso di avere
strumenti in rame e di pagare il conto degli artigiani.
Vi dico questo perché non vorrei che pensaste che,
quando parliamo di un popolo dell’Età del Rame, tutti gli uomini
usassero rame in abbondanza. No, niente affatto. Diciamo che un popolo è
dell’Età del Rame quando
troviamo qualche oggetto in rame, ma la maggior parte degli oggetti sono
sempre in pietra, o in terracotta, se si tratta di vasi.
In Italia, l’Età del Rame è incominciata circa
nel 2.000 a.C.. Vi ricordate, vero, che cosa vuol dire “a.C.”? Ne
abbiamo parlato nel terzo capitolo: “a.C.” vuol dire prima della
nascita di Gesù Cristo. Quindi l’Età del Rame in Italia è
incominciata circa 2.000 anni prima della nascita di Gesù.
Chi c’era, in Italia, a quell’epoca?
Evidentemente c’erano gli ultimi Neolitici, che avevano imparato a
costruire vasi di ceramica sempre diversi e sempre più ben fatti. Verso
la fine del Neolitico, però, c’è un tipo di vaso che diventa di moda
un po’ in tutta l’Europa. E’ un vaso curioso, a forma di campana
capovolta o, se preferite, di calice. Questo vaso è stato chiamato in
diversi modi: vaso campaniforme, bicchiere caliciforme, Glockenbecker,
etc., ma non spaventatevi, è sempre la stessa cosa. E’ un vaso di
ceramica con la bocca larga, di solito decorato con delle fasce parallele
orizzontali.
Stavamo dicendo che l’Età del Rame in Italia è
incominciata circa nel 2.000 a.C. Non è che gli Italiani, in
quest’epoca, abbiano scoperto il rame e si siano messi a lavorarlo. I
fatti si sono svolti un po’ diversamente. Circa nel 2.000 a.C., alcuni
popoli che conoscevano l’uso del rame hanno invaso l’Italia, uccidendo
chi osava ostacolarli. Dei tre popoli più importanti, uno veniva
probabilmente dalla Spagna, mentre gli altri due sembrano originari
dell’Anatolia.
Come dite? Che cos’è l’Anatolia? Non l’avete
mai sentita nominare? Va be’, chiamatela pure Turchia, che non cambia
niente; più o meno è la stessa cosa.
Il popolo che veniva dalla Spagna si chiama Remedello.
E’ un bel nome? Eh, ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze! Il
nome, forse, è bello, ma gli uomini di Remedello erano dei guerrieri
violenti e pericolosi. Non solo, ma, quando combattevano, spaventavano
anche gli avversari con i rumori. Sì, perché i Remedelliani si mettevano
attorno al collo e ai polsi delle catenine, che tintinnavano ad ogni
movimento. Immaginatevi che rumore, quando un gruppo di guerrieri
remedelliani andava alla carica, probabilmente urlando e accompagnati dal
tintinnio di tutte quelle catenine.
Che paura! Oltre tutto, i loro avversari non erano
dei guerrieri. No Niente affatto. Loro avversari erano quei pacifici
popoli del Neolitico che tanto beatamente coltivavano i loro campi e
allevavano il loro bestiame. In particolare, i Remedelliani conquistarono
la Lombardia e la Toscana, dove abitava il popolo della Lagozza.
Eh, lo sapevo, ve lo siete già dimenticati. Non
preoccupatevi, avete ragione voi. Ne abbiamo parlato soltanto nel mio
primo libro e non posso pretendere che vi ricordiate tutto a memoria.
Il popolo della Lagozza era quello più diffuso,
nell’Italia settentrionale, durante l’ultimo periodo del Neolitico. In
moltissime località della Lombardia e della Toscana, ma anche nelle
regioni vicine, si trovavano, attorno al 2.500 a.C., le macine lagozziane,
che sono grosse pietre scavate in cui venivano messi i chicchi di grano da
schiacciare per ottenere la farina, e i pesi da telaio lagozziani. Ancora
più diffusa era la loro ceramica: grossi vasi panciuti, di solito di
colore grigio e comunque scuri, spesso col coperchio, facilmente con dei
buchi laterali attraverso i quali passava una corda, probabilmente di
fibra vegetale, che serviva per appendere i vasi.
Poveri Lagozziani! Loro non sapevano che sarebbe
arrivato il popolo di guerrieri di Remedello, che li avrebbe praticamente
distrutti. E non potevano nemmeno scappare verso sud, perché era appena
arrivato, fresco fresco dall’Anatolia, il popolo di Rinaldone, che aveva
occupato il Lazio e la Toscana. L’unica speranza era che il popolo di
Rinaldone fosse più educato del popolo di Remedello.
Macchè! Vana speranza. Anche Rinaldone era un popolo
di guerrieri, che combatteva e distruggeva tutto quello che trovava. Per i
Lagozziani fu la fine. Nell’Italia dell’Età del Rame non c’era più
posto per loro. L’Italia del Rame è riservata ai popoli del Rame,
generalmente guerrieri.
Il popolo di Rinaldone usava delle asce di rame
piatte e dei pugnali, pure di rame, che venivano fissati ad un manico con
tre chiodetti. Ma non tutti potevano permettersi il rame. Infatti, se
andate a fare uno scavo in un terreno occupato dal popolo di Rinaldone,
troverete anche molte asce da combattimento in pietra. Chiaramente
troverete anche la ceramica. Il fatto di essere dei guerrieri non impediva
loro di costruirsi vasi in ceramica, ed anche abbastanza belli.
Mentre il popolo di Remedello ha portato in Italia
l’uso del vaso campaniforme, il popolo di Rinaldone usava un vaso molto
caratteristico, chiamato vaso “a fiasco”. Adesso non ditemi che non
avete mai visto un fiasco. Ecco, immaginatevi un fiasco, con la pancia più
larga che alta, con il collo un po’ più corto e più largo, e avrete
un’idea di come erano fatti i vasi “a fiasco”.
Il vaso “a fiasco” era usato anche dal popolo di
Gaudo, che aveva occupato la Campania. Il popolo di Gaudo era arrivato
anche lui dall’Anatolia e, naturalmente, era anche lui un popolo di
guerrieri. I “fiaschi” di Gaudo avevano però un collo molto
caratteristico, che li differenziava da quelli di Rinaldone. Innanzitutto,
il collo non era sempre al centro del vaso, ma lo troviamo anche spostato,
in modo da lasciare più spazio per il manico. A proposito, lo sapevate
che il manico dei vasi non si chiama manico? Eh, sarebbe troppo facile,
altrimenti! Invece no, gli studiosi lo chiamano “ansa”. Quindi
ricordatevi: tutte le volte che sentirete parlare di anse, non
spaventatevi, sono i manici del vaso.
Seconda caratteristica dei vasi “a fiasco” di
Gaudo è la forma del collo. Se voi prendete un fiasco normale e guardate
il collo dall’alto, che forma vedete? Questa è facile! Vedete un
cerchio, non è vero? Se invece guardate allo stesso modo un fiasco di
Gaudo, troverete o un triangolo o un quadrato.
Non è che in Italia, durante l’Età del Rame, ci
fossero soltanto i popoli di Remedello, Rinaldone e Gaudo. Tutt’altro.
Questi sono soltanto i più importanti. Contemporaneamente a loro, il
popolo di Cellino abitava nelle Puglie, i popoli di Conelle e Ortucchio
abitavano le Marche e gli Abruzzi, e così via.
Però non vorrei fermarmi troppo sull’Età del
Rame. Dopo tutto, l’Età del Rame in Italia è durata soltanto trecento
anni circa, grosso modo dal 2.000 al 1.700 a.C.
Se voi siete d’accordo, passerei quindi all’Età
del Bronzo, che è stata molto più lunga e ha visto popoli molto più
importanti, in Italia e in tutto il Mediterraneo.
Capitolo Quinto
L’ETA’
DEL BRONZO
Perché il bronzo? Che cos’ha il bronzo di così
bello, perché tutti i popoli che l’hanno conosciuto hanno abbandonato
il rame e sono passati al bronzo? Beh, innanzi tutto il bronzo è più
duro del rame e quindi si rompe meno facilmente. E’ perciò evidente che
un popolo che conosceva il bronzo si trovasse molto avvantaggiato rispetto
ad un popolo che conosceva soltanto il rame.
Inoltre il bronzo è più facile da lavorare del rame
perché è necessario un fuoco più modesto per fonderlo. Infatti, per
fondere il rame occorre un fuoco molto caldo, più di 1.000 gradi, mentre
per il bronzo è sufficiente un fuoco tra i 600 e i 700 gradi.
Oltre tutto, quando fate raffreddare il torrentello
del rame fuso, si screpola molto, per cui dovrete prevedere un notevole
lavoro di rifinitura, mentre con il bronzo è tutto più semplice, perché
si screpola meno.
Quindi, smettetela di lavorare il rame e
incominciate, già da oggi, a lavorare il bronzo. Siete d’accordo? Ma
allora, mi direte voi, se il bronzo è migliore del rame e più facile da
lavorare, perché gli uomini hanno incominciato con il rame e non sono
partiti subito con il bronzo? Avete ragione. Il fatto è che, in natura,
si trovano i giacimenti di rame, mentre quelli di bronzo non esistono.
Anzi, addirittura possiamo dire che il bronzo non esiste.
Il bronzo, infatti, non è un metallo, come il rame,
il piombo, lo stagno, l’oro, l’argento, etc. No. Il bronzo è una
lega, cioè un prodotto che possiamo ottenere soltanto facendo fondere
insieme due metalli diversi, che sono il rame e lo stagno. Ecco quindi la
difficoltà di fare il bronzo: bisogna prima avere trovato sia il rame che
lo stagno.
Il rame c’è un po’ dappertutto, nell’area del
Mediterraneo, ma lo stagno è un po’ più raro. Grossi giacimenti di
stagno si trovano soltanto in Spagna e in Armenia. La Spagna, lo sapete,
si trova all’estremità occidentale (a sinistra, sulla cartina) del Mar
Mediterraneo, mentre l’Armenia, che è in alto a destra della Turchia,
si trova alla sua estremità orientale (a destra, sulla cartina).
I popoli di contadini e allevatori erano molto legati
alla terra che coltivavano e non si muovevano facilmente. Non potevano
quindi scoprire dove c’era lo stagno e, di conseguenza, non potevano
scoprire il bronzo. Chi invece si trovava avvantaggiato erano i popoli che
abitavano in riva al mare o addirittura sulle isole. Avevano imparato a
navigare, costruendo navi sempre più grandi e più sicure, e giravano per
il Mediterraneo, incontrando tutti gli altri popoli, scoprendo sempre cose
nuove. E tra le cose nuove c’era anche il bronzo.
L’Età del Bronzo è un periodo molto bello. Il
Mediterraneo era pieno di navi; i porti erano pieni di mercanti, che
vendevano le loro merci e comperavano tutto quello che interessava loro.
Anche sulla terra si vedevano le prime vere carovane di commercianti, che
trasportavano la merce dove il mare non arrivava. L’Età del Bronzo è
veramente l’età del commercio e dei grandi viaggi. Si comprava e si
vendeva di tutto, rame, stagno, bronzo, vasi di terracotta, oggetti utili
e oggetti di bellezza, ambra, etc.
Che cosa state facendo? Vedo che qualcuno di voi sta
andando a prendere il vocabolario di italiano per scoprire che cos’è
l’ambra. Bravi, ma non è necessario: Ve lo spiego io. L’ambra non è
altro che resina fossilizzata. Lo sapete che cos’è la resina? Chissà
quante volte l’avete vista sui tronchi dei pini! E’ quella sostanza
gelatinosa che, se la toccate con le dita, vi si incollano tutte e dovete
lavarvi le mani tante volte per potervene liberare.
Bene, la resina di certi pini, col passare del tempo,
diventa sempre più dura. Dopo diversi milioni di anni diventa fossile,
come il carbone, e tanto dura da poter essere scambiata per una pietra:
questa si chiama ambra. Ed è anche molto bella, con colori che variano
dal giallo al rosso. Le signore dell’Età del Bronzo, ma non solo le
signore, amavano molto l’ambra, che veniva usata per fare gioielli,
inserita nelle spille, etc.
Dove si trova l’ambra? Provate a pensarci. Se
l’ambra è resina di pino, è evidente che di troverà dove ci sono i
pini. Non vi pare? Infatti, i più grossi giacimenti di ambra erano
nell’Europa settentrionale, sulle coste del Mar Baltico. Di lì
partivano le carovane che la portavano in Italia, attraverso le Alpi.
Parte veniva venduta direttamente ai popoli italiani dell’Età del
Bronzo, ma molta veniva invece portata sulle coste del Mare Adriatico,
vicino a Ravenna, dove c’erano le navi dei mercanti che la trasportavano
fino in Grecia e sull’isola di Creta. Era talmente importante il
commercio dell’ambra, in questo periodo, che il percorso dal Mar Baltico
al Mare Adriatico viene chiamato “Via dell’Ambra”.
Quali erano i popoli dell’Età del Bronzo, nella
zona del Mar Mediterraneo? Erano moltissimi e, anche parlando solo dei più
famosi, ne verrebbe un elenco molto lungo. Pensate che c’erano: gli
Egiziani, i Fenici, i popoli della Mesopotamia, i Cretesi, i Micenei, i
Camuni, i ….. No, basta così, altrimenti non finiremo più.
E in Italia? Anche in Italia, durante l’Età del
Bronzo, ci sono stati molti popoli. Ovviamente parleremo solo dei più
importanti. Alcuni addirittura meritano un capitolo, solo per loro, per
cui non ne parliamo adesso, ma li andremo a trovare più avanti. Sono i
Terramaricoli e i Micenei, di cui parleremo nel prossimo capitolo; i
Camuni, di cui parleremo nel capitolo settimo; i Nuragici, di cui
parleremo nel capitolo ottavo.
Già nella prima parte dell’Età del Bronzo,
l’Italia era abitata da diversi popoli, più o meno importanti, alcuni
destinati a durare nel tempo, altri a scomparire o fondersi con nuovi
venuti. Tra gli altri, al nord c'era il popolo noto per la cosiddetta
“Cultura di Polada”.
Polada è una località in provincia di Brescia.
Durante gli scavi sono stati trovati resti di palafitte, piroghe in legno,
piccole zappe in osso. Molti i vasi di terracotta, piuttosto grezzi, senza
decorazioni, di colore grigiastro.
Più a sud c’erano i Tirreni, ovviamente sul Mar
Tirreno; i Piceni, sul Mare Adriatico, in provincia di Ancona; e così
via, tanti, tanti popoli per tutta l’Italia.
Lungo quasi tutto l’Appennino c’erano invece
quelle che chiamiamo popolazioni appenniniche. Gli Appenninici erano
pastori. D’estate vivevano sulle montagne, mentre d’inverno scendevano
al mare, con tutti i loro animali, soprattutto pecore, capre e bovini.
Non solo allevavano gli animali ma, come i pastori
moderni, sapevano lavorare il latte per fare il burro e il formaggio.
Infatti, se fate uno scavo in un terreno appenninico, potrete trovare
anche dei frullini di legno per fare il burro e dei bollitoi per fare i
formaggi.
I frullini per fare il burro non sono altro che dei
piccoli bastoni, che si infilavano, in piedi, nelle brocche del latte. La
parte superiore dei bastoni era libera, in modo che vi si potessero
appoggiare le mani. Avete mai provato a sfregarvi le mani? Bene, provate a
farlo, tenendo tra le due mani un bastoncino, in verticale, e vedrete che
questo bastoncino incomincerà a girare, velocissimo, aventi e indietro.
Nella parte inferiore del bastone erano poi infilati altri bastoncini,
molto più piccoli. Quando gli Appenninici facevano roteare il frullino
nel latte, questi bastoncini mettevano tutto il latte in movimento, finchè
ottenevano un burro grossolano.
Gli Appenninici facevano anche il formaggio. Per fare
il formaggio occorre far bollire lentamente il latte per molto tempo. Gli Appenninici usavano dei
bollitoi fatti apposta, con un grosso buco al centro e tanti forellini
tutto attorno. I bollitoi venivano messi sopra i vasi, nei quali si faceva
bollire il latte. Il latte, bollendo, saliva attraverso il foro centrale,
usciva dal bollitoio e ricadeva nel vaso, attraverso i forellini attorno.
Gli Appenninici erano un popolo pacifico, di pastori.
Saranno molto importanti nella prima Storia d’Italia, perché, venendo a
contatto con gli Indoeuropei, formeranno con loro un popolo unico di
contadini, e si chiameranno Italici.
Ma chi erano gli Indoeuropei? Gli Indoeuropei erano
un popolo di contadini. La loro origine era probabilmente nella
Mesopotamia. Ve la ricordate, vero, la Mesopotamia? Quella terra fertile,
tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove avevamo trovato i primi popoli
neolitici. Bene, dalla Mesopotamia gli Indoeuropei si erano sparsi un
po’ in tutto il mondo e, verso il 1.300 a.C., sono arrivati anche in
Italia.
Si riconoscono subito, gli Indoeuropei, quando si
fanno gli scavi, perchè le loro tombe sono diverse da tutte le altre. Che
cosa trovate, di solito, quando fate uno scavo in una necropoli, cioè in
un antico cimitero? Troverete ossa, ossa e poi ancora ossa. Le necropoli
indoeuropee sono completamente diverse. Niente ossa. Solo grandi vasi, con
dentro le ceneri del defunto.
Eh, sì. Gli Indoeuropei non seppellivano i loro
morti, ma li bruciavano, raccogliendo le ceneri in grossi vasi, chiamati
urne, per cui gli Indoeuropei sono anche stati chiamati “popoli dei
campi di urne”.
Quindi, ricordatevi che, se fate uno scavo in un
terreno dell’Età del Bronzo o del Ferro e trovate dei campi di urne,
cioè dei vasi che contengono le ceneri dei morti, siete sicuri che di lì
sono passati gli Indoeuropei.
Anche in Italia, gli Indoeuropei si sono sparsi un
po’ dappertutto. Sono scesi dalle Alpi e poi sempre più a sud, fino a
conoscere gli Appenninici, con i quali si uniranno, in modo da formare
insieme il popolo degli Italici. Ma prima di raggiungere gli Appenninici,
alcuni gruppi di Indoeuropei si sono fermati nell’Italia settentrionale.
Uno di questi gruppi è particolarmente interessante,
e viene chiamato col nome di Terramaricoli. Vi sembra una parolaccia? No,
non lo è. I Terramaricoli erano delle bravissime persone. Se non mi
credete, voltate pagina e andiamo insieme a trovarli.
Capitolo Sesto
I
TERRAMARICOLI E I MICENEI
Terramaricoli vuol dire popoli delle Terremare. Una
Terramara è una collinetta di terra nerastra, che contiene i rifiuti
degli uomini che vivevano durante l’Età del Bronzo, in Emilia. Perciò
gli uomini, i cui resti erano stati trovati nelle Terremare. Erano stati
chiamati Terramaricoli.
La cosa più divertente dei Terramaricoli è che
vivevano in palafitte molto particolari. Come ve la immaginate, voi, una
palafitta? Dei pali, infissi per terra, con sopra un tavolato di legno, e
sopra ancora una capanna. Non è vero? Ma avreste mai pensato di fare
stare sul tavolato un intero paese? Eppure era proprio così: un tavolato
enorme, a forma di trapezio, ricoperto di argilla e sabbia, appoggiato su
grossi pali piantati nel terreno. E sul tavolato c’era tutto un paese,
con le sue casette, le sue stradine e perfino la piazza, con in mezzo la
fossa per i sacrifici.
Non è originale? Un paese sospeso per aria, quasi
come nelle favole. State però attenti, quando camminate, a dove mettete i
piedi, perché potreste cadere sotto. Infatti è abbastanza facile trovare
delle botole, dei buchi attraverso i quali si facevano cadere sotto
–tutti i rifiuti. Cosa dite? Chissà che puzza? Beh, penso proprio di sì,
ma i Terramaricoli non ci badavano e l’Istituto di Igiene non era ancora
stato inventato.
Ma le sorprese non sono ancora finite. Tra i gruppi
di grandi Terremare, ce n’era sempre una più piccola. Anche lei si
presentava come un tavolato di legno a forma di trapezio, anche lei aveva
le sue stradine, ma non aveva case. Era il cimitero.
Che cosa mettevano, i Terramaricoli, nel cimitero? E
non venitemi a dire che mettevano le bare con i corpi dei morti, mi
raccomando! Vedo che qualcuno è rimasto perplesso e non sa che cosa
rispondere. Ma come? Abbiamo appena detto che i Terramaricoli erano
Indoeuropei e che gli Indoeuropei bruciavano i loro morti!
Ah, ecco, adesso ve lo ricordate tutti. Quindi, è
evidente, nei cimiteri dei Terramaricoli, come in tutti i cimiteri
indoeuropei, troviamo le urne, quei grossi vasi che contenevano le ceneri
dei morti. E neanche troppo belle. Tutte uguali, senza ornamenti, senza
ricordi. Evidentemente, per i Terramaricoli i morti erano tutti uguali;
non c’erano i ricchi e i poveri, i deboli e i potenti.
I Terramaricoli erano agricoltori e allevatori.
Facevano dei vasi di terracotta, di colore scuro, che si riconoscono
soprattutto perché avevano l’ansa lunata. Ecco, lo sapevo, vi siete già
dimenticati che cos’è l’ansa. L’abbiamo detto alla fine del
capitolo quarto, quando parlavamo dei vasi “a fiasco” di Gaudo.
Pazienza, ve lo ripeto. L’ansa non è altro che il manico di un vaso.
Ansa lunata vuol dire che l’ansa, cioè il manico, dei vasi fatti dai
Terramaricoli, aveva in alto una sporgenza a forma di falce di luna. E’
probabile che l’idea delle anse lunate sia venuta ai Terramaricoli
vedendo le anse cornute degli Appenninici.
Gli Appenninici ve li ricordate, vero? Una cosa che
non vi ho detto è che gli Appenninici facevano le anse dei vasi con una
sporgenza, in alto, a forma di corna di animali, cosa che avevano imparato
senz’altro dai Micenei. Se le corna le fate un po’ meno appuntite e
con il punto in cui si congiungono un po’ più arrotondato, ecco che le
avete trasformate in una falce di luna.
Moltissimi sono i lavori in bronzo dei Terramaricoli:
lance e spade a lama larga, rasoi, spille, etc. Un vero popolo dell’Età
del Bronzo, che produceva e commerciava
bronzi e ceramiche con gli altri popoli.
Mentre i Terramaricoli svolgevano le loro attività
nell’Italia settentrionale, l’Italia meridionale vedeva sempre più di
frequente mercanti stranieri, che provenivano dalla vicina Grecia: i
Micenei. I Micenei sono il primo dei popoli, tra quelli di cui abbiamo
parlato, che conosceva la scrittura.
Ma che cos’è la scrittura, questa cosa
meravigliosa che ha fatto passare gli uomini dalla Preistoria alla Storia?
Eh, sì, perché la scrittura non è soltanto quella che conoscete voi e
che sto usando io per scrivervi. Ci sono tanti tipi di scrittura, tutti
diversi tra di loro, e tanti altri potremmo inventarne, come vogliamo. La
scrittura non è altro che un insieme di segni a cui un gruppo di uomini
ha deciso di dare un significato ben preciso, che loro conoscono.
Facciamo un esempio. Provate a leggere questa frase:
8 X + %3. Avete capito tutto? Non ditemi di sì, perché direste una
bugia. Proviamo allora a metterci d’accordo e decidiamo che il segno
“8” si legge “il”, che il segno “X” si legge “sole”, che
il segno “+” si legge “è” e che il segno “%3” si legge
“bello”. Adesso, se sostituite ai segni il significato che abbiamo
deciso, la frase si leggerà “il sole è bello”. Siete d’accordo?
Quindi, non importa quali segni si usano per la scrittura, ma importa
essere tutti d’accordo sul significato di quei segni.
Le più antiche scritture sono scritture
pittografiche, cioè fatte con disegni, a cui gli uomini davano un
significato particolare. Ad esempio, per dire “giorno” si disegnava il
sole. Per dire “notte” si disegnava la luna, e così via. Lo stesso
avveniva per i verbi. Ad esempio, nella scrittura pittografica
dell’antico popolo dei Sumeri, in Mesopotamia, il verbo “generare”
si scriveva disegnando un uccello e un uovo.
Poi, col passare del tempo. Il disegno aveva sempre
meno a che fare con quello che si voleva scrivere, ma era sempre più
legato al suono che si emetteva leggendo il disegno. E’ difficile da
capire? Ve lo spiego con un esempio. Se io disegno un amo da pesca e un
re, a che cosa pensate? Beh, probabilmente la prima cosa che vi viene in
mente è un re che va a pescare. Invece no, dovete leggere le due parole e
dimenticarvi il loro significato, ma pensare solo ai suoni che emettete
leggendole. Provate allora a leggere: amo re. Leggete tutto di fila, e
otterrete la parola “amore” che non cìentra niente con l’amo e con
il re, ma è legata solo ai suoni emessi leggendo amo e re.
E’ chiaro? Quindi i disegni si sono sempre più
legati ai suoni e sempre meno agli oggetti disegnati. Poi, col passare del
tempo, gli uomini hanno scoperto che era conveniente avere un disegno per
ogni sillaba della loro lingua e, alla fine, come facciamo noi, avere un
disegno per ogni lettera dell’alfabeto. Perciò le grandi scritture del
passato possono essere: scritture sillabiche, se hanno un disegno per ogni
sillaba; scritture alfabetiche, se hanno un disegno per ogni lettera
dell’alfabeto. La differenza è evidente, perché le scritture
sillabiche hanno bisogno di molti più segni delle scritture alfabetiche.
Proviamo a fare un esempio. Con sole quattro lettere
dell’alfabeto italiano, “a”, “i”, “l”, “d”, possiamo
ottenere ben dodici sillabe:
“ai”, “al”, “ad”, “la”, “da”,
“il”, “li”, “di”, “dai”, “dal”, “lia”, “dia”.
E’ quindi evidente che, se usassimo una scrittura
sillabica, dovremmo inventare dodici segni diversi per ottenere gli stessi
risultati che otteniamo con soli quattro segni di una scrittura
alfabetica.
La scrittura usata dai Micenei era sillabica. Gli
studiosi la chiamano “Lineare B” ed hanno individuato ben 90 sillabe
diverse. Sono tante? Eh, sì, abbastanza, se si pensa che l’alfabeto
italiano ha solo 21 lettere e che quello greco ne ha 24. D’altra parte,
che cosa ci volete fare? I Micenei non avevano ancora scoperto
l’alfabeto.
Ma chi erano questi Micenei? I Micenei erano un
popolo che viveva in Grecia, tra il 1.700 e il 1.100 a.C. E non ditemi che
non li conoscete, perché io sono sicuro che il nome di qualche miceneo
l’avete già sentito. Via, confessatelo, io lo so che voi vedete la
televisione! E in televisione, ogni tanto, almeno la storia di Ulisse la
fanno vedere. Eh, già. Ulisse era un miceneo. I Micenei sono quelli che
hanno fatto la famosa guerra di Troia, evidentemente contro i Troiani.
Chi non lo ha ancora fatto, studierà presto, a
scuola, queste avventure meravigliose, e conoscerà tanti grandi micenei,
come Achille, Ulisse, Agamennone, Menelao, etc. E non preoccupatevi se i
vostri libri li chiamano Achei. Achei e Micenei sono la stessa cosa.
I Micenei, dunque, vivevano in Grecia. Ma la Grecia
non ha molte pianure da coltivare. A parte la pianura della Tessaglia, che
è una regione della Grecia, e qualche piccola pianura del Peloponneso,
tutto il resto sono pietraie e montagne. Perciò i Micenei si
specializzarono nella navigazione e nel commercio.
Erano anche degli ottimi artigiani. Pensate che,
attorno al 1.500 a.C., avevano l’abitudine di seppellire i morti più
importanti, coprendo il loro volto con una maschera d’oro, che
riproduceva probabilmente la faccia del morto. Anche la leggenda parla del
loro artigianato. Quando studierete lo scudo di Achille, vedrete che sarà
una cosa meravigliosa, un capolavoro di scultura e di cesello. Allo stesso
modo vedrete che Ulisse si era costruito da solo il letto matrimoniale.
Provateci voi, se siete capaci!
I Micenei, come tutti i Greci, avevano l’abitudine
di fondare delle colonie, cioè di conquistare terre fuori dalla Grecia e
costruirvi le loro città. Anche in Italia i Micenei si sono fermati per
almeno 300 anni, in particolare in Sicilia e nella zona di Taranto, da
dove dirigevano gli scambi commerciali. I commercianti micenei lavoravano
soprattutto con gli Appenninici, comperando i loro prodotti e vendendo
vasi molto colorati, con figure geometriche e di animali.
Eh, sì. Anche in Italia il commercio era diventato
importantissimo, nell’Età del Bronzo. Tutti i popoli che vivevano in
Italia si scambiavano i loro prodotti, imparando così sempre nuove cose
uno dall’altro e migliorando sempre più le loro conoscenze.
Sempre durante l’Età del Bronzo, sulle Alpi
troviamo anche qualche cosa di molto particolare: le incisioni rupestri.
Se ne trovano lungo tutta la catena delle Alpi. Non voglio annoiarvi a
descrivervele tutte, una per una, ma vorrei che veniste con me a visitare
almeno uno tra i più importanti popoli che hanno inciso rocce: quello dei
Camuni. Siete pronti per questa visita? Bene, allora partiamo e andiamo in
Valcamonica a visitare i Camuni.
Capitolo Settimo
I
CAMUNI
I Camuni sono senz’altro il popolo più conosciuto,
tra quelli che hanno inciso le rocce durante tutta l’Età dei Metalli.
Non sto a dirvi dove vivevano, perché è troppo facile. Basta pensare
che, dalla parola Camuni, deriva Camunica, o Camonica, che è il nome con
cui tutti conosciamo quella meravigliosa valle delle Alpi, in provincia di
Brescia, che è la Valcamonica.
Dunque, i Camuni vivevano in Valcamonica. E’
probabile che, all’inizio, i Camuni non fossero altro che gruppi di
cacciatori paleolitici o mesolitici della Val Padana. Quando sono arrivati
gli agricoltori neolitici, soprattutto il popolo di Lagozza, alcuni Camuni
si sono uniti ai nuovi venuti, diventando contadini anche loro, altri sono
scappati sulle montagne, iniziando la civiltà dei graffiti, o incisioni
rupestri.
Chi di voi ha avuto la fortuna di andare in
Valcamonica a vedere le incisioni rupestri, senz’altro è rimasto
meravigliato dalla quantità di disegni incisi sulle rocce. Pensate, se ne
sono trovati più di 130.000. E’ un bel numero? Non voglio dirvi che
siano tutti dei capolavori, anzi, la maggior parte sono decisamente
semplici, tanto che un bambino delle elementari sa disegnare meglio.
Dimenticatevi quei capolavori di pittura e di incisione che avevamo visto
nel Paleolitico superiore. Le incisioni camune sono molto più modeste.
Eppure sono importantissime.
L’importanza dei disegni dei Camuni sta nel fatto
che si tratta di disegni parlanti. Ma no, che cosa avete capito? Lo so
anch’io che i disegni non hanno la voce e non emettono suoni. E’ un
modo di dire. Disegno parlante vuol dire un disegno molto dettagliato, che
ci fa capire tante cose, come se ci fosse qualcuno che ci racconta dei
fatti.
Osserviamo una pittura paleolitica, ad esempio uno
dei meravigliosi bisonti di Altamira. Il disegno è stupendo, ma che cosa
ci dice? Ci dice che gli uomini preistorici dipingevano i bisonti sulle
pareti delle grotte, che li cacciavano, e poco più. Non è che un disegno
del genere, per bello che sia, possa raccontarci molte cose.
Proviamo invece ad osservare un’incisione camuna,
ad esempio una scena di caccia. Vediamo un cacciatore, in piedi su un
cavallo, armato di lancia, che insegue un gruppo di cervi. Vediamo i cani
da caccia che aiutano il cacciatore. Vediamo i cervi che scappano in tutte
le direzioni. Insomma, da un disegno di questo genere riusciamo veramente
a capire come si svolgeva la caccia, anche se gli animali sono meno belli
di quelli di Altamira.
Le più antiche incisioni dei Camuni sono dell’Età
della Pietra; poi ne troviamo per tutta l’Età del Rame, del Bronzo e
del Ferro. I disegni dell’Età della Pietra sono, forse, i meno
interessanti. Sono molto semplici, rozzi, isolati. Già più interessanti
sono quelli dell’Età del Rame, non solo perché sono fatti un po’
meglio, ma perché raffigurano armi simili a quelle di Remedello.
Ve li ricordate, vero, i Remedelliani? Li abbiamo
incontrati nel capitolo quarto; quelli delle catenine, per intenderci.
Questo significa che, durante l’Età del Rame, i Camuni conoscevano i
Remedelliani e facevano scambi commerciali con loro.
L’Età del Bronzo è la più ricca di incisioni
rupestri. In questo periodo i Camuni sono diventati veramente importanti.
Vi ricordate la “Via dell’Ambra”, quel percorso lungo il quale
l’ambra veniva trasportata dai mari del Nord fino al Mar Adriatico e di
qui, via nave, fino alla Grecia? Bene, la Via dell’Ambra passava anche
attraverso le terre abitate dai Camuni e i Camuni stessi la utilizzavano
per i loro commerci. Infatti, come ormai sapete benissimo, l'’tà del
Bronzo è proprio l'Età dei commerci.
Moltissimi scambi venivano fatti dai Camuni con i
Micenei. Come facciamo a saperlo? E’ semplice. Se osserviamo bene le
incisioni rupestri dei Camuni, troviamo anche dei carri da guerra a due
ruote, tirati dai cavalli, fatti esattamente come quelli che usavano i
Micenei. Come conferma, a Micene sono state trovate armi, chiaramente di
tipo camuno.
Durante l’Età del Ferro, scopriamo che i Camuni
hanno avuto rapporti sempre più frequenti con gli Etruschi e con i Celti.
Li conoscete? Beh, gli Etruschi penso proprio di sì, visto che li avete
mangiati con la torta nel capitolo secondo. Non voglio fare qui la Storia
degli Etruschi, perché ci vorrebbe un libro solo per loro. Sappiate solo
che gli Etruschi vivevano, in piena Età del Ferro, in Toscana, Lombardia,
Emilia-Romagna, Umbria e Lazio settentrionale. Ma soprattutto,
ricordatevi, gli Etruschi conoscevano molto bene la scrittura.
Tra le incisioni camune troviamo delle scene di lotta
tra gladiatori, cioè lottatori, un po’ come i pugili che ci sono ancora
oggi, che combattevano tra di loro durante le feste più importanti.
Questi gladiatori erano senz’altro etruschi, così come sono etrusche
alcune tracce di scrittura, incise sulla roccia dai Camuni.
I Celti, invece, erano un popolo antico che abitava
in Francia e che si era poi ampliato fino ad occupare molta parte
dell'Italia settentrionale. Scommetto che quasi tutti ne avete sentito
parlare, e magari li avete trovati nei vostri libri di scuola, ma con un
altro nome: i Galli.
I Celti, o, se preferite, i Galli, che derivano dai
Celti, facevano feste religiose all’aperto e adoravano, tra gli altri,
il Sole e il Cervo. Nelle incisioni dei Camuni troviamo numerosissime
raffigurazioni, sia del sole che del cervo, tali da farci capire quanto i
Camuni abbiano imparato dai Celti-Galli. I Romani pensavano addirittura
che i Camuni non fossero altro che una delle tante tribù di Galli. Perciò,
durante le numerose battaglie che i Romani fecero per conquistare le terre
occupate dai Galli, presero di mira anche i Camuni, fino a conquistare la
Valcamonica, nell’anno 16 a.C., rendendola provincia romana e
determinando la fine della civiltà camuna.
Le incisioni rupestri fatte dai Camuni ci raccontano
praticamente tutto della vita di quei tempi. La maggior parte dei disegni
riguarda la caccia, l’artigianato, l’agricoltura e l’allevamento.
La caccia, soprattutto la caccia al cervo, veniva
facilmente fatta con trappole e reti da caccia. Molti disegni raffigurano
reti, con dei pesi ai quattro angoli. Non è facile, da disegni del
genere, capire che si tratta di reti da caccia, ma, come al solito, i
Camuni ci vengono incontro e ci aiutano a capire tutto con disegni molto
dettagliati. Infatti troviamo anche disegni che ci illustrano come
venivano utilizzate le reti. Scopriamo così che esse venivano lanciate
sull’animale in corsa, i pesi le facevano cadere verso il basso, in modo
che le reti si impigliavano tra le corna
e le zampe dell’animale, facendolo cadere. Siete convinti che un
disegno così dettagliato può benissimo sostituire la scrittura?
Praticamente ci fa capire tutto.
Oltre alle trappole e alle reti, i disegni ci
insegnano che i Camuni usavano, per la caccia, anche i pugnali, le spade,
le asce e le lance.
I Camuni erano anche ottimi artigiani. Nelle loro
incisioni troviamo lavori di artigianato come telai e carri, lavorazione
dei metalli e, soprattutto, lavorazione del legno per costruire le
palafitte. Eh, già, le palafitte, queste le conoscete anche voi. Però,
se andate a vederle dal vero, trovate soltanto dei pali infissi nel
terreno, e sarebbe difficile ricostruire le forme delle palafitte e delle
capanne senza l’aiuto dei disegni fatti dai Camuni.
E i carri? Sono disegnati male? Beh, avete ragione.
Non si può disegnare un carro, che sembra visto dall’alto, con le ruote
intere, come se fossero viste di fianco. Però sono disegni importanti,
perché ci insegnano che i Camuni conoscevano il carro, conoscevano la
ruota, e utilizzavano i cavalli per trainare i carri.
E che dire della coltivazione dei campi? Beh, non era
molto diversa da oggi, come la si vede ancora in molte parti d’Italia. I
Camuni, infatti, conoscevano già l’aratro tirato dai buoi. Cosa dite?
Che i buoi non si vedono, nei disegni? Come no? E le corna di chi sono,
secondo voi? Certo, i Camuni erano un po’ dei pigroni e si limitavano a
disegnare le corna, anzicchè i buoi interi, ma questo non cambia nulla.
Le corna sono la parte più importante del bue, e il disegno è chiaro lo
stesso.
Il disegno più caratteristico, tra le incisioni
camune, è comunque quello dell’orante o, meglio, degli oranti, perché
sono sempre raffigurati in gran quantità. Cosa sono gli oranti?
“Orante” significa semplicemente “persona che prega”. Gli oranti
sono numerosissimi omini e donnine, disegnati con le braccia rivolte verso
l’alto, come se stessero adorando il loro dio, probabilmente il dio
Sole.
Nell’Età del Ferro troviamo numerose immagini di
guerrieri, scene di duelli, raffigurazioni che ci fanno capire che l’età
della guerra è incominciata. Spesso si tratta di disegni molto
divertenti, per le loro esagerazioni. Quello che mi piace di più
rappresenta un guerriero a cavallo, condotto dal suo scudiero. Il
guerriero è molto grande, robusto, e regge una lancia enorme,
sproporzionata, molto più grande di lui. Anche il peso del guerriero è
enorme, tanto che il povero cavallo ha il dorso tutto piegato, che sembra
sfondare per il peso eccessivo. E lo scudiero che tira, con sforzo immane,
senza riuscire a smuovere tutta quella massa.
Eh, sì. L’età delle grandi guerre è
incominciata, su tutta l’Italia. Etruschi, Cartaginesi, Greci,
Celti-Galli, Romani, tanti, tanti popoli in lotta continua tra di loro,
fino a quando Roma diventerà unica padrona dell’Italia. E anche i
Camuni saranno conquistati dai Romani, concludendo così la loro vita tra
le montagne, le loro incisioni sulle rocce, i loro riti di adorazione al
Sole e al Cervo.
Le guerre dell’Età del Ferro hanno fatto
scomparire molti popoli. Lo stesso è avvenuto anche per un altro popolo,
lontano geograficamente dai Camuni: quello dei Nuragici, sopraffatto dai
Cartaginesi. Ma non precorriamo i tempi. I Nuragici meritano di essere
trattati a parte, cosa che faremo subito.
Capitolo Ottavo
IL
POPOLO DEI NURAGHI
I Nuragici sono il popolo dei Nuraghi. E a questo
punto ne sapete quanto prima, perché sono convinto che la maggior parte
di voi non sa che cos’è un Nuraghe. Potremmo cercare di arrivarci con
una serie di domande, a cui io rispondo soltanto sì o no. Ad esepio: il
Nuraghe è una cosa che si mangia? No. E’ duro? Sì. Cammina? No. Etc.
Ma i Nuragici erano un popolo molto serio e vanno
trattati seriamente. Pensate che ci hanno lasciato, all’incirca, 30
Pozzi Sacri, 50 Villaggi Nuragici, 150 Tombe dei Giganti e 7.000 Nuraghi.
Ecco, siete sempre i soliti. Non vi interessano già più i Nuraghi, ma la
vostra fantasia si è fermata sulle Tombe dei Giganti e vi state già
immaginando uomini enormi, con delle grosse clave, magari con un occhio
solo, come Polifemo, che girano per tutta l’Italia ad uccidere gli
uomini normali.
Siete degli incorreggibili fantasiosi. No, avete
sbagliato tutto. Le Tombe dei Giganti erano tombe, molto grandi, che
contenevano molti morti. Si chiamano così perché sono costruite con
pietre enormi, gigantesche appunto: i megaliti. La cultura dei megaliti,
cioè delle costruzioni fatte con pietre gigantesche, si trova in
moltissimi posti, dalla fine del Neolitico a tutta l’Età dei Metalli.
Anche in Italia abbiamo molte costruzioni megalitiche, in Liguria, in
Sardegna, in Puglia, etc. Le Tombe dei Giganti sono costruzioni
megalitiche della Sardegna.
Ma le costruzioni megalitiche più interessanti della
Sardegna sono i Nuraghi. Un Nuraghe è una fortezza, cioè una costruzione
molto robusta fatta per la difesa. Da chi dovevano difendersi i popoli che
abitavano la Sardegna nell’Età del Bronzo e nell’Età del Ferro?
Pensate un po’, dovevano difendersi dai pirati, che arrivavano con le
loro navi dalle coste della Spagna, dell’Italia e dell’Africa, per
rubare.
Quindi, direte voi, la Sardegna era ricca, se poteva
attirare pirati dalle terre al di là dei mari fino a farli approdare,
armati e combattivi, sulla terra dei Nuraghi! Eh, sì, la Sardegna aveva
qualche cosa che attirava tutti. Erano le sue miniere, soprattutto quelle
di rame e di piombo argentifero. E adesso che sapete come era importante
il rame per costruire il bronzo, potete facilmente immaginare come tanti
popoli fossero molto interessati alla Sardegna.
Perciò bisognava difendersi, e i Nuraghi erano
appunto delle fortezze molto potenti, che difendevano le coste della
Sardegna e facevano paura ai nemici. Ma come è fatto un Nuraghe? Se
volete saperlo, mettetevi delle scarpe comode per camminare e venite con
me a visitarne uno. Siete pronti? Possiamo partire? Andiamo a visitare il
Nuraghe più noto della Sardegna, quello di Barumini.
Durante l’Età del Bronzo, il Nuraghe di Barumini
si presentava come una torre molto grande, che terminava con una specie di
cupola, fatta di pietroni. All’interno della torre, scavata nel muro,
vedete una scala a chiocciola, con la quale potete salire ai piani
superiori. In tutto erano tre piani, tre grandi camere, disposte una sopra
l’altra, dove si radunavano i personaggi più importanti del villaggio
quando c’erano pericoli in vista.
E quelli che non ci stavano? Beh, peggio per loro.
Loro stavano fuori a combattere. Non vi piace? Eh, in effetti una torre
sola non era una gran soluzione e presto se ne accorsero anche i Nuragici.
Ecco allora che si rimisero
al lavoro e, già all’inizio dell’Età del Ferro, il Nuraghe di
Barumini era completamente trasformato.
Pensate: attorno alla torre i Nuragici avevano
costruito un grosso cortile, sollevato da terra ben quindici metri, e,
attorno al cortile, tutte le mura di difesa. Mi sembra che incomincia a
diventare una cosa seria. Ma non basta; le mura di difesa erano interrotte
da ben quattro grosse torri, anche se non grandi come quella centrale.
Queste quattro torri avevano perfino due file di feritoie. Voglio vedere,
adesso, i pirati che cosa possono fare!
Vi sembra una bella difesa? Ho paura, però, che quei
pirati dovevano essere veramente molto pericolosi, o che nuovi pericoli si
stessero avvicinando, perché, attorno al 600 a.C., i Nuragici hanno fatto
qualche cosa di veramente enorme. Non soddisfatti delle loro mura di
difesa, hanno costruito un altro muro, attaccato al primo, spesso ben tre
metri, con una sola porta di ingresso, ma sollevata da terra. E’
evidente che potevano entrare solo con una scala, che toglievano appena
entrati tutti. Attorno a questa enorme roccaforte, un ultimo muro, molto
grande, con ben sette torri.
Non vi sembra che stavano un po’ esagerando? Eppure
avevano ragione loro. I nuovi nemici erano veramente terribili. Stavano
per arrivare i Cartaginesi che, verso il 500 a.C., avrebbero distrutto
tutto. Ma andiamo con ordine. Attorno al Nuraghe vero e proprio c’era
tutto il villaggio, fatto di capanne rotonde, dove vivevano i Nuragici
quando non c’erano pericoli in vista.
Qui sono stati trovati numerosi oggetti lavorati, da
cui abbiamo potuto scoprire che i Nuragici lavoravano la pietra, la
terracotta, il bronzo e, più tardi, il ferro. Molti oggetti, soprattutto
del periodo più recente, assomigliano molto ad oggetti analoghi costruiti
dagli Etruschi e dai Cartaginesi. E’ quindi evidente che, prima della
distruzione del Nuraghe da parte dei Cartaginesi, ci siano stati scambi
commerciali sia con loro che con gli Etruschi, o comunque i Nuragici
abbiano avuto contatti con questi due grandi popoli del Mediterraneo,
imparando qualcosa della loro cultura.
Altri oggetti molto interessanti sono stati trovati
in una costruzione che chiamiamo la Sala del Consiglio. La Sala del
Consiglio è una capanna rotonda, come tutte le capanne del villaggio, ma
molto grande, con un diametro di oltre sette metri. Si trova nel cortile
all’interno del muro a sette torri. Qui si radunavano, probabilmente, i
capi del villaggio per prendere le grandi decisioni e i sacerdoti per le
funzioni religiose. All’interno c’è un sedile in pietra, lungo tutta
la parete. Tra gli oggetti ritrovati nella Sala del Consiglio c’è una
vaschetta, una bacinella e una torretta a forma di Nuraghe.
Ma gli oggetti più caratteristici della cultura
nuragica sono senz’altro i bronzetti. Si trovano un po’ dovunque: nei
Nuraghi, nei villaggi, nelle Tombe dei Giganti. Sono statuine in bronzo
che raffigurano sia animali che uomini. Vi si trovano cervi, volpi, tori,
e poi tanti, tanti guerrieri, armati di spada e di scudo, di arco con le
frecce, etc. Ce n’è uno, poi, che è particolarmente divertente, perché
è raffigurato con quattro occhi e quattro braccia, e si difende con ben
due scudi. Provate a sconfiggerlo, se siete capaci!
Eppure, nonostante tanti eroi e guerrieri, come
dicevamo prima, i Nuragici sono stati sconfitti dai Cartaginesi e anche il
Nuraghe di Barumini, così ben difeso da mura e da torri, è stato
completamente distrutto. Ma chi erano questi Cartaginesi? I Cartaginesi
erano dei Fenici, cioè dei popoli che abitavano originariamente
all’estremità orientale del Mar Mediterraneo. Ottimi navigatori e
abilissimi commercianti, erano partiti dalla città di Tiro, avevano
attraversato il Mediterraneo e fondato la loro nuova patria nella città
di Cartagine, sulle coste dell’Africa, di fronte alla Sicilia.
Il nome Cartagine deriva anche lui dalla lingua
fenicia, e precisamente da Qart Hadasht, che vuol dire “città nuova”.
Da Cartagine, i Cartaginesi partivano poi per i loro viaggi commerciali,
soprattutto per ricercare lo stagno, ed arrivarono perfino alle coste
dell’Africa sull’Oceano Atlantico e, al nord, fino all’Islanda.
Anche nel Mediterraneo fondarono numerose colonie: in
Spagna, in Sicilia, in Corsica. Era evidente che sarebbero approdati anche
sulle coste della Sardegna. E questa fu la fine per i Nuragici. Distrutte
le loro fortezze, rasi a terra i loro villaggi, i popoli della Sardegna
furono costretti a ritirarsi verso l’interno dell’isola, dove i
Cartaginesi non avevano interesse ad arrivare, e si dedicarono sempre di
più alla pastorizia, senza più venire a contatto con le grandi avventure
e le grandi guerre che stavano per incominciare in tutta l’Italia e su
tutto il Mediterraneo.
Capitolo Nono
L’ETA’
DEL FERRO
Abbiamo finora incontrato due popoli che sono vissuti
in più di una Età. Infatti, i Camuni hanno incominciato le loro
incisioni nell’Età della Pietra e le hanno portate avanti nell’Età
del Rame, nell’Età del Bronzo e nell’Età del Ferro; i Nuragici hanno
incominciato a costruire i Nuraghi durante l’Età del Bronzo, ma li
hanno ampliati durante l’Età del Ferro. Per cui, quasi senza
accorgerci, ecco che ci siamo trovati anche noi in questa Età del Ferro,
pur senza averne parlato apertamente.
Perché una Età del Ferro? Il ferro è un minerale
molto abbondante in natura, senz’altro più facile da trovare che non il
rame o lo stagno. Il ferro si lavora a temperatura più bassa perfino del
bronzo ed è molto più resistente. Oltre tutto gli strumenti di ferro
sono più taglienti di quelli di bronzo.
Il problema del ferro è che è difficilissimo da
lavorare. Se voi fate fondere dei minerali di ferro, ottenete quello che
si chiama ferro greggio, che è una massa spugnosa, con la quale non
potete combinare niente di buono, perché è piena di scorie, cioè parti
da scartare. Per eliminare le scorie, bisogna riscaldare ancora il ferro
greggio e continuare a martellarlo. Sempre martellando, al calore del
carbone incandescente, oltre ad eliminare le scorie, al ferro puro si
univano piccole quantità di carbonio, che è quell’elemento che, come
studierete quando sarete più grandi, trasforma il ferro in acciaio.
Se poi immergete nell’acqua questo ferro, ancora
rovente, lo rendete molto più duro in superficie. Questo processo viene
fatto oggi con macchinari enormi e tecniche molto più raffinate e il
risultato finale è quello che noi chiamiamo acciaio temperato.
Immaginatevi la difficoltà degli antichi uomini a
lavorare il ferro in questo modo. Eppure qualcuno aveva scoperto il
segreto della lavorazione del ferro, ma non lo diceva a nessuno. Quel
qualcuno erani gli Ittiti. Soltanto verso il 1.200 a.C., quando è
crollato l’impero ittita, altri popoli hanno potuto imparare questo
segreto, ed è incominciata così la diffusione delle culture del ferro.
Queste culture arrivarono presto anche in Italia. Si
riconoscono facilmente, durante gli scavi archeologici, perché le loro
tombe sono molto particolari. Provate ad immaginarveli, questi popoli. Per
lavorare il ferro, vivevano sempre a contatto con il fuoco, senza il quale
non potevano fare niente. Per loro il fuoco era una cosa importantissima,
indispensabile per il loro lavoro. E’ probabile che arrivassero a
considerare il fuoco quasi una divinità, dalla quale dipendeva tutta la
loro vita. Quando la loro vita finiva, con la morte, cosa potevano fare di
meglio, se non affidare al fuoco i loro corpi?
Quindi, anzicchè sotterrare i corpi dei morti, li
bruciavano, raccogliendo le ceneri in vasi particolari, chiamati urne.
Alcune culture del ferro sono chiamate anche culture dei campi di urne,
perché i loro cimiteri erano costituiti appunto da tante urne che
contenevano le ceneri dei morti.
Chiaramente, i popoli dell’Età del Ferro non
lavoravano soltanto il ferro. I vasi e le urne erano fatti di terracotta e
il bronzo veniva lavorato moltissimo, per costruire spille, cinturoni,
elmi.
Uno tra i popoli più interessanti è stato quello
dei Villanoviani, i fondatori di Bologna. I Villanoviani erano un popolo
pacifico, che si occupava di pastorizia, di agricoltura e di commercio. Le
loro tombe erano fatte da una buca, rotonda o rettangolare, in cui
mettevano l’urna. L’urna era inizialmente a forma di doppio tronco di
cono.
Non è chiaro? Beh, provate a prendere due bicchieri
di cartone, o altro materiale simile, di quelli che trovate ai
distributori automatici di coca cola, aranciata, etc. Come sono fatti?
Sono bicchieri rotondi, che hanno la base più piccola della bocca, non è
vero? No, cosa avete capito? Non della vostra bocca, della bocca del
bicchiere! Ci siamo? Bene. Mettetene uno in piedi e appoggiateci sopra il
secondo, capovolto, in modo che le due bocche coincidano. Ecco che avete
costruito un vaso a forma di doppio tronco di cono.
Le urne fatte con questa forma sono chiamate urne
biconiche, cioè urne a forma di doppio cono. Chiaramente, la faccia verso
l’alto era aperta, per poter inserire le ceneri del morto nell’urna.
Era quindi necessario coprire le urne biconiche con un coperchio, che di
solito aveva la forma di un elmo. Il coperchio è, a mio avviso, la parte
più bella dell’urna, perché riproduce le forme e i disegni degli elmi
dei Villanoviani. E ce ne sono di bellissimi. Gli elmi dei Villanoviani
erano in bronzo, con lavorazioni molto ricche ed eleganti.
Col passare del tempo, però, i Villanoviani
abbandonarono le urne biconiche, sostituendole con urne di tipo nuovo, a
forma di capanna, probabilmente ad imitazione delle capanne in cui
vivevano.
I Villanoviani si erano stanziati soprattutto in
Umbria, Lazio, Etruria (che è più o meno l’attuale Toscana). La fine
dei Villanoviani coincide con l’estendersi del dominio etrusco in queste
regioni.
Pur senza voler parlare qui del problema delle
origini degli Etruschi, che meritano almeno un libro solo per loro, è
abbastanza probabile che molti Villanoviani siano stati incorporati in
questo nuovo popolo, che dominerà per alcuni secoli buona parte
dell’Italia centro-settentrionale.
Oltre ai Villanoviani, l’Italia dell’Età del
Ferro ha conosciuto numerosissimi popoli. Molti erano popoli incineratori,
cioè che bruciavano i corpi dei loro morti e mettevano le loro ceneri
nelle urne; altri erano popoli inumatori, cioè che seppellivano sotto
terra i corpi dei loro morti.
Sono tanti, tanti popoli, distribuiti su tutto il
territorio italiano. E’ impossibile parlare di tutti; sarebbe un lavoro
lunghissimo e vi annoiereste molto.
In Lombardia, tra Varese e Sesto Calende, cìera la
cultura di Golasecca, un popolo di incineratori, che ci ha lasciato
moltissimi vasi.
Nel Veneto, c’era la cultura atestina, famosa per
le situle. Le situle sono dei secchielli, come quelli che usate voi per
giocare al mare. Quelle degli Atestini, però, erano dei veri gioielli di
lavorazione. Erano fatte di rame o di bronzo, tutte lavorate a sbalzo.
In Liguria c’erano, ovviamente, i Liguri, che però
occupavano un territorio un po’ più ampio della Liguria attuale. I
Liguri erano un popolo molto particolare perché, essendo riparati dalle
montagne, sono sempre rimasti molto isolati e non sono mai venuti a
contatto con gli Indoeuropei. Per questo sono rimasti inumatori e hanno
conservato, anche durante l’Età del Ferro, una cultura primitiva. Tra
le cose più importanti che ci hanno lasciato sono senz’altro le
statue-menhir della Lunigiana, grosse pietre incise, infisse nel terreno.
Nelle Marche c’erano i Piceni, anche loro
inumatori, popolo di navigatori, che commerciava via mare ambra e avorio.
C’erano poi gli Apuli, in Puglia; gli Ausoni, in
Campania e Calabria; c’erano … No, basta così, altrimenti diventa un
elenco interminabile di nomi e finirei davvero con l’annoiarvi. Cosa che
non voglio fare assolutamente. Oltre tutto, a che scopo? E’ solo una
distribuzione provvisoria, che canbierà completamente in brevissimo
tempo.
CONCLUSIONE
La prima Età del Ferro non è altro che il punto di
partenza per uno sviluppo di alcuni grandi popoli. Se guardiamo l’Italia
del sesto secolo a.C., ci rendiamo conto che tanti piccoli popoli sono
praticamente scomparsi, lasciando il posto a solo cinque grandi popoli,
che non esiteranno ad entrare in lotta tra di loro, per il dominio sempre
più esteso delle vie di commercio.
Sì, è vero, i liguri ci sono ancora, riparati dalle
loro amiche montagne, così come ci sono ancora i Camuni
alcuni altri, ma non sarà per moto.
I grandi popoli sono ormai i Celti, sempre più saldi
nell’Italia settentrionale; gli Etruschi, dominatori dell’Italia
centro-settentrionale; i popoli cosiddetti Italici, nell’Italia
centro-meridionale; i Greci della Magna Grecia, nell’Italia meridionale
e nella Sicilia orientale; i Cartaginesi, che hanno occupato la Sicilia
occidentale e le coste della Sardegna.
Una parola in più bisogna dirla sui popoli che
chiamiamo Italici. Ne abbiamo già parlato, velocemente, nel capitolo
quinto, vi ricordate? Avevamo detto che gli Indoeuropei erano scesi in
Italia, attraverso le Alpi, e si erano sparsi sul nostro territorio, dando
origine a diversi popoli, tra i quali i Terramaricoli e i Villanoviani.
Infine, scendendo sempre più a sud, avevano incontrato gli Appenninici e
si erano fusi con loro, formando il nuovo popolo degli Italici.
Gli Italici erano soprattutto agricoltori, quindi
coltivavano la terra. Man mano che gli Italici crescevano di numero, le
terre da coltivare diventavano sempre più insufficienti. Allora gli
Italici, per risolvere il problema di avere sempre terre da coltivare,
decisero di sparpagliarsi, e lo facevano durante le Primavere Sacre. Che
cosa vuol dire? Vuol dire che, ad ogni primavera, un gruppo di giovani
abbandonava la terra in cui era nato ed andava a colonizzare e coltivare
altre terre.
Così facendo, col passare del tempo, gli Italici non
furono più un popolo solo, ma tanti piccoli popoli, uno per ogni gruppo
di giovani che era partito, e presero nomi diversi. Sono i nomi che si
incontrano nella prima storia di Roma, perché i Romani inizieranno la
loro espansione proprio combattendo contro di loro. I principali sono gli
Umbri, gli Oschi, gli Equi, i Sabini, i Volsci, i Sanniti, i Bruzi, etc.
Già! La prima storia di Roma! E i Romani
dov’erano, nella prima Età del Ferro? I Romani stavano per sorgere. Già
nell’ottavo secolo a.C., in mezzo ai cinque grandi popoli che si
contendevano il dominio dell’Italia, nasceva un piccolo villaggio, nel
Lazio, cui nessuno dava eccessiva importanza.
Col passare del tempo, però, questo piccolo
villaggio crebbe, fino a cominciare a dare fastidio ai popoli confinanti.
Incominciarono le prime guerre di conquista dei Romani. Anno dopo anno,
secolo dopo secolo, i Romani sconfissero i popoli Italici, sconfissero gli
Etruschi, sconfissero i Cartaginesi, i Celti e i Greci.
Infine incominciarono la conquista del Mar
Mediterraneo, che presto poterono chiamare Mare Nostrum. Ormai la Storia
è diventata Storia di Roma e gli altri popoli del Mediterraneo esistono
solo perché pagano le tasse a Roma.
La Storia di Roma. Ma non stavamo parlando di
Preistoria? No. La Preistoria è finita per sempre. Il nostro racconto è
terminato. Basta Età della Pietra, Età del Rame, Età del Bronzo, Età
del Ferro. Adesso solo Storia. Storia di Roma, poi le Invasioni
Barbariche, il Medio Evo, il Rinascimento, etc. Per tutte queste Storie vi
lascio ai vostri libri di scuola.
Con la fine della Preistoria finisce anche la nostra
chiacchierata. Spero di non avervi annoiato troppo. Ma soprattutto spero
che abbiate capito una piccola grande cosa: la Preistoria e la Storia non
sono altro che due diversi periodi di un evento solo, che è la vita
dell’Umanità.
Anche voi, anch’io, tutti facciamo parte
dell’Umanità, e la storia della nostra vita non è altro che un
piccolissimo momento della Storia dell’Umanità; piccolissimo ma
indispensabile. L’importante è viverlo bene, non sprecarlo. Le nostre
azioni saranno poca cosa, ma il futuro di tutta l’Umanità risentirà
anche di loro. Così non moriremo con la morte del nostro corpo, ma una
piccolissima traccia di noi rimarrà nella lunga Storia dell’Umanità.
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