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INDICE   UMBERTO GARIBOLDI

 

 

 

 

 

 

 

 

      

 1966 VENTUN ANNI

 

Volar vedo nel cielo mille augelli

che, migrando, sen vanno ove, dal sole

baciata, ancora profumate aiole

dia la gran madre. Del volar di quelli

a somiglianza, volan di mia vita

i troppo brevi dì.

Svaniro ad uno ad uno i sogni miei,

né rincorrerli osai: Sol mi lasciaro;

solo, fiaccato, con sapor d’amaro

sulle labbra e nel cuor: li perdei,

e dolorosa fu la dipartita.

 

M’è dolce il rimembrar l’antico ardore,

quando, fanciullo, rincorrea pei prati

le cavallette e i grilli che beati

saltellavan, godendo il pio tepore

del maggior astro; o quando, per le strade

della natia città,

sgambettavo ridendo accanto all’avo,

ed ei mi carezzava, invidiando

la mia giovine età; oppure quando

coi cuginetti indomito giocavo,

senza stancarmi mai, col elmi e spade.

 

Or la matura età s’è fatta donna

de’ miei pensier, l’umana doglia assale

l’anima mia: Finir le lunghe scale

del crescer mio: abbandonai la gonna

materna e protettrice e l’occhio al mondo,

troppo debole ancor,

convien ch’io volga impavido e securo.

Ora son uomo! Il tanto sospirato

giorno venuto è già.; di già è passato

il sogno di chimere e ne l’oscuro

vortice della vita or mi nascondo.

 

E poi che addiverrà quando la mano

fredda e omicida de la Parca i lumi

per sempre spegnerà? D’Olimpo i numi

sofferser tanto, ed io che sono umano

non lo porrò scampar: A che varranno

allora i pianti miei,

a che questi miei giorni di dolore,

gli ancorché vaghi dì della mia speme,

questo mio cor che indarno ride o geme,

a che quei rari spasimi d’amore?

Tutti gli sforzi miei che far potranno?

 

Voi soli resterete, versi miei,

solinghi e abbandonati, in un cassetto

da tutti obliviato; e questo petto,

che più non batterà,

lascerà a voi le lagrime furtive,

a voi, che siete il pianto per cui vive

questo mio cor codesti giorni rei.