|
1966
VENTUN ANNI
Volar vedo nel cielo mille
augelli
che, migrando, sen vanno ove,
dal sole
baciata, ancora profumate
aiole
dia la gran madre. Del volar
di quelli
a somiglianza, volan di mia
vita
i troppo brevi dì.
Svaniro ad uno ad uno i sogni
miei,
né rincorrerli osai: Sol mi
lasciaro;
solo, fiaccato, con sapor
d’amaro
sulle labbra e nel cuor: li
perdei,
e dolorosa fu la dipartita.
M’è dolce il rimembrar
l’antico ardore,
quando, fanciullo, rincorrea
pei prati
le cavallette e i grilli che
beati
saltellavan, godendo il pio
tepore
del maggior astro; o quando,
per le strade
della natia città,
sgambettavo ridendo accanto
all’avo,
ed ei mi carezzava,
invidiando
la mia giovine età; oppure
quando
coi cuginetti indomito
giocavo,
senza stancarmi mai, col elmi
e spade.
Or la matura età s’è
fatta donna
de’ miei pensier, l’umana
doglia assale
l’anima mia: Finir le
lunghe scale
del crescer mio: abbandonai
la gonna
materna e protettrice e
l’occhio al mondo,
troppo debole ancor,
convien ch’io volga
impavido e securo.
Ora son uomo! Il tanto
sospirato
giorno venuto è già.; di già
è passato
il sogno di chimere e ne
l’oscuro
vortice della vita or mi
nascondo.
E poi che addiverrà quando
la mano
fredda e omicida de la Parca
i lumi
per sempre spegnerà?
D’Olimpo i numi
sofferser tanto, ed io che
sono umano
non lo porrò scampar: A che
varranno
allora i pianti miei,
a che questi miei giorni di
dolore,
gli ancorché vaghi dì della
mia speme,
questo mio cor che indarno
ride o geme,
a che quei rari spasimi
d’amore?
Tutti gli sforzi miei che far
potranno?
Voi soli resterete, versi
miei,
solinghi e abbandonati, in un
cassetto
da tutti obliviato; e questo
petto,
che più non batterà,
lascerà a voi le lagrime
furtive,
a voi, che siete il pianto
per cui vive
questo mio cor codesti giorni
rei.
|