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1968
WORKSHOPPIADE
Protasi
Cantami, o Diva, del peloso
Verter
l’ira funesta, che infiniti
addusse
smacchi ai nemici, forte
spaventando,
col fiero baffo, chi per sua
ventura
sul campo lo scorgeva, agile
accesso
lasciando al prode Stelvio
che, correndo
vèr l’inimiche sponde,
alto portasse
il pallone al feroce Angelo
il Banfo
che, di ritta tirando e di
mancina,
giammai fallia il bersaglio.
Così dunque
s’adempìa del Gran Cesare
il desire.
Narrami ancor le travolgenti
imprese
d’Angelo di Costanzo e
d’Adriano,
ed i colpi gagliardi ed
incisivi
del tracotante Gianni.
Un cenno a parte
mèrta il custode della rete,
Paolo,
che col petto villoso facea
usbergo,
oppure col proteso pugno,
retro
ripigneva il pallone al
centro campo.
Musa, i’ t’invoco per il
brizzo crine
di chi
donno mi guida e drizza i passi,
Epopea
Fu dunque sul primiero cozzar
d’armi
che l’inimica turba, alto
levando
il grido suo di guerra, il
primo punto
immantinenti aggiudicossi.
Indarno,
protesi i petti e sguainate
l’arme,
i nostri valorosi aspra
difesa
tentaro appo alla rete; entrò
il pallone,
tra l’ira e lo sconforto.
“In alto i cuori”,
profferì Stelvio con
spiegata voce,
“Chi m’ama di seguirmi
abbia costanza”.
E sì dicendo con il piè
sinistro
prese la palla, rotear la
fece
e dirizzolla avanti
fortemente
e non indarno questa volta.
Ardito
il piè veloce di Costanzo
figlio
l’accolse e deviolla verso
il Banfo
che fieramente dirizzolla al
segno.
Era il pareggio: dalle alate
bande
alto levassi un grido
d’entusiasmo.
S’udiva allora sibilar per
l’aere
lo squillo del riposo. Il
corso frena,
Angiol di Banfo e la tremenda
furia;
doma il tuo spirto generoso e
posa.
E tu pure riposa, chè
n’hai donde,
audace Stelvio, e sciogliti
il cimiero,
allenta la tua lorica e
respira
profondamente col possente
petto.
Dopo il riposo attende altro
certame
i baldanzosi eroi, ancor più
fiero,
ancora più violento. Ecco si
leva
il suono della tuba, echeggia
intorno
il rimbombar dell’armi e i
valorosi
scendono in campo. Rinnovata
forza,
novella foga ed ardimento
novo
dona Mercurio al coraggioso
Stelvio.
Ratto egli corre irrefrenato,
al piede
tiene il pallone e niun lo può
fermare.
Eccolo in posa, tira, ma
Giunone,
avversa al suo eroismo,
scende in campo
e, spignendo il portier degli
inimici,
forte lo schianta a terra,
giusto in tempo
per rinviar la palla di
rimbalzo.
Ma il feroce Adriano non
perdona;
ratto le è sopra, la
trattiene, altiero
volge lo sguardo intorno, il
mondo a sfida
quasi chiamando,
l’avversaria rete
fissa con odio e tutta
rievocando
di sua prosapia la ferocia
avita
tira securo. Al cielo un
grido sale,
tra il plauso degli accolti,
ed il vantaggio
è finalmente giunto.
Intimoriti,
gli avversari tentar l’armi
segrete
vogliono adesso, ma fallì la
speme.
Il sommo giustiziere accorda
dunque
La punizione e Stelvio, alto
fidando
nel favor degli dei, tenta la
prova.
Gelo di morte scende sovra il
campo,
cessano i cuori il battito
vitale.
Un fischio, un tiro, un
sibilo, una rete.
Più trattener non puote
l’allegria
il brizzolato Enrico;
invade il campo,
spinto da infausta smania, il
senno ha perso,
niun lo sa ritenere. In van
minaccia
l’arbitro di sospender la
tenzone.
Nasce scompiglio tra gli
eroi; Giunone,
approfittando del trambusto,
spinge
il generoso figlio di
Costanzo
verso la propria rete. Ahi,
sventurato,
che, lo sguardo frustrato da
una densa
coltre di fumo, non vedesti e
a segno
inviasti il pallon nella tua
rete.
Piangeva Sergio
dagli spalti, l’unghie
furioso mangiandosi. Adriano,
e Stelvio, e Verter, Gianni e
tu, buob Paolo
cedeste affranti e desolati.
Indarno
tentarono i tifosi
rincuorarvi;
ormai tutto era perso, anche
l’onore.
Impietosissi Venere e
intervenne;
vestì i panni di Nadia
ed un sorriso
casto e avvenente pinse sul
suo volto.
Viso sì bello mai vide
mortale
né sì splendente. Pronto
rianimassi
Adriano a tal vista ed il
pallone
Servendo a Stelvio
egregiamente, disse:
“Nulla è perduto se mirar
m’è dato,
Nadia, il tuo volto su cui
splende amore”.
Stelvio, novella forza
ritrovando, ratto
trasse alla rete e segnò il
punto. Tosto
Angelo il Banfo replicò
segnando
Novellamente. E i vanni suoi
vermigli
stese Nice sul campo. Alto
clamore
s’elevò dagli spalti,
ancor la tuba
fè risuonare la sua voce, in
gloria
fu trasportato Stelvio in
mezzo al campo.
E tu onore di gloria
riportasti,
Cesare sommo, che di tai
guerrieri
Sì balda schiera allevi nel
tuo regno.
E tu, Nadia, invocata sarai
sempre
Laddove fiano pianti da
asciugare,
dove fian cuori franti da
sanare.
Nadia Nembro
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