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INDICE   UMBERTO GARIBOLDI

 

 

 

 

 

 

 

 

      

 1968 WORKSHOPPIADE

Protasi

 

Cantami, o Diva, del peloso Verter[1]

l’ira funesta, che infiniti addusse

smacchi ai nemici, forte spaventando,

col fiero baffo, chi per sua ventura

sul campo lo scorgeva, agile accesso

lasciando al prode Stelvio[2] che, correndo

vèr l’inimiche sponde, alto portasse

il pallone al feroce Angelo il Banfo

che, di ritta tirando e di mancina,

giammai fallia il bersaglio. Così dunque

s’adempìa del Gran Cesare[3] il desire.

Narrami ancor le travolgenti imprese

d’Angelo di Costanzo e d’Adriano[4],

ed i colpi gagliardi ed incisivi

del tracotante Gianni[5]. Un cenno a parte

mèrta il custode della rete, Paolo[6],

che col petto villoso facea usbergo,

oppure col proteso pugno, retro

ripigneva il pallone al centro campo.

Musa, i’ t’invoco per il brizzo crine

di chi[7] donno mi guida e drizza i passi,

 

 

Epopea

 

Fu dunque sul primiero cozzar d’armi

che l’inimica turba, alto levando

il grido suo di guerra, il primo punto

immantinenti aggiudicossi. Indarno,

protesi i petti e sguainate l’arme,

i nostri valorosi aspra difesa

tentaro appo alla rete; entrò il pallone,

tra l’ira e lo sconforto. “In alto i cuori”,

profferì Stelvio con spiegata voce,

“Chi m’ama di seguirmi abbia costanza”.

E sì dicendo con il piè sinistro

prese la palla, rotear la fece

e dirizzolla avanti fortemente

e non indarno questa volta. Ardito

il piè veloce di Costanzo figlio

l’accolse e deviolla verso il Banfo

che fieramente dirizzolla al segno.

Era il pareggio: dalle alate bande

alto levassi un grido d’entusiasmo.

S’udiva allora sibilar per l’aere

lo squillo del riposo. Il corso frena,

Angiol di Banfo e la tremenda furia;

doma il tuo spirto generoso e posa.

E tu pure riposa, chè n’hai donde,

audace Stelvio, e sciogliti il cimiero,

allenta la tua lorica e respira

profondamente col possente petto.

Dopo il riposo attende altro certame

i baldanzosi eroi, ancor più fiero,

ancora più violento. Ecco si leva

il suono della tuba, echeggia intorno

il rimbombar dell’armi e i valorosi

scendono in campo. Rinnovata forza,

novella foga ed ardimento novo

dona Mercurio al coraggioso Stelvio.

Ratto egli corre irrefrenato, al piede

tiene il pallone e niun lo può fermare.

Eccolo in posa, tira, ma Giunone,

avversa al suo eroismo, scende in campo

e, spignendo il portier degli inimici,

forte lo schianta a terra, giusto in tempo

per rinviar la palla di rimbalzo.

Ma il feroce Adriano non perdona;

ratto le è sopra, la trattiene, altiero

volge lo sguardo intorno, il mondo a sfida

quasi chiamando, l’avversaria rete

fissa con odio e tutta rievocando

di sua prosapia la ferocia avita

tira securo. Al cielo un grido sale,

tra il plauso degli accolti, ed il vantaggio

è finalmente giunto. Intimoriti,

gli avversari tentar l’armi segrete

vogliono adesso, ma fallì la speme.

Il sommo giustiziere accorda dunque

La punizione e Stelvio, alto fidando

nel favor degli dei, tenta la prova.

Gelo di morte scende sovra il campo,

cessano i cuori il battito vitale.

Un fischio, un tiro, un sibilo, una rete.

Più trattener non puote l’allegria

il brizzolato Enrico[8]; invade il campo,

spinto da infausta smania, il senno ha perso,

niun lo sa ritenere. In van minaccia

l’arbitro di sospender la tenzone.

Nasce scompiglio tra gli eroi; Giunone,

approfittando del trambusto, spinge

il generoso figlio di Costanzo

verso la propria rete. Ahi, sventurato,

che, lo sguardo frustrato da una densa

coltre di fumo, non vedesti e a segno

inviasti il pallon nella tua rete.

Piangeva Sergio[9] dagli spalti, l’unghie

furioso mangiandosi. Adriano,

e Stelvio, e Verter, Gianni e tu, buob Paolo

cedeste affranti e desolati. Indarno

tentarono i tifosi rincuorarvi;

ormai tutto era perso, anche l’onore.

Impietosissi Venere e intervenne;

vestì i panni di Nadia[10] ed un sorriso

casto e avvenente pinse sul suo volto.

Viso sì bello mai vide mortale

né sì splendente. Pronto rianimassi

Adriano a tal vista ed il pallone

Servendo a Stelvio egregiamente, disse:

“Nulla è perduto se mirar m’è dato,

Nadia, il tuo volto su cui splende amore”.

Stelvio, novella forza ritrovando, ratto

trasse alla rete e segnò il punto. Tosto

Angelo il Banfo replicò segnando

Novellamente. E i vanni suoi vermigli

stese Nice sul campo. Alto clamore

s’elevò dagli spalti, ancor la tuba

fè risuonare la sua voce, in gloria

fu trasportato Stelvio in mezzo al campo.

E tu onore di gloria riportasti,

Cesare sommo, che di tai guerrieri

Sì balda schiera allevi nel tuo regno.

E tu, Nadia, invocata sarai sempre

Laddove fiano pianti da asciugare,

dove fian cuori franti da sanare.

 



[1] Verter Rizzati

[2] Stelvio Bertolini

[3] Cesare Manzoni

[4] Adriano Pirovano

[5] Gianni Di Paola

[6] Paolo Bogo

[7] Il Signor Pavan

[8] Enrico Vergani

[9] Sergio Serafini

[10] Nadia Nembro

 

[1] Sergio Serafini

[1] Nadia Nembro